M. Ammaniti [et al.], Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Roma, 1991

a cura di Chiara Illiano

Il libro raccoglie una serie di contributi di importanti psicoterapeuti e ricercatori sul tema della narrazione in psicoterapia e dello sviluppo delle rappresentazioni nel corso della vita di ogni individuo.

La definizione di rappresentazione viene data sin dalle prime pagine del libro ed indica due diversi concetti:

– da una parte una organizzazione interna raggruppante in se immagini mentali, integrate e inserite all’interno di esperienze personali e “disposizioni relazionali” di sé e degli altri,

– e dall’altra le caratteristiche cognitivo affettive e i contenuti delle stesse.

Rappresentazione intesa come “attività intenzionale” che risulta essere alla base di ogni esperienza psichica, collegabile tanto agli aspetti emozionali e affettivi, quanto a quelli cognitivi e le cui modalità espressive e organizzative si possono vedere sia a livello conscio e riflessivo che inconscio e pre-riflessivo.

Le rappresentazioni, come afferma Sandler nel suo contributo, vengono costruite sin dall’infanzia e permettono al piccolo di sperimentare sensazioni provenienti dal mondo esterno al Sé, di organizzarle e strutturarle generando significato. La rappresentazione del Sé riguarda tutti quegli aspetti dell’esperienza, sia essa interna o esterna, che il bambino vive come propri, come facenti parte di Sé; questa percezione può essere conscia o inconscia, ma questo nulla toglie al processo in sé per sé. Il bambino è, quindi, sin dall’inizio in grado di creare e organizzare le immagini del proprio ambiente interno ed esterno, ma questa prerogativa si perfeziona e cresce nel corso della vita, diventando un bisogno vitale dell’adulto in quanto sarebbe l’unico modo per accedere all’inconscio attraverso la costruzione di modelli mentali.

La rappresentazione, allora, è una categoria fondamentale dello psichismo, come scrive Cesaro : “è ciò che può rappresentarsi nell’immediatezza del vissuto, come un luogo, per così dire, non riducibile né al mondo interno del corpo né al mondo esterno”. La rappresentazione può esplicitarsi solo mediante l’uso della parola, parola che svolge anche un’altra utile funzione, ossia quella di arricchire la rappresentazione stessa. Ma la parola rappresenta anche un profondo limite, in quanto pone un freno alla significatività e così a volte l’individuo usa altre vie per esprimere ciò che sente: “Ciò che non è possibile rappresentare non è possibile narrare, se non, talvolta, attraverso il corpo che giova l’azione in luogo dell’utilizzo del simbolo”.

A questo punto non può che essere introdotto il secondo tema trattato nel libro: la narrazione. Narrazione che, all’interno della seduta di analisi, si esplica in un dialogo da cui nasce una storia narrata da entrambi i protagonisti: il paziente che esprime la propria esperienza ed impara, grazie anche all’aiuto del terapeuta, a interloquire in modo aperto e affidabile, e l’analista che ascolta il materiale portato dal paziente e lo rinarra integrandolo e dandogli senso. Secondo Galdo, il processo di risignificazione, a livello temporale, non può essere definito un processo lineare; il paziente, infatti, porta una storia i cui significati espliciti e immanenti, ricollegabili a bisogni e desideri, non sono mai quelli più profondi, in quanto il loro significato vero e puro sarebbe racchiuso nell’inconscio e bloccato nell’a-posteriorità. Attraverso il percorso di analisi il paziente riesce a trovare una sua realtà ed il ruolo dell’analista si configura come quello di un Virgilio che accompagna il paziente alla scoperta di essa.

Ma esiste anche una narrazione quotidiana, che trova uno spazio nella vita di ogni giorno. Sin dall’infanzia la sua funzione risulta quella di dare al bambino “un genere di discorso entro cui i bambini riescano facilmente a inserire e ad articolare le loro particolari prospettive(…), la vicinanza emotiva della narrazione(…) al mondo del bambino.” Il bambino all’inizio della sua vita rappresenta se stesso e gli oggetti mediante ciò che giunge a lui dall’interno o dall’esterno; la rappresentazione di Sé e dell’oggetto , però, necessita della consapevolezza della differenziazione di entrambi gli attori in gioco (in questo caso il Sé e gli oggetti) ed è proprio questa non differenziazione che, il più delle volte, ostacola la narrazione. C’è quindi un problema di base legato alla narrabilità di Sé e dell’oggetto, il quale viene a rappresentarsi come un puro e semplice ricettacolo di proiezioni, perdendo la sua individualità.

Secondo l’autore del libro, Massimo Ammaniti, ci sarebbe in ogni persona un bisogno innato e profondo di costruire la propria autobiografia, ossia creare una narrazione abbastanza coerente della propria vita che produca un effetto sulla percezione della realtà e sui comportamenti. Queste narrazioni si modificano con il tempo, con nuove esperienze e nuovi incontri, soprattutto nell’adolescenza oppure in casi particolari della vita (la nascita di un figlio, una storia d’amore particolarmente coinvolgente…). Quindi sarebbe questo quello che porta il paziente in analisi? Una sua costruzione della propria vita che ha un effetto sulla percezione della realtà e sul modo di agire del paziente? In tutto ciò la “verità storica”dove si pone? Secondo Corrao, grande studioso di Wilfred Bion e della scuola kleiniana, la verità sarebbe una “struttura dell’esperienza soggettiva, anzichè un carattere delle registrazioni oggettive” , evidenziado così la profonda differenza che corre tra questa concezione e quella che vede la verità come la manifestazione di qualcosa che è realmente accaduto e la storia narrata dal paziente come modo per raggiungere la realtà oggettiva dell’evento. Secondo Schiller “il testo, la trama narrativa, possiede una funzione conoscitiva nella misura in cui non si limita a rievocare gli eventi, ciò che è accaduto, bensì ciò che può essere accaduto o ciò che può accadere ancora, secondo verosimiglianza e necessità”. Cambia, quindi, anche la figura dell’analista che non può essere escluso da questa concezione ed essere immune ad ogni influenza e soggettività. Sempre secondo Corrao, infatti, tutto ciò che emerge in seduta, quindi anche le interpretazioni del terapeuta, i resoconti clinici, le teorie ermeneutiche ed esplicative, appartengono alla categoria dei “gruppi di trasformazione a carattere narratologico o narrativo”. Un riferimento, quindi, alla dualità presente all’interno della seduta di analisi, al rapporto tra paziente e analista, all’importanza della loro relazione e del contributo di entrambi. Dualità che trova ampio rappresentante in Bollas che esprime chiaramente questo concetto nel brano che segue e che, a mio avviso, può essere considerato una perfetta conclusione, un bellissimo passo della sua esperienza personale: “Via via che il paziente presenta frammenti della sua storia, una serie interminabile di scene in cui compaiono la madre, il padre, i fratelli e le sorelle, episodi della vita attuale, sogni e ancora sogni, strati su strati di silenzi, sento che dentro di me si forma un condensato di queste storie, immagini, astrazioni, ecc…che dà vita a un oggetto singolare in continua evoluzione: il paziente dentro di me”. I sogni dei miei pazienti diventano i miei sogni(…). Il racconto mi fa spostare da un luogo all’altro, vivere avventure anche assurde”.

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