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Il viaggio del genitore. Genitorialità e individuazione nei romanzi di Auður Ava Ólafsdóttir

Esiste un’isola, in cui il bianco-azzurro del ghiaccio si fonde con il rosso e nero dei vulcani, dando vita ad immense distese di verde muschio. Il clima freddo, sferzato da vento e piogge improvvise, incontra acque bollenti che si fanno violentemente strada attraverso la terra, sotto forma di geyser o pozze termali naturali.

E’ difficile immaginare di vivere la propria quotidianità in un luogo così aspro e contrastante, che in inverno si muove per molte ore al buio: Islanda, terra del ghiaccio, spazio “àtopos” – come direbbe Roland Barthes[1] – inclassificabile per via della sua perturbante unicità. In rapporto all’estensione delle sue terre l’isola è uno dei luoghi meno popolati del pianeta, così la vita relazionale e culturale si concentra nella capitale e in poche altre comunità urbane. Basta allontanarsi pochi kilometri da Reykjavík per ritrovarsi completamente soli, unici essere umani a tracciare percorsi tra deserti di lava e muschio, in cui il cielo sembra a un palmo dalle proprie teste.

Per attraversare questi paesaggi è necessaria una certa attitudine al “vuoto”, al silenzio meditativo e il desiderio di lasciarsi sprofondare dentro il proprio mondo interno, fino ai limiti dello smarrimento. E’ questa la condizione migliore per favorire l’emersione delle “immagini dell’Anima”. Senza “immagini” tendiamo a smarrirci[2], accogliendole e vivendo con esse il genio creativo costruisce il mondo e la sua essenza.

In Islanda è nata e lavora la scrittrice Auður Ava Ólafsdóttir, la quale ha già all’attivo due “best seller” internazionali – “Rosa Candida”[3] e “La donna è un’isola”[4] – ed un terzo libro appena uscito in Italia, “L’eccezione”[5]. Le emozioni e i vissuti evocati dalla terra del ghiaccio prendono forma nei personaggi dei suoi romanzi i quali si confrontano con vicende in qualche modo simili: in seguito ad un distacco relazionale improvviso, i protagonisti si mettono in viaggio, fino a dipanare il misterioso e solitario percorso di ricerca del proprio “desiderio”, in cui, inaspettatamente, l’assunzione del ruolo genitoriale fungerà da catalizzatore della propria individuazione.

“Rosa Candida”

 Lobbi, protagonista di “Rosa Candida”, diventa “accidentalmente” padre di una bambina, in seguito ad un’unica notte d’amore con Anna, una ragazza da poco conosciuta. Ciononostante il giovane uomo decide di seguire la sua vocazione e abbandona l’isola e la figlia appena nata, per andare ad occuparsi in qualità di giardiniere, del roseto di un antico monastero in nord Europa.

Io e la ragazza, come la chiami tu, non siamo una coppia e non lo siamo mai stati. Anche se abbiamo avuto una figlia, è stato un imprevisto. (pag. 4)

[…] Le donne sono così, davvero abili. Tu sei lì che stai per varcare la soglia di una nuova vita ed ecco che si materializzano davanti a te all’improvviso, con un bebè in braccio, a ricordarti che è il tuo turno, che ora tocca a te assumerti la responsabilità di un concepimento imprevisto, indesiderato.” (pag. 117)

 Inizialmente Lobbi sente la bambina come un soggetto estraneo, quasi surreale; si allontana da lei per andare a lavorare all’estero, fino a quando Anna, la madre della bambina, gli chiede inaspettatamente di occuparsi della piccola.

“[…] Come ho potuto accettare di occuparmi della piccola? Che cosa mi è saltato in mente? Sono impegnato a ricostruire un giardino da sogno […] dove cerco pure di rimettere ordine nella mia vita e… Sono padre, certo, ma non ho la minima idea di cosa sia meglio per me, figuriamoci per una bimba. Non raccontiamoci storie: mi sono ritrovato con una figlia, ma non mi sono mai nemmeno posto il problema se li voglio oppure no, i figli.” (pag. 120).

Il ragazzo decide di accogliere con sé la figlia per senso di correttezza, senza esserne convinto, ma a poco a poco, attraverso piccoli gesti e nuove esperienze quotidiane, tra i due inizia a costruirsi un rapporto reale di padre e figlia:

-No, no, non sul pavimento.

La tiro su e la poso a quattro zampe al centro del lettone, come un cagnolino.

-Ecco, qui.

Le invio messaggi chiari, con frasi di due, massimo tre elementi: soggetto, verbo, complemento. Poi aggiungo con un filo di voce, e solo per provarle, quelle parole che in bocca a me suonano strane, come se facessero parte di una nuova definizione di me stesso, come se d’ora in poi fossero il nucleo della mia nuova vita: – Vieni, piccolina del papà, vieni.” (pag. 140-141)

Assumendo lentamente la paternità di Flora Sòl, e curando l’antico roseto del monastero, Lobbi giungerà a riconsiderare l’esistenza e i suoi desideri.

 

“La donna è un’isola”

 

La protagonista de “La donna è un’isola” invece è una traduttrice di 33 anni che ha scelto di non avere figli e tale decisione segna la fine del suo matrimonio:

 “ – Un figlio forse avrebbe potuto cambiarti, smussare certi spigoli. Nessuna madre si comporterebbe come te.

Ecco dove voleva andare a parare, alla discussione sul figlio mancato. Ma io sono più realista del re e su questo gli do ragione, nel ruolo di madre non mi ci vedo proprio, allevare altri esseri umani… In fatto di bambini le mie conoscenze e le mie capacità di occuparmene equivalgono allo zero assoluto.

Non sono una che davanti ai neonati avverte il dolce richiamo dell’istinto materno, più che altro sento un odore acidulo…” (pag. 23)

Inaspettatamente la sua migliore amica Auður – incinta di due gemelli e senza un compagno – le chiede di occuparsi di Tumi, il primogenito di 4 anni, affetto da sordità e gravi problemi alla vista:

– Vorrei che tenessi Tumi, mentre io sarò all’ospedale.

– Ma saranno almeno tre mesi! […] Mi manca l’istinto materno, è ben per quello che non ho mai davvero deciso di avere dei bambini. E non ho neanche l’aspetto di una madre. […] Lo trascurerei, non mangerebbe né dormirebbe abbastanza. Io sto per divorziare e per traslocare.

– Essere madre vuol dire svegliarsi e cercare di dare del proprio meglio, e poi andare a dormire e sperare che tutto vada per il meglio. L’ho visto in un film americano.” (pag. 84-85)

Auður, la madre biologica di Tumi affida il figlio alla protagonista, nella convinzione che la sua migliore amica saprà occuparsi al meglio del bambino; dopo le prime titubanze, la donna decide di occuparsi di Tumi ed in seguito alle bizzarre profezie di una veggente, intraprende insieme al piccolo un viaggio nei territori sconfinati dell’Islanda, destinato a creare tra loro un rapporto unico.

La grande libertà sta nel fatto di non sapere esattamente dove il viaggio ti porterà, nel perdere l’orientamento fra le braccia sicure della Nazionale a forma circolare, dove una cosa segue l’altra e alla fine, quasi senza accorgertene, ti ritrovi di nuovo sulla casella di partenza.

Essendo un compagno di viaggio, Tumi può sedere sul sedile davanti, a fianco a me. Arriva a malapena al cruscotto, ma ha un’aria molto fiera, con il suo sacchettino di praline cioccolato e uvetta.” (pag. 101)

Mentre scorrono i kilometri e affrontano bizzarre avventure, tra il piccolo e la donna viene a crearsi una trama fatta di insegnamenti reciproci, calore, coraggio.

– Che effetto ti fa stare con un bambino?

– Tumi è speciale, è un bambino stupendo. Ho incominciato a imparare il linguaggio dei segni, sai, lo sto studiando su un libro, e anche lui mi insegna: mi indica le cose e mi mostra il segno corrispondente.

– Ti sta cambiando?

– Può darsi, sì.” (pag. 139)

L’apertura improvvisa verso la responsabilità di vivere con un bambino consente alla donna di scoprire dentro di sé sentimenti, risorse e il coraggio di rimettere la propria vita lungo la strada del “desiderio”.

La trama de “L’eccezione” racconta la storia di Mària, madre di due gemelli sposata con Floki, il quale dopo averle confessato di essere innamorato di un uomo, la lascia per andare a vivere con lui. La donna affronta l’inaspettato abbandono grazie all’amicizia della sua vicina, Perla, psicoanalista e “ghost writer” affetta da nanismo. In tutto questo Mària conoscerà per la prima volta il padre biologico, l’uomo con cui la madre l’ha concepita, giunto dall’estero in Islanda solo per parlarle: sarà un incontro molto breve e intenso, segnato da un nuovo abbandono. L’elaborazione del dolore per Mària passerà attraverso la scelta di intraprendere una nuova e “diversa” maternità.

 

Diventare genitori

 

La scrittrice islandese racconta storie che hanno come tema centrale il percorso e la costruzione dell’esperienza genitoriale come “adozione psicologica” successiva rispetto all’atto del concepimento e talvolta affrancata dal legame di sangue (come in “La donna è un’isola” e in “L’eccezione”).

Lobbi assume la paternità reale di Flora Sòl solo molti mesi dopo la sua nascita; la protagonista de “La donna è un’isola” diventa “madre adottiva” di Tumi, figlio naturale della sua migliore amica; Mària, già madre naturale di due gemelli, sceglie di dare una svolta alla sua vita compiendo un lungo viaggio per andare ad adottare una bambina.

Questi racconti confermano l’esperienza della genitorialità non come un assunto meramente biologico o “istintuale”. Le competenze genitoriali e la “capacità generativa” non necessariamente combaciano: si può diventare biologicamente genitori di un bambino ma questo non assicura nel padre e neanche nella madre, la possibilità e il desiderio di costruire un autentico legame genitore-figlio.

Scrive Luigi Zoja: “Per essere padri – a differenza, non smettiamo di ripeterlo, dell’essere madri – non basta generare un figlio, è necessaria una precisa volontà. Ma se ogni paternità è una decisione, ogni paternità richiede un’adozione, anche se il figlio già è stato materialmente e legittimamente generato da quel padre. […] … la paternità è un fatto psicologico e culturale; la generazione fisica, a differenza della maternità, non basta ad assicurarla… […] la paternità andrà espressa, costruita e scoperta non alla nascita, ma passo dopo passo nel tempo, nel rapporto padre-figlio”[6].

Qui Zoja si concentra sulla figura paterna, sottolineando il fatto che la donna porta nove mesi in grembo il figlio, ha con esso un legame fisico dal principio, mentre per l’uomo il rapporto ha radici diverse.

Tuttavia possiamo sostenere che anche per la donna la maternità sia un percorso che prevede un’adozione psicologica: non è sufficiente mettere materialmente al mondo un figlio per “essere e riconoscersi madre”, infatti in un’intervista recente la Ólafsdóttirha dichiarato: “Diventare genitori non è nei nostri geni e presuppone un bivio esistenziale “.

Genitore è colui che si occupa di un bambino fornendo cure materiali e psicologiche volte al benessere psicofisico del piccolo. In questo senso Massimo Recalcati ci ricorda che “non basta la presenza biologica di un’eredità genetica per definire cosa sia un padre (o una madre, n.d.A.). […]… il legame familiare non deriva dal sangue, ma da un atto simbolico che assume tutte le conseguenze di un evento biologico come quello di una nascita. […] … non è qualcosa che si eredita di per sé, poiché non è un dato di natura”[7].

In questo senso possiamo parlare di genitorialità come una funzione psicodinamica, frutto di particolari meccanismi intrapsichici, che si sviluppa e cambia nel tempo, indipendentemente dalla capacità o possibilità procreativa o dall’orientamento sessuale dei genitori.

A questo proposito pensiamo all’aspro dibattito intorno alla possibilità di affidare bambini a coppie omosessuali: l’omosessualità è considerata, da chi nega tale opportunità, come un fattore pregiudicante a priori l’esercizio genitoriale, in realtà molte ricerche condotte negli ultimi 10 anni non hanno rivelato differenze tra coppie di genitori eterosessuali e omosessuali, rispetto alle competenze e alle pratiche genitoriali (Stacey, Biblarz 2001). Floki, il marito di Mària, è omosessuale ma viene raccontato come un ottimo padre, capace di saper crescere i propri figli comunicando loro attenzione e amore.

 

Percorrendo la “mancanza”

 

I protagonisti di questi tre romanzi costruiscono il legame genitoriale attraverso cure semplici ma dense di calore e attenzione. Scelgono di accettare l’imprevisto ruolo di genitore, costruendo passo dopo passo l’esperienza affettiva e di conoscenza del bambino.

Lobbi e la traduttrice inizialmente non desiderano affatto avere figli, tantomeno sentono di avere delle competenze specifiche per vivere con un bambino, eppure è proprio a partire dall’accettazione della loro “mancanza” che riescono a stabilire con i bambini un legame “aperto, insaturo” (ovvero non soffocato da proiezioni, aspettative e paure) dove ogni giorno, con piccoli gesti, è possibile per entrambi scoprire, imparare, desiderare.

Il genitore allora non è, come scrive Recalcati: “quello che “ha una risposta su tutto”. E’ piuttosto qualcuno che sa che il sapere non racchiude e non risolve mai adeguatamente il mistero dell’esistenza e della sua contingenza illimitata. […] La funzione del padre (o quella del genitore, n.d.A.) è una funzione che custudisce il vuoto, il non sapere come condizione della trasmissione del desiderio.”[8]

I genitori descritti in questi romanzi non sono perfetti, non hanno “l’istinto materno/paterno”, in alcuni casi non hanno nemmeno un legame di sangue con il bambino, eppure si ritrovano a colmare la distanza tra sé e il piccolo attraverso il “desiderio”, quella tensione in cui si riesce a prendersi cura dell’altro senza pretendere che quest’ultimo sia una propria estensione narcisistica, o il contenitore delle proprie frustrazioni e rinunce.

L’idea del rapporto genitore-figlio come legame aperto e “mancante” è reso bene dall’idea del viaggio: per incontrare l’esperienza di essere genitori Lobbi, la traduttrice, Mària e il padre biologico di Mària, Albert, devono intraprendere un viaggio, uno spostamento verso un orizzonte ignoto. Devono accettare di smarrirsi e di confrontarsi con prove inedite, pericolose, in solitudine. Nessuno può dire loro cosa è meglio o è giusto fare, possono solo affidarsi a sé stessi e a ciò che avviene momento per momento.

Un altro tema molto interessante è la genitorialità come capacità di perdita: Auður e Anna, madri naturali di Tumi e Flòra Sòl, scelgono di affidare il bambino a qualcuno che in seguito assumerà nei suoi confronti una funzione genitoriale.

Queste donne accettano di “perdere il figlio” per dargli la possibilità di vivere pienamente, non lo intrappolano nel loro confine psicologico e relazionale col “ricatto del dono della vita”, non vivono il bambino come una proprietà in grado di garantire un nutrimento narcisistico ad libitum: “Saper perdere i propri figli è il dono più grande dei genitori […] implica la dimensione della rinuncia radicale al possesso dei propri figli, implica saperli “affidare al deserto”[9].

La separazione esercitata dal genitore si configura quindi come nuova responsabilità e atto d’amore che riconosce al figlio la libertà e l’autonomia di cui avrà bisogno per sentirsi in pieno possesso di sé.

 

Genitorialità e individuazione

 

La scrittrice islandese ci ricorda che per costruire la strada verso l’individuazione è necessario imitare il modo di viaggiare del “viandante”, il quale conosce solo il suo punto di partenza, ma non ha mai una meta precisa (a differenza del turista) o un itinerario prefissato: si muove in relazione al clima, al suo stato psicofisico, accettando di “non sapere” come proseguirà il cammino, ma soltanto che “desidera” cambiare il proprio percorso e conoscere.

I neo-genitori pur smarriti, e trascinati in un nuovo orizzonte emotivo e affettivo, riescono a “non perdersi” perché si affidano alle proprie immagini interne: sogni, profezie, ricordi, esperienze.

Ciò che emerge da questi racconti è come l’assunzione della genitorialità non sia l’esclusivo obiettivo del percorso, bensì un vissuto in grado di promuovere nuove forme di desiderio e di espressione dell’identità: i protagonisti della Ólafsdóttirnon viaggiano per arrivare ad identificarsi unilateralmente con il ruolo di genitore, ma continuano a muoversi, insieme al figlio, alla ricerca della propria felicità.

Il bambino da adottare può essere quindi letto come il viaggio che ogni persona deve intraprendere per imparare a sapersi prendere cura di se stesso e dei propri desideri. E’ un cammino faticoso e rischioso – per certi versi interminabile – che non è garantito dalla nostra esistenza in vita: bisogna rinascere, scegliere di “rimettersi al mondo” sulla base di nuovi valori e della solitudine creativa.

Attraversiamo l’esistenza per morire quanto per “moltiplicarci”, ampliando i confini dell’identità: se accettiamo di seguire il ritmo inarrestabile di espansione e contrazione possiamo dirci davvero “vivi”, il che significa amare le proprie scelte, percorrerle fino in fondo, affrontando il peso dell’ignoto.

 

[1] Barthes R. (1977) Frammenti di un discorso amoroso, trad.it. 2005, Einaudi, Torino.

[2] Hillman J. (2000) Politica della bellezza, Moretti & Vitali

[3] Ólafsdóttir A. A. (2007) Rosa Candida, trad. it. 2012, Einaudi, Torino

[4] Ólafsdóttir A. A. (2004) La donna è un’isola, trad. it. 2013, Einaudi, Torino.

[5] Ólafsdóttir A. A. (2012) L’eccezione, trad. it. 2014, Einaudi, Torino.

[6] Zoja L. (2003) Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre, pag. 23, Bollati Boringhieri.

[7] Recalcati M. (2011) Cosa resta del padre?, pag.88-89, Raffaello Cortina Editore.

[8] ibidem

[9] Recalcati M. (2013) Il complesso di Telemaco, Feltrinelli.

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L'autore
Benedetta Rinaldi
Benedetta Rinaldi
Psicologa e psicoterapeuta, è esperta in ipnosi clinica. Professore a contratto presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.