Le radici junghiane del cinema italiano d’Autore. Intervista a Vittorio De Seta, il regista dell’Ombra

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 4, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2007

L’avventurosa storia del Cinema Italiano d’Autore percorre itinerari che non sempre passano per le autostrade intitolate a Fellini o Antonioni, o superstrade a tre corsie denominate Visconti e Bertolucci. Esistono sentieri, (gli americani le chiamano strade blu), che conducono il viaggiatore verso panorami inusitati e bellezze nascoste che soltanto chi vuole imparare a viaggiare può conoscere. Per questo motivo da anni ormai davo la caccia a un film introvabile e importantissimo, secondo me, dal titolo “Un uomo a metà” di Vittorio De Seta. Pur possedendone la sceneggiatura sapevo che il film era abbastanza diverso dallo script e pertanto ero curiosissimo di vederlo. Qualche anno fa avevo chiesto anche l’aiuto a quel nuovo e caro amico che è il regista Fabio Carpi, poiché egli ha collaborato alla sceneggiatura del medesimo. Sebbene Carpi sia stato generosissimo e disponibile con i suoi film, non aveva una copia della pellicola in questione e neppure notizie di De Seta da molto tempo. Ero riuscito ad appurare soltanto che viveva da qualche parte in Calabria e nessuno sapeva di più, né telefono né indirizzo. La ragione per la quale ero cosi ansioso di vedere il film e conoscere il regista era dovuta al fatto che, conversando con il mio amico e maestro Aldo Carotenuto, anni orsono ero venuto a conoscenza che De Seta conosceva bene il maestro di Carotenuto, di Fellini e di tanti altri intellettuali e psicologi e medici e scrittori che orbitavano nel mondo artistico e psicoanalitico della Capitale negli anni ’50-’60. Carotenuto nel suo libro Jung e la cultura italiana riporta una amabile conversazione con Fellini durante la quale viene citato un amico e collega di Federico, il regista De Seta, per merito del quale l’artista riminese è entrato in contatto con Ernst Bernhard, il medico ebreo allievo di Jung che era fuggito in Italia ai tempi della persecuzione nazista. La storia di Bernhard è stata più volte raccontata da tanti suoi allievi – pazienti, (lo stesso Carotenuto, Natalia Ginzburg, Fellini) ed è stato a lui dedicato anche un numero della Rivista di Psicologia Analitica (fondata da Aldo Carotenuto). Avevo letto da qualche parte che il film di Fellini Giulietta degli spiriti portava inizialmente una dedica a Bernhard che non ho trovato nelle copie in videocassetta e in dvd che ho consultato. Non ricordo neanche di averla vista sulla pellicola che vidi nei primi anni ’70. Forse si era trattato solo di una dichiarazione di Fellini, oppure di una informazione data a Tullio Kezich dal regista suo amico senza che poi si scrivesse mai la dedica. Fatto sta che poi ho letto nella sceneggiatura che il film di De Seta è dedicato espressamente ad Ernst Bernhard. Se un film viene dedicato ad uno psicoanalista questo è un motivo valido per andare in cerca del film in questione, ed è quello che mi sono proposto appena scoperta la traccia junghiana. Come sempre accade a chi cerca con fede e convinzione, ho trovato per serendipity il regista Vittorio De Seta una sera che ero dalle parti dell’Associazione Culturale “Apollo 11” di Roma fondata da un giovane ma vecchio amico (che ho ritrovato già sulla via del successo per la regia del docu-musical L’Orchestra di Piazza Vittorio), che guarda caso organizzava una retrospettiva del regista, con la presenza dello stesso. Da qui è cominciata la frequentazione telefonica, epistolare, telematica e di persona con questo gentiluomo siciliano che vive prevalentemente in Calabria, ma che ad oltre ottant’anni ha tanta voglia ancora di vivere, di viaggiare e di lavorare, come ha dimostrato recentemente con il suo bellissimo film “Lettere dal Sahara”. Vittorio De Seta si è dimostrato nei miei confronti di una cortesia e di una disponibilità davvero superlative. Grazie al suo aiuto sono riuscito a prendere visione di tutti (dico tutti!) i suoi film, dai primi documentari al film girato in Francia che è quasi più irreperibile di “Un uomo a metà”, L’invitata.

Se dovessi paragonare la portata della corazzata De Seta direi che l’unico calibro al quale si avvicina è quella dello scrittore E.M. Forster. Dice Arbasino a proposito di questo scrittore inglese che la sua fama aumentava ad ogni libro che non scriveva, che il suo valore cresceva per ogni opera che lasciava nel cassetto (ed infatti il bellissimo Maurice uscirà postumo). Pochi libri assolutamente meravigliosi, un’intensa attività critica, insegnamento ad Oxford, lunga permanenza in India. Una vita trascorsa nella dimora dell’impegno civile, della letteratura, della libertà. Così è anche il nostro De Seta che esordisce nel lungometraggio a poco meno di quarant’anni con Banditi a Orgosolo un film che ancora oggi ha molto da dire sul fenomeno del banditismo e non solo. De Seta ha girato due cortometraggi in Sardegna negli anni precedenti (Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia) e tra il 1954 e il 1959 altri che sono delle perle di etno-cinematografia (Vinni lu tempu de li piscispata, Isole di fuoco, Sulfarara, Pasqua in Sicilia, Contadini del mare, Parabola d’oro, Pescherecci, I dimenticati). Dopo il film sui banditi sardi che ottenne alla Mostra di Venezia del 1961 il Premio Opera Prima, e fu giudicato come «la sola rivelazione» del festival da parte della mitica rivista francese “Cahiers du Cinema”, il regista siciliano gira il celebre (solo per gli iniziati) Un uomo a metà. Questo film fu apprezzato da Moravia e Pasolini che ne scrissero tutto il bene possibile. Fu invece distrutto dalla critica ed il pubblico lo disertò. La rivincita di De Seta avrà luogo oltre quarant’anni dopo al Moma di New York che lo consacra tra i più importanti film del cinema italiano. Si accorgono di lui, quasi in contemporanea Martin Scorsese in America ed Agostino Ferrente in Italia. Tra i critici italiani che contribuiscono a riportarlo alla ribalta figurano Goffredo Fofi e Gianni Volpi che gli dedicano una lodevole monografia, “Vittorio De Seta, Il Mondo perduto”. Nel 1966, dunque quattro anni dopo “Otto e 1/2” compare quest’opera che secondo noi può essere considerata come il film ombra del film di Fellini. Non essendo dei critici cinematografici – come abbiamo più volte ribadito a Vittorio De Seta e confermiamo in questa sede – non intendiamo abbandonarci a elucubrazioni o interpretazioni che spettano agli addetti ai lavori. Desideriamo soltanto aprire una finestra psicoanalitica sulla lunga trincea della critica e lanciare una pacifica e inoffensiva ventata di idee – da addetti ai lavori della psiche – riguardo a una possibile lettura de “Un uomo a metà” come della parte nascosta e inguardabile, difficile e indigesta della natura umana che questo film cattura e mostra. In un mio prossimo volume verranno pubblicate le riflessioni allargate a tutto il cinema di De Seta e all’influenza della psicoanalisi nella sua opera. Mi limito per ora a citare soltanto il raro e pregevolissimo film L’invitata girato in Francia con Michel Piccoli, un vero capolavoro di essenzialità, eleganza e bellezza sul tema dell’incomunicabilità, tanto migliore di alcuni Antonioni sopravvalutati, e soprattutto ancora valido e giovane, senza una ruga. Dello stupendo Diario di un maestro (1973) ho accennato appena nella rubrica Viste di questo numero. Come Forster, De Seta ha portato a termine poche opere, una diversa dall’altra, tutte legate da fili invisibili ma tenaci, dei veri gioielli di rigore, etica e comunicazione, delle autentiche opere d’arte. La sua fama è cresciuta ad ogni film che non ha fatto e ci ha consegnato finora cinque film di rara poesia, una dozzina di documentari senza dimenticare il lungometraggio In Calabria.

Ospitiamo ora una breve conversazione con il regista a proposito delle sue radici junghiane.

Amedeo Caruso: – Lei è stato fra i primi artisti ed intellettuali a conoscere e frequentare Ernst Bernhard. Vuole parlarmene?

Vittorio De Seta: – Lo conobbi nel ’58. Avevo un fratello maggiore, Emanuele che tra il ’56 e il ’58, fu incarcerato e processato per reati di droga. Piuttosto ingiustamente. Ne uscì psicologicamente malconcio. Era instabile, aveva subito traumi in guerra. Lo ospitai per mesi. Uno psicologo incaricato dal tribunale suggerì una psicoterapia. Bernhard venne a casa mia, a Roma, all’Aventino. Sconsigliò un’analisi. La “psicoanalisi” era considerata allora, qui da noi, una scienza esoterica, scientificamente dubbia, tenuta in poco conto, osteggiata dalla Chiesa, dal partito comunista. Tuttavia quel dottore mi colpì. Avevo anch’io problemi psicologici.

Qual era stata la sua formazione?

Sono nato nel 1923, a Palermo. Di famiglia aristocratica, genitori separati; non avevo quasi conosciuto mio padre. Poca cultura durante il fascismo, poca formazione etica. Studi irregolari, convitti religiosi, anni di collegio in Svizzera.. Poi (1943-45) 2 anni di prigionia in Germania. Studi svogliati d’architettura. Passione per la lettura, un’oscura necessità di comprendere le cose. Nel ’47-’48 iscritto per un solo anno, al partito comunista. Nel 53 avevo deciso di fare cinema. Prima come aiuto regista. Dal ‘54 al ‘58 realizzai nove documentari di 10 minuti, apprezzati. Nel ’55 mi ero sposato.

Entrò allora in analisi con Bernhard?

Si, analizzavamo i sogni, parlavamo. Cosa insolita, prese in cura anche mia moglie. Ricordo che un giorno, in un momento di tensione, andammo da lui, per aiuto. Ci ricevette senza quasi parlare, preparò un thè e quando tutto fu pronto ci guardammo, con mia moglie: ogni contrasto era svanito. Questo era Bernhard. Faceva in modo che alle conclusioni si arrivasse da soli. Nel 1960 m’incoraggiò, mi “autorizzò” a fare Banditi a Orgosolo. Interrompemmo l’analisi per un anno.

È noto che è stato proprio lei a far conoscere Bernhard a Fellini. Com’era il suo rapporto con l’autore de La dolce vita?

Dopo il successo di quel film, il produttore, Rizzoli, finanziò la “Federiz”, una casa di distribuzione, affidata a Fellini, con l’intento di favorire il cinema d’autore. Aprirono una sede sontuosa in via della Croce. Ma non funzionò. Fellini, a causa del suo genio, particolare, non riusciva a badare al lavoro degli altri. Non aveva la pasta critica, cinefila, di un Pasolini, un Truffaut, uno Scorsese. Fra l’altro aveva un collaboratore, regista anche lui, al quale non andava bene niente. In poco tempo riuscirono a bocciare Il posto di Ermanno Olmi, Banditi a Orgosolo, già fatti, e Accattone, di Pasolini, pronto per le riprese. Ciononostante diventammo amici. Un giorno eravamo nella sua “500” bianca – che decisamente ci stava stretta, eravamo grossi tutti e due – in un piccolo largo, sopra il Tritone. Ci mettemmo a parlare e lui diede fondo al suo malessere, proprio come si fa con le persone conosciute da poco. Davanti a noi si apriva la prospettiva accattivante di via Gregoriana, dove abitava Bernhard. Un segno del destino? Ricordo come fosse adesso. Mi venne spontaneo dirgli: “Perché non vai da Bernhard?”. Ci andò in capo a qualche giorno.

Forse “Otto e mezzo” ebbe inizio proprio lì…

Non c’è dubbio, l’analisi ha avuto un effetto determinante su lui. In seguito ebbi tempo di riflettere. Con La dolce vita, aveva tirato fuori tanti contenuti inconsci e se li era trovati davanti, ancora segreti, dolorosi, insidiosi. Per questo stava male.

Vi siete frequentati in seguito? Soprattutto avete avuto modo di parlare del vostro comune analista?

Questo no, sarebbe stato imbarazzante. Non ci siamo quasi più frequentati perché non riesco a coltivare le amicizie. Non sono mai andato a Fregene. Fellini era un incanto, ti avvolgeva d’attenzione, simpatia, affetto. Poi, da quel momento, tutti e due lavorammo ad un film d’autoanalisi. Non ce lo siamo mai detto. Ci siamo persi di vista.

Sente di aver creato un film – Un uomo a metà – che rappresenta in un certo senso l’ombra di “Otto e mezzo”?

Oddio, che s’intende per “ombra”? Lo diciamo in senso junghiano? Certo che il mio film è stato l’ombra dell’altro, nel senso che Otto e mezzo ha riscosso un successo mondiale, visto da milioni di persone, vinto premi, riconoscimenti, mentre Un uomo a metà è stato distrutto dalla critica, apparso fugacemente nelle sale, insomma, ricoperto d’obbrobrio. Solo Pasolini e Moravia e pochi altri l’hanno sostenuto. Tuttavia a distanza di 40 anni viene ancora proposto. L’anno scorso l’ho rivisto negli Stati Uniti. Ci saranno state 500 persone, (e lì quasi tutte hanno fatto l’analisi), ma alla fine, mi è sembrato, ha suscitato ancora imbarazzo, disagio. È un film casto, eppure in Francia, nel ’67, la censura l’ha vietato ai minori di 18 anni. Che dire? Mi piacerebbe parlarne con Fellini. Certamente mi aiuterebbe a capire. Ma non ha molto senso chiedere a un autore un giudizio sulla sua opera, su quella degli altri. Un film è un tessuto fitto di sentimenti, pensieri, intuizioni. Perché tentare di sezionarlo col bisturi della cosiddetta “ragione”? Vorrei dire solo due cose: Un uomo a metà non è consolatorio e – come gli altri miei lavori – è un “film della realtà”, sia pure psichica.

Sono passati molti anni, cosa le è rimasto, quanto ha influito sull’uomo, sul regista De Seta, l’esperienza psicoanalitica? Pensa che sia stata decisiva per il suo percorso umano e professionale? Crede che il suo ultimo film, Lettere dal Sahara, risenta del lavoro con Bernhard?

Certo, l’influenza della psicanalisi è stata decisiva. Mi ha tirato fuori dal marxismo, dal materialismo. Con l’influenza junghiana ho riscoperto il senso del mistero, mi sono avvicinato alla religione. Mi è sembrato di tornare alla fede. Ma non ero soddisfatto, c’era qualcosa che non andava, non riuscivo a rinunciare alla ragione. Infine sono stato aiutato in modo decisivo dai saggi morali e religiosi di Tolstoj. Vede, è stato un percorso continuo. In sostanza non ho fatto i miei film dopo aver capito le cose, li ho fatti per comprenderle. Non mi sono mai specializzato. I film più che un fine sono stati un mezzo, (per questo sono pochi e diversi tra loro). Ma non vorrei prendermi troppo sul serio. È per dire che proprio il dinamismo, il coinvolgimento continuo, in prima persona, mi hanno impedito di naufragare nel nichilismo. Certo che il mio ultimo film Lettere dal Sahara risente del lavoro con Bernhard. Lui ha segnato la mia vita, in modo decisivo.

Che rapporto ha oggi con la sua vita onirica?

Non sogno più, o almeno non ricordo i sogni. Giorni fa finalmente ne ho fatto uno. L’ho trascritto ma non ho tentato di interpretarlo, come facevo una volta. Mi dispiace.

Sono quasi certo che De Seta tornerà a sognare e a interpretare i sogni come faceva una volta. Sono assolutamente sicuro che è tornato a farci sognare con il suo ultimo film “Lettere dal Sahara” che è una vera lezione di umanità ad occhi aperti, seppure nel buio delle sale cinematografiche. Il mio invito e la mia speranza sono di aver convinto i nostri lettori a tornare a vedere o a scoprire i suoi film, quelli di un vero, lucido e sincero maestro del cinema italiano.

Abstract

L’autore incontra una figura ormai mitica del cinema italiano, Vittorio De Seta, autore di quello che Caruso definisce il film “ombra” de “La Dolce Vita” di Fellini, “Un uomo a metà”. L’intervistatore paragona De Seta a E. M. Forster, lo scrittore inglese tra i più importanti del ‘900, la cui fama cresceva ad ogni libro che non scriveva; così è De Seta che con i suoi pochi film in oltre cinquant’anni ha segnato un solco indelebile nella cinematografia tricolore. In questa conversazione scopriamo che fu proprio De Seta a presentare il famoso Ernst Bernhard, (il medico e psicoterapeuta maestro di tanti bravi psicoanalisti e di molti importanti artisti italiani) a Federico Fellini. Abbiamo così un ritratto di uno degli ultimi mostri sacri della Settima Arte in Italia, che si dimostra un autentico gentiluomo (nobile lo è davvero per discendenza) nell’aprirsi per la prima volta su argomenti molto “psicoanalitici” e privati.

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L'autore
Amedeo Caruso