I giusti di Borges

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 44, Napoli, Liguori, 1998 – Estratto

“Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”, così conclude la poesia “I giusti” Borges. E chi sono gli inconsapevoli salvatori del mondo? Borges ne compila un’accurata e, certamente, moltiplicabile, politeistica lista. Stanno salvando il mondo quelli che coltivano il loro giardino, come raccomandava Voltaire, chi è contento dell’esistenza della musica, chi è contento dell’esistenza di Stevenson, chi ha il piacere di scoprire etimologie, il ceramista e il tipografo che fanno bene il proprio lavoro, chi accarezza animali addormentati etc.

Il poema si sostanzia di questa lista che s’illumina di senso nel verso finale riportato all’inizio. Verso che sembra rispondere da lontano a Empedocle e Sallustio, il quale ultimo ha disseminato il suo esile libretto su Gli dei e il mondo della propria ossessione per la distruzione. Sarà distrutto il mondo? La risposta dei greci è che il mondo non sarà mai distrutto, ridotto a deserto, svuotato del proprio essere mondo. Il mondo sarà sempre “cosmo” e dunque eterno ritorno della bellezza e dell’ordine ad essa avvinto.

Borges risponde a modo suo, ovviamente. Non è la provvidenza degli storici o quella di Manzoni (irrisa da Verga), non sono gli dèi, non è la saldezza della natura a salvare il mondo. Sono i giusti che fanno cose comuni, certo, ma con dedizione quotidiana. Sono i giusti che, dediti alla dedizione e, dunque, a un modo eccellente del dare e del darsi, salvano il mondo.

Il mondo ha bisogno d’essere salvato, ha bisogno dell’arte (ovvero del saper fare) degli uomini, non di tutti gli uomini, ma di alcuni di loro: i giusti.

Il mondo ha bisogno d’essere salvato e non ne sa nulla. I giusti lo salvano e non sanno di salvarlo. Né sanno dell’esistenza di altri giusti. Gli altri uomini, poi, li ignorano. O, comunque, non sono in grado di vedere le nozze segrete del mondo con l’arte dei giusti. E noi, dal canto nostro, mentre il mondo non sa d’essere salvato e mentre i giusti non sanno d’esserne i salvatori, ignoriamo che ci sia un salvato e un salvante.

Gli uomini più grandi sono per Nietzsche rimasti celati. E Nietzsche ha progettato anche di scrivere su “L’eterno ritorno” e di dedicarne la terza sezione agli artisti nascosti. E’ dunque nel silenzio e nel segreto, nell’invisibile dell’operare di alcuni uomini precursori e nella ignoranza che il superuomo è preparato.

E’ nel silenzio che Nietzsche ha pericolosamente costruito città sul Vesuvio, spedito navi su mari inesplorati, vissuto in guerra con se stesso e, dunque, è in silenzio che il filosofo ha sperimentato dentro di sé Zarathustra. Sperimentazione aristocratica, insomma, dalle labbra chiuse. Sperimentazione che trova un suo modello ideale, come s’è già detto nella sezione dedicata al sapiente stoico, in uno schiavo, Epitteto, del quale vengono encomiati il tacere, il non mettersi in mostra. Uno come Epitteto, scrive Nietzsche, va cercato nella moltitudine come il silenzioso e l’autosufficiente, uno che si difende dall’esteriore.

Si tratta qui d’un motivo che ricorre nel pensiero del filosofo tedesco e che si lega alla questione del superuomo. Sembra infatti che alla produzione del superuomo sia necessario l’isolamento degli uomini dotati, isolamento che si traduce anche in astensione politica, astensione dalle cariche, dall’ufficialità, dalla fama e che armonizza con il disprezzo degli eventi massa. Il superuomo si prepara dunque nel segreto, al di là del clamore e col favore del silenzio.

Borges, dal canto suo, apporta due modifiche sostanziali al motivo dei giusti che salvano il mondo. Per il poeta argentino i giusti sono uomini comuni e, come tali, potremmo dire, si ignorano, non sanno l’uno l’esistenza dell’altro e, oltre a ciò, sono ignorati. Il che certo non accade dei profeti o degli eroi (gli eroi greci, quelli medievali, ovvero i cavalieri, nonché quelli che si sono ripensati in Carlyle). Gli uomini comuni sanno semplicemente dell’esistenza di altri uomini comuni. Ignorano senza dubbio di salvare il mondo semplicemente comportandosi come uomini comuni.

L’ultimo verso di Borges sembra anche far trasparire la connessione che vuole la salvezza del mondo dipendente appunto dal mutuo ignorarsi dei giusti. E’ perché i giusti s’ignorano, è perché il ceramista non sa nulla del tipografo, ad esempio, o chi ama Stevenson non sa nulla di chi accarezza un animale addormentato, che il mondo si sta salvando.

Ma se adesso nessuno godesse di leggere Stevenson o anche se nessuno godesse di accarezzare un gatto che dorme, se una perversa sincronicità legasse tale somma di non godimento, il mondo se ne andrebbe in perdizione, sprofonderebbe nell’eterno d’un irredimibile deserto?

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Giorgio Antonelli