Le madri non cercano il paradiso

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 11, Fioriti, Roma, 2010

Sinistre sensazioni, dense di un ché di indicibile e perverso, ci trascinano inquietamente davanti a una diade genitore-figlio che pare muoversi in una danza che stranamente li annoda.

Coppie passionalmente avvinghiate, innamorate, dove l’uno si perde nell’altro che non esiste più se non in unione col primo, lasciando sulla scia un odore di indecenza, che sa di incesto.

Una carezza violenta, una tenerezza imposta. Non un legame: una legatura, perpetrata attraverso la squalifica dell’Io e la paura della morte. Non l’incesto, ma l’incestuale: un’atmosfera dove la profanazione non ha attraversato la carne ma è andata diretta alla psiche, attaccandola in maniera equivalente a un incesto sessualmente agito.

Non il mito di Edipo, ma quello di Periandro: un re che fa l’amore con la madre. Come Edipo sì, ma non per divina maledizione, per un inganno umano: Periandro si unisce con la madre al buio, convinto di possedere una giovane che bramava per lui. La luce gli svela l’inganno e lo conduce alla follia: l’incesto era stato voluto da sua madre, che per trattenerlo e punirlo decide di invaderne la carne e lo spirito.

Perché Periandro peccava, peccava nell’unico modo che la madre non poteva tollerare: cresceva, si individuava, correva lontano da una madre che ne aveva voluto fare il proprio feticcio.

Abbiamo conosciuto il bambino che desidera bramosamente la madre, Freud ci ha aperto gli occhi mostrando la fondamentale importanza del triangolo edipico come base per la tolleranza dell’alterità e l’investimento sul mondo. Ma la possibilità dell’edipo è una fortuna, che segue a un travagliato periodo che attraversa le colonne d’ercole, quelle della seduzione narcisistica tra madre e bambino.

Gli sviluppi della psicoanalisi sono sempre più andati al cuore del rapporto madre-bambino, studiando le possibili anomalie derivanti delle distorsioni d’attaccamento tra i due. Ma è nell’opera dello psicoanalista francese Paul-Claude Racamier che il dramma di un legame perverso tra la madre e il bambino viene affrontato senza veli in tutte quelle parti che altri autori avevano costeggiato senza mai tuttavia addentrarsi, pietrificati forse dal terrificante sguardo che l’incestuale possiede.

C’è un lutto che deve essere affrontato. La posta in gioco è la vita, l’esistenza psichica. Tale lutto è quello che Racamier chiama lutto originario, il primo evento di separazione che l’individuo deve percorrere per darsi pace della natura transeunte dell’esistenza, scoprendo che la madre può esistere come essere differenziato e venire allora finalmente investita libidicamente, preparandosi così allo stadio edipico:

“Egli troverà l’oggetto, un oggetto che si distingue e si investe, si desidera e si respinge, si delimita e si interiorizza, si ama e si odia: una madre. Si è allontanato da una madre che è come un’atmosfera, e la rimpiange; scopre una madre che è un oggetto, e la desidera”

In questo processo, madre e figlio debbono necessariamente darsi la mano, recidendo un legame che fino a quel momento li aveva quasi simbioticamente uniti, e che tuttavia non aveva fatto altro che preparare a questo momento. Bisogna sapere di poter esistere anche senza l’altro, e tale capacità deve innanzitutto essere della madre. Una madre che abbia saputo far fronte ai lutti della propria esistenza, che abbia imparato a tollerare l’alterità, una madre che cerchi il paradiso.

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L'autore
Alessandro Uselli
Alessandro Uselli
Specialista in Psicologia clinica e psicoterapeuta. alessandro.uselli@gmail.com