Fare cose con la filosofia

Contesini, Frega, Ruffini, Tomelleri, 2005, Fare cose con la filosofia (a cura di Valentina Cannavacciuolo)

Oggigiorno la filosofia è spesso identificata con l’insegnamento accademico della stessa, non esiste cioè una professione filosofica differente dal tramandare il sapere.

Questo testo raccoglie il tentativo e l’esperienza di alcuni autori coinvolti sia in attività di ricerca accademica che di professione nell’ambito della formazione e della consulenza a singoli e organizzazioni. Il tentativo è quello di definire una professione filosofica agita sulla base di stimoli teorici, e di ribaltare l’esperienza acquisita dalla pratica nella definizione delle teorie. Il campo preminente di azione è contiguo a quello delle scienze psicosociali, ma il differente approccio teorico vuole generare nuovi tipi di pratica.

Le pratiche sono rivolte ad un “mercato” di professionisti colti che utilizzano la riflessività e le abilità cognitive ad alto livello nella loro vita lavorativa.

Il tentativo si muove su due piani paralleli: la definizione di competenze filosofiche che possano essere insegnate ed apprese e la presentazione di teorie ispiratrici di un agire pratico nel campo della consulenza e della formazione. Non si tratta qui di definire la consulenza filosofica, come pratica generale, ma di fare vedere come la filosofia possa ispirare pratiche di consulenza alla persona in ambito lavorativo e alle organizzazioni.

Il libro è diviso in varie parti, la prima specifica le radici teoriche e le altre presentano e approfondiscono alcuni aspetti pratici

Per l’eterogeneità degli argomenti trattati, si propongono indicazioni relative agli argomenti dei singoli articoli.

Cap. 1 “Verso un sapere delle crisi: note sull’emergenza di nuove pratiche della conoscenza” – Stefano Tomelleri

La società moderna attraversa una crisi di incertezza per l’indebolirsi delle istituzioni sociali tradizionali. Da un lato si vede l’affermarsi della razionalità, dei principi oggettivi che regolano la natura e il mondo (sostituendo la ragione al sacro), dall’altro cresce l’importanza e la singolarità dell’individuo. Tuttavia l’individuo così liberato non è in grado di realizzare le proprie aspirazioni senza il supporto delle istituzioni sociali che in questo si rivelano carenti.

La società è presa tra riproduzione di modelli culturali e spinte individualistiche innovative ed è portata a riflettere su se stessa. Di fronte all’ideale illuminista in cui la ragione universale avrebbe governato si trova la posizione dei singoli attori sociali che vorrebbero governare secondo la propria idea di razionalità.

La dimensione normativa della tradizione si sgretola, e al tempo stesso si assiste a tentativi di riaggregazione attorno a ideali come la fiducia nella scienza e nella tecnica.

L’individuo si sente parte di una società di elevata complessità, di cui domina solo una piccola parte.

Da una società a ruoli e classi ben definiti, si passa ad una concezione egualitaria che permette e sprona chiunque a realizzarsi come individuo. Ognuno è spinto ad una realizzazione biografica personale in tutti i campi del suo agire, ma risulta difficile inserire questo agire individuale in un quadro di riferimento collettivo che si è indebolito. In un mondo sociale fluido e complesso, la ricerca di senso è affidata ad individui non sempre preparati a gestire complessità e indeterminatezza. In questo ambito si può muovere la consulenza di matrice filosofica, per guidare gli individui e le organizzazioni, mediante pratiche di riflessività, a rapportare la propria esperienza biografica alla fluidità del sociale.

La crisi della modernità si esprime nella fallacia del modello di conoscenza scientifico come forma di comprensione razionale della realtà. Oltre alla complessità del mondo anche le spinte emotive dell’agire sociale pongono in crisi la razionalità.

L’interpretazione che tiene insieme emozioni, agire sociale e istituzioni è l’unica che può dar conto dell’attuale complessità.

L’autore evidenzia l’attualità del pensiero di Weber che vede l’affermarsi di un politeismo di valori dei singoli individui con la perdita del sacro, che coesiste con una necessità degli uomini ad esperirlo. Il contrasto tra la secolarizzazione del mondo moderno e la necessità del sacro è un altro dei motori per la ricerca di senso, non realizzabile con gli attuali strumenti conoscitivi, che si appoggiano a saperi troppo tecnici, specialistici e quindi frammentati.

L’autore si richiama alla teoria mimetica di Rene Girard come costruttrice di uno scenario sociale in cui la biografia individuale possa prendere corpo. Ci si riferisce qui alla teoria che nelle società arcaiche la violenza contro i simili veniva canalizzata esprimendosi contro una vittima sacrificale (capro espiatorio) all’interno di un rito. La rivelazione cristiana ha svelato la sostanziale uguaglianza tra vittime e carnefici, rendendo di fatto impossibile l’esclusione della vittima come processo catartico. Applicazioni di questa visione filosofica ad una pratica sono illustrate nel Cap. 8. La sorgente della rivalità risiede per Girard nel mimetismo, cioè nel desiderio di essere secondo l’altro, al fine di ricoprirsi di un ruolo ed essere accettati. Nel nostro mondo egualitario tutti hanno gli stessi diritti e rivendicano la propria capacità di autorealizzazione, in contrasto e in competizione con gli altri. Questa forma di rivalità non più canalizzata nel rituale sacro, genera la paura dell’esclusione dell’individuo da parte degli altri.

La competizione tra uguali, in caso di fallimento o frustrazione nella realizzazione dei desideri individuali (non più limitati da ruoli sociali rigidamente definiti), può generare frustrazione.

Per contrastare questa crisi, che si rispecchia anche nelle aree professionali, occorre utilizzare un tipo di conoscenza diversa da quella specialistica, in grado di rendere conto degli aspetti relazionali e emozionali e di inquadrare le biografie individuali in un più ampio contesto sociale.

Cap. 2 Una epistemologia delle pratiche filosofiche” – Roberto Frega

Negli ultimi tempi la filosofia si è prodotta solo in campi didattici, mentre la vocazione alla pratica è molto antica. La democratizzazione dell’accesso alla cultura crea un nuovo pubblico con una domanda di filosofia che non sia né accademica ma nemmeno divulgativa ad un basso livello.

La produzione e la pratica della conoscenza trovano oggigiorno una loro attuazione all’interno della relazione di consulenza, segnatamente non in quella di tipo tecnico o che comporti un mero travaso di conoscenze da un esperto ad un meno esperto, ma di quelle in cui il consulente si propone come colui che stimola un comune esercizio sulla produzione e l’uso della conoscenza.

La filosofia, centrale nei processi di vita ai tempi di Socrate, ancora protagonista dell’agire sociale quando le persone si mettevano in gioco nella politica, è attualmente confinata nel sapere accademico. D’altro canto, il luogo in cui ai nostri giorni ci si mette più in gioco è legato prevalentemente alla sfera lavorativa.

Nel mondo in crisi ed in continua evoluzione, le capacità autoriflessive e la formazione continua sono necessarie per adattarsi alla società e per seguire la richiesta di decidere in prima persona sul proprio agire. La conoscenza e la capacità riflessiva devono essere quindi generalmente possedute dalla popolazione attiva.

Bernhard Williams si pone come critico di una specificità della filosofia nella consulenza: accettato il primato della riflessività (una vita senza riflessione non vale la pena di essere vissuta – Socrate), non si motiva adeguatamente perché la filosofia deve rispondere meglio di altre discipline alla richiesta di riflessività, o se abbia una sua specificità nel farlo. La filosofia, secondo Williams, non può tornare allo stadio socratico di ricerca, perché non può prescindere dagli sviluppi successivi e non può dare risposte individuali perché oramai volta alla ricerca di assunti universali sull’esistenza.

All’opposto, Collins e Latemore argomentano a favore dell’uso della filosofia come strumento di riflessione all’interno di pratiche professionali come la consulenza manageriale, al fine di accrescere la consapevolezza che i manager hanno del loro agire riflettendo, apprendendo interrogandosi e riconoscendo i presupposti impliciti. Queste attività non si riconducono al solo accrescimento di capacità cognitive come il problem solving. L’approccio di Collins e Latemore, tuttavia, non specifica in che modo il manager-filosofo possa giovarsi dei concetti della filosofia pratica socratica.

La proposta dell’autore è di una terza via, dove la pratica filosofica coniuga uno stile di riflessione argomentativo e rigoroso, declinandolo però in ragione della comprensione di situazioni pratiche singolari. Utilizzando competenze specifiche, la filosofia può intervenire per

§ Costruire ampie cornici di senso per le esperienze degli individui

§ Gestire situazione complesse con approccio trasversale e multidisciplinare

§ Produrre analisi epistemologiche della realtà

Lo statuto della filosofia come disciplina è stato sfidato da altre discipline con cui ha avuto sovrapposizione di campo. Dall’inizio del Novecento, i maggiori concorrenti sono state le scienze naturali, mentre attualmente le maggiori minacce paiono giungere dalle scienze dell’educazione, della formazione e della psicologia, che assistono gli individui nei loro processi di trasformazione. Questo confronto, spinge oggi la filosofia a farsi pratica e ad interrogarsi anche sulle matrici teoriche di tale pratica. Il focalizzarsi sulle capacità di trasformazione fa passare in secondo piano l’esercizio della rappresentazione, fino ad ora prioritario.

Per definire la specificità delle pratiche filosofiche in ambito organizzativo occorre una riflessione sull’identità della filosofia. L’autore tenta una definizione minimale delle pratica filosofica.

Una caratteristica fondamentale della filosofia è stato sempre lo stile argomentativo, cioè la competenza specifica mostrata dalla filosofia in relazione all’analisi concettuale e alla pratica dell’argomentazione. Non possedendo un campo empirico su cui produrre sapere, la filosofia esibisce un’expertise specifica in relazione all’analisi di concetti e presupposti epistemologici di tutte le altre discipline. Vi sono poi alcune competenze chiave, o categorie, su cui le pratiche filosofiche devono essere basate. Su questo piano la filosofia si differenzia maggiormente dalla psicologia, poiché pone domande sul senso piuttosto che sul funzionamento di processi o su patologie dell’affettività.

§ L’orientamento, cioè il collocarsi di ogni disciplina in un quadro teorico che consenta di definire obiettivi e direzioni di sviluppo

§ L’analisi

§ L’articolazione, cioè la costruzione progressiva di senso attraverso la sua determinazione

§ La comprensione, uno stile di riflessione centrato sulla struttura relazionale del dialogo

Queste categorie definiscono la razionalità riflessiva che non si limita a ricercare il raggiungimento dei fini, come la razionalità pratica, ma si interroga su di essi ed è in grado di farsi carico delle domande di senso e non solo di quelle di efficacia.

La filosofia incontra la pratica in almeno tre modi distinti:

1. come epistemologia delle pratiche

2. come pratica specifica (vedi consulenza filosofica)

3. come competenza diffusa e pertanto implicita in pratiche di tipo non filosofico.

Cap. 3 La filosofia come ideologia della consulenza” – Stefania Contesini

L’autrice propone una lettura della consulenza come frutto di una cultura, di una teoria sull’uomo e sulla realtà che la fondano come pratica e ne orientano le modalità di esercizio. Molte forme di consulenza (generalmente non quelle di tipo più tecnico) tendono a nascondere i propri fondamenti teorici, che qui vengono definiti ideologia.

La consulenza può essere vista come fornitura di contenuti di expertise, come aiuto per la risoluzione di problemi o per la presa di decisione, ma anche come momento di ascolto, di aiuto e di contenimento di stati d’ansia.

Prevalentemente l’autrice intende analizzare sulle varie forme di consulenza alla persona, come la consulenza orientativa, il career counseling, il bilancio di competenze, il coaching, la consulenza esistenziale e in generale tutte le forme di counseling. Vengono tralasciate quindi le consulenze tecniche, ad esempio di tipo ingegneristico.

Staccandosi dal modello della consulenza tecnica, Schein ha teorizzato la consulenza di processo per promuovere lo sviluppo organizzativo in cui, sulla base di principi costruttivisti, lo stesso problema da risolvere, che all’inizio si presenta nebuloso, viene specificato all’interno della relazione. Il consulente, inoltre, non risolve il problema del cliente, in quanto questo possiede la migliore conoscenza della propria situazione e la migliore abilità per risolverla, ma ha necessità dell’aiuto del consulente per estrinsecare queste sue potenzialità.

Il counseling trae origine dalla terapia centrata sul cliente di Rogers: non è una psicoterapia, poiché l’obiettivo non è la guarigione, ma l’attivazione delle risorse che la persona possiede, per aiutarla nell’articolazione e nella risoluzione dei propri problemi; non si basa su una teoria della personalità.

La consulenza filosofica è l’utilizzo di conoscenze e abilità critiche del pensiero messe a disposizione dal consulente-filosofo per affrontare problematiche di diversa natura relative al significato dell’esistenza, a scelte difficili, a questioni etiche o politiche, ma anche affettive e del sentire. I clienti vengono supportati nell’identificare e chiarificare gli assunti impliciti e le idee che muovono i comportamenti, tutto grazie alla capacità della mente di autopensarsi e di autoesaminarsi. Generalmente i temi sono relativi a questioni di senso e di valore.

La consulenza filosofica, pur essendo di recente apparizione nel panorama delle pratiche, si presenta già con differenti teorie, per cui risulta non immediato individuare un’unica ideologia.

La consulenza filosofica parte dal presupposto che la filosofia possa essere una pratica e che possa rivolgersi all’individuale, cioè non sia destinata solo a discettare di principi universali, pur riconoscendo nell’individualità dei singoli problemi un legame con concezioni più generali. La consulenza filosofica si differenzia dalle altre forme di consulenza per essere orientata maggiormente alla ricerca di senso a partire dalla propria storia e facendo uso di riflessività, realizzando l’antico motto del conosci te stesso. La filosofia ha avuto come oggetto la produzione di concetti, compresa la loro reinterpretazione: questa attività si può riprodurre nella consulenza filosofica allo scopo di chiarire il significato profondo della storia biografica del cliente, analizzando anche la genealogia dei concetti, cioè come questi si sono formati nel corso del tempo.

La consulenza filosofica si distingue inoltre per potere applicare il proprio esercizio critico ai suoi stessi principi.

Cap. 4 spetti filosofici della consulenza di processo” – Roberto Frega

La pratica filosofica, nella sua accezione antica, ha da sempre riconosciuto il legame tra la ricerca del benessere e il rafforzamento della capacità deliberativa, realizzata mediante conoscenze tecniche e specifiche abilità di pensiero.

L’interesse qui si rivolge allo sviluppo delle competenze filosofiche introdotte nel Cap. 2.

La consulenza ha come oggetto la risoluzione di un problema: ma occorre prima definire esplicitamente quale sia il problema e quali siano i criteri per individuare una buona soluzione dello stesso. Storicamente ci si è occupati di tre situazioni diverse: una in cui il problema è dato e ben definito, per cui la risoluzione si ritrova in maniera algoritmica; una in cui il problema è il risultato di interazioni comunicative disfunzionali, risolvibili mediante approcci psico-sociali di tipo clinico; una in cui il problema è prevalentemente di una definizione di senso condiviso all’interno di un’organizzazione.

Nel capitolo viene esaminata la definizione di problema nel modello della conoscenza di processo per arrivare alla definizione di un approccio filosofico della consulenza.

La consulenza di processo parte dal presupposto che il cliente non sempre ha chiaro quale sia il problema, quale siano le competenze del consulente, ma al tempo stesso sia il migliore giudice di una soluzione proposta, in quanto migliore esperto della propria realtà. La consulenza di processo è quindi “una relazione con il cliente che permette a quest’ultimo di percepire, comprendere e agire sugli eventi che si verificano nel suo ambiente interno ed esterno allo scopo di correggere la situazione, secondo la definizione data dal cliente stesso”. L’approccio di Schein parte da una matrice di tipo psicologico, in cui le difficoltà della soluzione dei problemi non nascono dalla complessità degli stessi, quanto negli aspetti psicologici che impediscono una corretta esplicitazione del problema e un corretto utilizzo delle capacità del cliente.

In questo modo viene sottaciuto che la difficoltà alla risoluzione del problema può essere nella sua estrema complessità, che disorienta il cliente. Per la soluzione di problemi organizzativi complessi possono essere utili le competenze filosofiche illustrate nel capitolo 2.

La risoluzione del problema può iniziare da una determinazione dello stesso mediante la competenza di orientamento, ad esempio facendo ricorso a forme biografiche di ricostruzione dell’esperienza, che consentono un inquadramento dei problemi in un orizzonte più vasto.

L’articolazione può poi consentire di non schiacciare il problema ad una singola dimensione, semplificandolo eccessivamente.

La comprensione aiuta ad esaminare non solo la correttezza logica del ragionamento, ma anche il contenuto sostanziale delle credenze messe in campo, mettendo in luce i presupposti impliciti.

Le competenze di analisi sono richieste per approfondire i nessi tra gli orizzonti di senso.

Cap. 5 “Un approccio filosofico al coaching” – Stefania Contesini

Il coaching è un approccio della consulenza alla persona generalmente realizzato all’interno di organizzazioni aziendali o da un manager (interno) o da un consulente esterno, con lo scopo di trasmettere conoscenze dal coach al coachee. Poiché avviene in ambito di organizzazioni, si tratta di un approccio alla persona che si muove rispettando le finalità dettate dalla committenza, cioè dall’organizzazione. L’attività è diretta prevalentemente ai manager.

L’approccio descritto è di orientamento psicosociale, in cui si lavora sulle capacità di riflessione su di sé, sulle proprie esperienze e sulle proprie rappresentazioni e non su contenuti tecnici o comportamentali. Il fine è di migliorare le capacità del singolo in modo che possa migliorare la performance lavorativa all’interno dell’organizzazione. Le principali aree di intervento sono l’analisi delle proprie azioni e del proprio modo di funzionare, la trasformazione del il coachee costruttore di significati e la capacità di esprimere progettualità, cioè intravedere nuovi scenari che possano anche essere motivanti per i propri collaboratori.

Il coaching utilizza e ridefinisce alcuni oggetti comuni ad altre discipline. In particolare:

· Progetto: realizza la tendenza attualizzante degli esseri umani, definendo la possibilità di agire e di vedere gli effetti delle proprie azioni. Il coach ha il compito di rendere reale la tendenza attualizzante del coachee. Attualmente con il termine di progetto si indica in realtà una attività di pianificazione, i cui fini non sono determinati, e a volte nemmeno conosciuti dagli individui. Un coaching filosofico deve farsi carico di analizzare anche lo stesso concetto di progettualità.

· Azione: il coach deve spostare la visione dell’azione da semplice fare produttivo a massima espressione dell’abilità attuativa e comunicativa degli individui, occorre quindi considerare l’azione nel suo significato più ampio.

· Conoscenza di sé: normalmente l’analisi di sé e dei propri comportamenti viene utilizzata per affinare quelle caratteristiche ritenute utili dall’organizzazione e condivise in termini di cultura dagli individui per la realizzazione professionale e la competitività nel mondo del lavoro. Anche qui l’intervento della filosofia si impone per analizzare proprio le categorie con cui si analizzano i comportamenti degli individui. (ad esempio cosa è la leadership piuttosto che come sono come leader).

· Costruzione dei significati: Si propone di agire anche interrogandosi sui significati non separando la vita lavorativa dalla vita vera, per essere più efficaci. Il manager, aiutato dal coach, è un costruttore di significati nel suo ambiente. L’interpretazione di qualcosa di insolito che è successo è una nuova definizione di significati. Anche le organizzazioni producono discorsi, storie, che a volte possono semplicemente perpetrare un’ortodossia. Il coach può aiutare il manager ad analizzare il sistema di senso esistente e aiutando a crearne uno nuovo.

Come tutte le pratiche consulenziali, un aspetto del coaching filosofico è l’analisi profonda dei bisogni anche non esplicitamente espressi ed una eventuale ridefinizione degli obiettivi, in accordo con la committenza.

Il coaching filosofico dovrebbe proporsi quindi come strumento di analisi profonda dei presupposti dei problemi e delle loro conseguenze, non andando necessariamente contro le finalità delle organizzazioni, ma analizzando anche queste alla ricerca di soluzioni al di fuori del campo prestabilito.

Cap. 6 “Dal pensiero alla pratica. Riflessioni sull’epistemologia del counseling” – Carla Ruffini

La ricerca dell’epistemologia del counseling (consulenza alla persona) viene fatta in un’ottica filosofica di ricerca di senso e riflessività sui modelli proposti. Lo scopo è di dare una base teorica e una linea guida alle singole pratiche di consulenza alla persona. I principi esaminati sono i concetti di sistema e di complessità, di epistemologia costruttivista, di orientamento narrativo e autobiografico e di approccio fenomenologico.

Attualmente in molti settori scientifici si propone un modello di sistema aperto, che integra anche l’osservatore, nel nostro caso il consulente. In questo modello, i sistemi sono non stabili, non deterministici e capaci di nuove sorprendente evoluzioni. In contrasto con l’approccio meccanicistico, lo scopo non è stabilizzare il sistema, ma consentire eventuali evoluzioni.

Nel counseling classico il consulente ha il ruolo superiore d’insegnante, perché il consultante riconosce la propria mancanza di expertise e confida invece nella presenza di questa nel consulente. I cambiamenti identificati avvengono al livello di comportamenti, senza mutare la situazione generale del sistema omeostatico. Vi è una maggiore enfasi sulle tecniche a scapito della ricerca congiunta di senso.

In un approccio di counseling filosofico, sulla base della teoria di sistemi in, il problema oggetto della consultazione viene visto non come qualcosa da correggere per riportare il sistema all’omeostasi, quanto come una biforcazione che può portare a sviluppi nuovi e inattesi del sistema, auto-osservante, che comprende anche il consulente. Il sistema in evoluzione ha naturalmente una sua dimensione storica, e l’analisi non può limitarsi alla sola analisi del presente.

Il counseling filosofico sostituisce tecniche di tipo dialogico e riflessivo (come la ricostruzione autobiografica), che consentono al consulente di aiutare il consultante ad effettuare una nuova attribuzione di senso alla realtà, rispetto alle tecniche di tipo istruttivo e prescrittivo.

La nozione di complessità interviene per sostituire all’idea di un’unica possibile interpretazione del reale, l’interpretazione soggettiva come verità prevalente per il soggetto, che però deve confrontarsi con altre interpretazioni individuali. Il consulente aiuta il consultante nella costruzione della propria realtà, che sarà comunque un modello non onnicomprensivo.

Il costruttivismo radicale sostituisce al criterio della verità quello della “percorribilità” delle costruzioni individuali, quando conducono ad un esito positivo dell’azione del soggetto. Il consulente si concentra quindi sul proporre al consultante un’analisi e un’autoriflessione sulla propria logica peculiare, per verificare dove ha fallito, stimolando le capacità metacognitive del soggetto.

L’approccio fenomenologico ispira ad un forte ancoraggio all’esperienza dei soggetti, realizzabile ad esempio attraverso un paradigma narrativo-autobiografico che situa l’esperienza del soggetto nel mondo. Lo sguardo fenomenologico nelle pratiche di counseling vuol dire riconoscere e valorizzare i significati che le persone attribuiscono alla loro esperienza e fare di questi significati il materiale per costruire il nuovo sapere.

Gli interventi mirano ad includere la persona nel processo di consulenza e a responsabilizzarla nello sviluppo di un pensiero autonomo e critico.

Cap. 7 “Pensare e agire la narrazione” – Carla Ruffini

Questo capitolo affronta il tema della ricerca e costruzione di senso attraverso lo studio delle narrazioni delle biografie individuali come fondamento teorico per pratiche di consulenza individuale in ambito professionale e formativo. I soggetti nelle organizzazioni sono impiegati sempre in una costruzione di senso del loro agire comune, molto spesso nell’ambito di un racconto organizzativo.

La pratica di consulenza individuale qui esaminata vede il consulente assistere il soggetto nella ricerca e (ri)attribuzione di senso alla propria vicenda biografica.

Il soggetto non ha una definizione di identità statica ma si definisce in progress. Il suo iter personale non è predeterminato ma aperto problematico e sperimentale. Il soggetto ad identità aperta si costruisce dialogando con il suo vissuto, riesaminandolo, interpretandolo.

La narrazione si propone come metodo elettivo per restituire identità al soggetto decentrato, perché lo riorienta su se stesso e trae dai suoi vissuti una storia, lo rende personaggio ed in questo modo lo forma. Il processo narrativo è un processo di autoformazione che il soggetto compie assumendosi la cura di sé come compito e ponendosi il problema della propria forma e identità. L’analisi del vissuto tramite la narrazione di storie consente di aprirsi alla pluralità di esse, quindi alla possibilità di evoluzioni differenti rispetto allo stato attuale del soggetto, anche in relazione alle reciproche perturbazioni provenienti da altri soggetti, se la attività di consulenza avviene in un contesto di gruppo.

Le teorie della conoscenza hanno portato a distinguere tra conoscenza per sensibilità e conoscenza per coscienza (Bateson), tra logos e mythos (Morin). Bateson distingue la conoscenza per sensibilità come quella che si forma dal provare esperienze ed emozioni e comunicare su di esse; la conoscenza per coscienza è consapevole e finalistica e produce spiegazioni di eventi, Morin distingue tra logos cioè pensiero empirico teorico razionale e mythos, cioè pensiero simbolico, mitologico, magico. Nella storia della civiltà le due modalità di pensiero si sono scisse, ma hanno mantenuto una relazione, seppure di contrapposizione. La dimensione narrativa appartiene al mythos e alla conoscenza per sensibilità, mentre il pensiero scientifico tradizionale si riconduce all’idea di logos e conoscenza per coscienza.

Il pensiero narrativo non ha bisogno di confrontarsi con criteri di verità ma solo di coerenza interna e si occupa prevalentemente del particolare, dell’individuale e della ricerca di senso in essa. Anche la scienza, secondo Bruner, può essere vista in un approccio narrativo come una ridescrizione metaforica della natura.

Nelle pratiche di consulenza alla persona che si affidano a tecniche narrative, il soggetto, con l’aiuto di semplici “tracce”, ripercorre e ridefinisce le proprie esperienze raccontandole, definendo la propria identità anche integrando la propria interpretazione della identità riflessiva, frutto delle interpretazioni altrui.

L’approccio narrativo nel counseling procede circolarmente e ricorsivamente: non si tratta per lo più di un racconto lineare nel tempo, quanto di un continuo procedere avanti e indietro per assonanze tematiche e personali che consente nuove attribuzioni di senso inattese.

La narrazione può avere dei fuochi di attenzioni iniziali, che costituiscono l’ipotesi di lavoro inizialmente definita all’interno della relazione consulenziale. Tuttavia non occorre attenersi a temi specifici, in quanto è il soggetto stesso che viene preso come riferimento della realtà da rivisitare e analizzare.

La finalità dell’analisi che sostiene la ricostruzione biografica non è diagnostica o valutativa, ma essenzialmente formativa, in quanto produce stimoli per lo sviluppo della consapevolezza su di sé, sulle proprie risorse e sulla propria progettualità.

La modalità tipica è un colloquio in cui vengono definiti i fuochi e le dimensioni di indagine; viene assunta la autobiografia della persona; vengono posti quesiti e domande sulla narrazione; infine viene analizzata con il soggetto la narrazione effettuando una rielaborazione congiunta dei dati rintracciando significati emergenti.

Cap. 8 “Il capro espiatorio nella pratica professionale degli operatori sociali” – Stefano Tomelleri

Nel pensiero moderno e tardo moderno emerge la necessità di una pratica della conoscenza in grado di connettere la biografia individuale all’interno di più ampie cornici interpretative, legate alla società in cui vive.

In questo capitolo si cerca di interpretare empiricamente una situazione di disagio professionali di operatori socio-assistenziali (assistenti a bambini disabili), allacciandola al contesto storico più ampio di crisi della modernità. La base teorica è costituita dalla teoria mimetica di René Girard. Secondo Girard, le società arcaiche e precristiane hanno fondato il loro ordine sul sacro. Il sacro si manifestava mediante i divieti dei riti e le trasgressioni delle feste, che avevano l’unico scopo di risolvere il problema del sorgere della violenza in seno alla collettività. La violenza viene placata mediante la partecipazione collettiva al rito che prevede una vittima sacrificale, su cui si concentra la violenza della comunità. Nella società moderna si assiste ad un disincantamento dell’uomo moderno di fronte alle forme istituzionali del sacro, conciliabile con l’avvento del cristianesimo. L’evangelizzazione ha bandito il potere ordinatore della violenza rituale, non consentendo agli uomini di riconciliarsi attraverso il sacrificio del capro espiatorio. Il cristianesimo ha svelato inoltre l’ingiustizia della persecuzione di vittime innocenti e la possibilità di riconciliarsi con gli altri, resi simili a noi, mediante l’amore. Ma ancora persiste la logica dell’esclusione: gli operatori socioassistenziali, che sono coloro i quali difendono le vittime innocenti di discriminazione ed emarginazione (i disabili), sono portatori del messaggio di riconciliazione, ma sono confrontati e a loro volta vittime dell’ancora presente logica di esclusione dei diversi.

L’OSEA (Operatore Socio Educativo Assistenziale) ha il compito di facilitare la partecipazione di un disabile in vari contesti relazionali: il contesto scolastico (istituzionale), il contesto classe, il contesto famigliare e il contesto extrascolastico. L’operatore è sempre a fianco degli utenti in tutti i contesti interattivi, cosa che porta l’OSEA a prediligere la relazione a due con l’utente rispetto alle altre relazioni.

La ricerca si è svolta in gruppi di operatori in cui venivano narrate le esperienze professionali e successivamente analizzate alla luce del concetto di capro espiatorio, di esclusione e di riconciliazione. Nel descrivere l’idea che l’operatore ha di se stesso e l’idea che l’operatore presume abbiano di lui le persone che lo circondano, sono state utilizzate varie metafore, raggruppabili in quattro immagini: l’angelo (la presenza continua dell’operatore affianco al disabile); l’ancora (ruolo rassicuratore); il contenitore (ruolo di ascolto); lo specchio (ruolo di interfaccia tra il disabile e il resto del contesto interattivo).

Complessivamente l’operatore si rappresenta come un saldo punto di riferimento (ancora) sempre presente al fianco dell’utente (angelo) che svolge un ruolo di interfaccia (specchio) e di mediatore (contenitore) tra l’utente e gli universi circostanti.

L’analisi della narrazione collettiva viene condotta sulla base di tre stereotipi della teoria di Girard:

– Crisi o disgregazione delle istituzioni: si manifesta per gli OSEA nel non riconoscimento della propria professionalità e nella indifferenziazione, nella non distinguibilità tra operatore disabile

– Vocabolario della colpa: si manifesta per gli OSEA in una attribuzione di colpe alle varie entità coinvolte (OSEA, scuola, comune, famiglie), senza però che la condanna sia mai un’accusa unanime dei colpevoli, non chiudendo quindi il ciclo della colpa.

– Forme di esclusione: si manifestano nei confronti dei disabile, ma anche dell’OSEA, poiché appare sempre affianco al disabile e ne condivide lo stigma

Secondo l’autore, il meccanismo di esclusione dei disabili non si compie fino alla fine perché gli OSEA rendono quotidianamente visibili quelli che erano gli esclusi, facendosi portatori della nuova tradizione cristiana che non condanna le vittime. La contraddizione nel lavoro degli OSEA è tra la sempre maggiore attenzione alle vittime e il residuo del meccanismo di esclusione ancora presente. La contraddizione è vissuta quotidianamente ed è frutto delle modificazioni sociali che hanno portato all’indebolimento del ruolo di capro espiatorio come canalizzatore della violenza di gruppo.

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