Il Diario di Aldo Carotenuto

Venerdì 4 Febbraio 1994

La vera felicità non è “altrove”

Chi conosce la mia professione e il mio credo teorico all’interno del dibattito culturale sulla psicoanalisi, si domanda se io sia una persona felice. L’interrogativo è legittimo, dato che trascorro la maggior parte del tempo a confrontarmi con anime angosciate, che chiedono aiuto e conforto in un mondo frenetico che non ha tempo di occuparsi delle tragedie. Non credo esista una risposta preconfezionata, perché ciò che identifichiamo con la felicità è di natura troppo personale, e la risposta è possibile soltanto nella misura in cui comprendiamo quali sono i veri bisogni e quali quelli indotti: buona parte del nostro tempo, infatti, trascorre alla ricerca di beni illusori e nella lotta per il perseguimento di obiettivi fasulli. 

L’ottica eroica, la lotta mitica dell’eroe contro i draghi che ostacolano il suo cammino verso la meta, ci tiene prigionieri, così che abbiamo perduto la capacità di gioire del percorso, accecati dall’ansia di raggiungere qualcosa. Mi sembra che possa delinearsi un tipo diverso di ricerca, che non consiste tanto nel raggiungimento di mete che inesorabilmente si moltiplicano all’infinito, quando nel riconoscersi erranti, nel conciliarsi col proprio presente, lavorando su quella scissione interna che ci spinge a definire la felicità come ciò che sta sempre “altrove”. 

Così concepito, il tragitto si trasforma proprio in un ideale goethiano, ed è per questo che io definisco la mia terapia come una terapia romantica. Certo questa filosofia dell’esistenza scatena molte invidie in coloro che vedono, nel progredire libero da falsi affanni, una condanna alla sterilità travestita da iperattivismo. Resistiamo alla tentazione di rispondere alla malevolenza delle persone, e non è neanche difficile, se solo si comprende da quale sofferenza e da quale senso di inferiorità sorga tanta cattiveria. Ed allora si può dire che la felicità è possibile, almeno da un punto di vista psicologico, soltanto se essa attinge ad una attività interpretativa degli eventi. Questo non ci risparmia dai dolori, ma li ridimensiona: comprendiamo così che i nostri ‘antagonisti’ sono in realtà gli alleati preziosi nella costruzione della nostra individualità e del nostro destino. 

L’antagonista che crede di operare per arrecarci danno, in realtà ci pone dinanzi alle nostre ferite, quelle da cui siamo generati come ‘individui’.

Tutto ciò dà una grande forza che ci consente di sperimentare la pienezza della vita, quando essa si alimenta della luce, della ricerca interiore, l’unica luce che soddisfi il nostro desiderio di felicità. 

Gli insopportabili maestri di vita

Il rapporto ‘maestro’ e ‘allievo’, che si costella in svariati ambiti, nel caso specifico della ricerca psicoanalitica diventa molto delicato. Non inserisce solo ad una trasmissione di ‘sapere’, inteso come bagaglio di nozioni e conoscenze tecniche specifiche, ma soprattutto implica il confronto radicale con problematiche affettive che coinvolgono entrambi i partner. 

Dalla psicoanalisi si cerca aiuto psicologico, non solo conoscenze teoriche. Si cerca un aiuto dall’analisi, in momenti di gravi difficoltà. Ed io, che ho già percorso questa strada accidentata, tento di dare il mio contributo, cercando di aumentare la mia e l’altrui consapevolezza. Però la trasformazione psicologica non può avvenire attraverso la menzogna, la sete di potere, e neppure attraverso la sola interpretazione, così vantata da analisti disinvolti, senza un confronto radicale con la propria dimensione inconscia. L’allievo è immerso in una particolare atmosfera emotiva, per la quale attribuisce al maestro e proietta su questi un insieme di aspettative onnipotenti che nascono dalla necessità di idealizzarlo, di renderlo un’incarnazione della perfezione umana. Questo momento è uno dei più pericolosi, perché il realizzarsi dei desideri diventa poi per molti la cartina di tornasole per verificare lo sviluppo del proprio cammino. Per me invece è fonte di amarezza. Infatti un vero progresso psicologico non si può misurare se non tenendo conto dei punti di partenza, ma questo raramente viene compreso ed allora inizia l’ostilità, il rancore e la sorda violenza. 

Leggendo la vita di Freud mi sono sempre domandato il perché la fedeltà degli allievi prima o poi venga meno, e la risposta mi è venuta col tempo, attraverso la mia vicenda personale. 

C’è qualcosa di insopportabile nella pretesa di essere guardati come ‘maestri di vita’, pur lottando perché ciò non avvenga. Si può solo trasmettere solo ciò che si è stati capaci di diventare. Per molti allievi questo è insopportabile, e nel tentativo di superare il maestro, accusandolo, imboccano una strada lastricata di un perpetuo livore. 

Sporcarsi con il fango

Da bambino ho fatto un sogno che non ho mai dimenticato. Dopo molti anni mi sono confrontato con esso – ero a New York, con uno dei miei primi maestri – tentando di decifrarne il messaggio e di fare tesoro del suo significato recondito. Ne venne un insegnamento molto importante, vale a dire la necessità di oltrepassare le apparenze, di guardare al di là della superficie, penetrando in profondità, anche se ciò implica precipitare nel fondo e sporcarsi con il fango. Solo così ci è permesso di poter poi soccorrere chi si trovi nelle stesse difficoltà: per sollevare chi cada nelle paludi della sofferenza psichica occorre sporcarsi le mani col medesimo fango. 

I problemi dell’Ombra

Sono uno dei pochi che mantiene un buon ricordo di Ernst Bernhard, colui il quale ha diffuso in Italia il pensiero di C. G. Jung. Il suo unico libro, “Mitobiografia”, per le edizioni Adelphi, pubblicato dopo la sua morte, è una summa di profonde riflessioni. Degli scritti che compongono questa opera mi è particolarmente caro quello dedicato alla problematica dell’Ombra, alla necessità di confrontarcisi, e di affrancarsi, invece, dall’identificazione con essa. L’identificazione con l’Ombra nasce nel momento in cui ci si attribuiscono quelle qualità negative che gli altri proiettano su noi stessi. Liberarsi da questa proiezione è un’opera difficile, che implica una differenziazione dal collettivo. Risulta infatti funzionale alla sopravvivenza di alcuni la proiezione di quei contenuti psicologici che risultano intollerabili alla loro coscienza. 

Nemici nei corridoi

Discutendo le tesi dei miei studenti faccio sempre delle strane esperienze. È ormai noto che, negli atenei italiani ogni professore è un nemico naturale dei colleghi. Di fatto non ho mai incontrato tanta assenza di cordialità e di solidarietà umana così come si può sperimentare all’interno dell’Università. Ma questa ostilità non è mai manifesta, si nasconde nei corridoi oppure emerge dall’oscurità quando bisogna discutere un lavoro dello studente. Allora vengono fuori attacchi del tutto gratuiti che sembrano rivolti alla tesi, ma che in realtà pareggiano i conti di immaginari torti subiti. Il torto maggiore, naturalmente, è soltanto quello di esistere. 

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L'autore
Aldo Carotenuto
Aldo Carotenuto (1933-2005) Ha insegnato Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali all'Università di Roma