Prolegomeni ad una demonologia junghiana

“Prolegomeni ad una demonologia junghiana”, in Klaros, anno 5, n. 2, Firenze, Il Sedicesimo, 1993

Si possono avere Beziehungen, relazioni, col diavolo?

Possiamo pensare, allora, che l’esperienza “mistica” passi attraverso la capacità di dimorare nei luoghi dell’inferiorità. Questa capacità si mette in atto attraverso una sorta di slogamento dell’Io. L’Io deve infatti spostarsi: se rimane attestato là dove era, come può darsi la trasformazione? Possiamo dunque comprendere il monito, che suona alquanto eterodosso, di Jung: crea il diavolo! Ecco cosa pensa o, forse meglio, cosa immagina Jung del diavolo, immagina che bisogna crearlo:

Crea un diavolo, di’ che ce n’è uno e, se ne dubiti,
sopprimi i tuoi dubbi quanto più possibile.

Commentando un passo di Osea, Doroteo di Gaza (VI secolo) sostiene che il termine impiegato dal profeta, “avversario”, significa, propriamente, “coscienza”. Secondo Doroteo la coscienza è il nostro avversario perché si erge a nostra accusatrice. Il che potrebbe consentirci di leggere il monito di Jung come un invito ad andare a dimorare là dove siamo accusati, ovvero, in altri termini, nel luogo del conflitto, nel luogo di ciò che ci si volge contro. In quest’ottica potremmo anche pensare di ridefinire l’affermazione di Freud che vuole l’Io avvenire (“werden”) dove era l’Es. Tanto più che il “werden” del testo freudiano ha a che vedere, etimologicamente e concettualmente, col “vertere” di cui si compone il termine “avversario”.

Se la coscienza è un “sapere con”, e nell’ottica tutta cristiana che vede nel diavolo l’avversario per eccellenza, allora noi sappiamo col diavolo, sappiamo quando siamo con lui. E ciò va anche considerato a ridosso della interpretazione carpocraziana di Luca 12.58-59 (cui corrisponde Matteo 5.25-26), interpretazione cui Jung fa più volte riferimento.

Nei passi degli evangelisti si trova scritto che occorre accordarsi col proprio avversario mentre si è per via con lui, per evitare di essere da lui consegnati al giudice e gettati in prigione. Per uscire di prigione, ammonisce il Gesù reimmaginato da Luca e Matteo, occorrerà pagare fino all’ultimo spicciolo. Sappiamo dagli eresiologi Ireneo ed Ippolito che nella interpretazione carpocraziana del passo di Matteo l’avversario è il diavolo e il soldo il peccato. L’espressione “fino all’ultimo soldo” significa allora il compimento di tutte le forme del male, compimento che, nel sistema carpocraziano, sottrae per sempre l’anima alle sue trasmigrazioni terrene.

Tale “sottrazione” ha ovviamente a che vedere con il fare coscienza. C’è, in altri termini, una relazione tra la creazione della coscienza e la creazione del diavolo, così come, potremmo aggiungere, ci sono relazioni tra l’Io e l’inconscio. Crea il diavolo! ammonisce Jung e il suo appare un procedimento di inversione. L’implicazione del monito è che non si sviluppa coscienza se non s’immaginano le cose.

La “creazione” del diavolo viene perciò definita un “atto di devozione” al quale tutti gli uomini sono chiamati in nome del genere umano. In nome del genere umano occorre mettere qualcosa dove non c’è nulla. Si deve operare in modo tale che il diavolo non svanisca. E ciò soprattutto perché nello svanire del diavolo si nomina, secondo Jung, quella morte di Dio che a suo tempo si è pensata in Nietzsche. L’equivalente psicologico del culto del diavolo risiede nel prender coscienza del male.

“Crea il diavolo!” ammonisce Jung, ma che significa una simile esortazione o ammonizione? “Crea il diavolo” può significare, ad esempio, “parla col diavolo!”, “accetta di dialogare con lui!”. Ma come può rendersi possibile un dialogo col diavolo? Sostengono alcuni esorcisti odierni che la cosa migliore da fare, in presenza del diavolo, è proprio quella di non accettare il dialogo. Accettare il dialogo col diavolo, infatti, sembrerebbe implicare un pericoloso consegnarsi nelle sue mani. Perché? Perché, si potrebbe rispondere, il diavolo agisce nei nostri confronti quale “soggetto supposto sapere” (già per Platone “demone” è “chi sa”) e, dunque, le sue parole non “peccano”, ovvero colpiscono sempre nel segno.

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli