Amare qualcuno che non c’è. Il motivo letterario del sez vezer e l’anima

Amare qualcuno che non c’è. Il motivo letterario del ses vezer e l’anima, in Synthesis, 6, Roma, Di Renzo Editore, 1994

Nulla possono gli uomini senza la finzione di un inizio. Più o meno con queste parole aveva a suo modo risolto il problema d’iniziare il suo “Daniel Deronda”, romanzo pressoché sconosciuto al lettore italiano, George Eliot. E Byron aveva già affermato, all’inizio del canto quarto del Don Juan, che niente è più difficile dell’inizio in una poesia se non, forse, la fine. Il metodo usuale, nell’epica almeno, scrive Byron, sembra essere quello di sprofondare il lettore “in medias res”. Il modo di Byron, diversamente, è quello di iniziare dall’inizio.

Una sollecitazione in tal senso Byron deve averla ricevuta da Sterne, il quale, nel raccontare la “Vita e le Opinioni di Tristram Shandy”, era partito dal concepimento stesso del suo eroe, concepimento avvenuto sotto un’inquieta stella dal momento che, sul più bello, la madre aveva pensato bene di interrompere inopportunamente l’opportuna foga del marito chiedendogli se si era dimenticato di caricare l’orologio.

Ora, al momento che in queste pagine si tratta d’un motivo letterario, il motivo dell’amore “senza vedere”, il problema dell’inizio sembrerebbe porsi ancora una volta come difficilmente eludibile. Anch’io però, come George Eliot, non posso fare a meno di pensare all’inizio o, ancora meglio, all’origine come a una finzione. Ovvero a un antefatto dell’anima. A un fatto, cioè, che appartiene già da prima all’anima.

L’origine è adesso. In principio è il racconto. Agostino, che ha ridefinito la storia per l’intero eone cristiano nel “De civitate Dei”, ha scritto, in quelle ultime confessioni che si chiamano “Retractationes”, d’aver riflettuto tutta la vita sul problema dell’origine dell’anima senza aver mai potuto trovare la soluzione.

La stessa impossibilità si è imposta ad altri esegeti. Godescalco, monaco sassone del IX secolo, sostenitore a oltranza dell’eretica dottrina della doppia predestinazione nonché autore d’un trattatello sull’anima, gode di citarne alcuni e illustri: Fulgenzio di Ruspe, Gregorio Magno, Cassiodoro. Gode di citarli e si compiace del dubbio di Agostino. Come se sulla questione dell’origine dell’anima occorresse comunque capacità negativa, ovvero un atteggiamento di pazienza nel dubbio.

L’origine è adesso e ciò rende inutile ogni sforzo di rinvenirne una. Sul che deve aver meditato anche Wittgenstein allorché pensò al ragionamento come a una catena che non ha più sostegno di quanto ne abbia il pianeta terra. E ciò non diversamente dal linguaggio, le cui regole, pensava il filosofo austriaco, non sono dedotte dalla natura della realtà.

Di conseguenza per quanto si cerchi di abbigliare l’inizio del nostro ragionamento, il ragionamento in realtà non è mai iniziato.

Ora, appunto questa è la mia percezione quando mi sembra di fare anima. Quando faccio anima o, piuttosto quando l’anima fa me, allora nessun ragionamento è mai iniziato e niente ha sostegno più di quanto non ne abbia il pianeta terra. Questa mancanza di sostegno, poi, si traduce in un “senza vedere”, ovvero, abbracciando l’altro volto del sintagma, in un essere soltanto visto.

Per altri versi, edotti nella misura del possibile da Tao, sincronicità, enantiodromie, corrispondenze macrocosmo-microcosmo, armonie prestabilite, sintropie e simili, siamo legittimati nel presumere che tutto risponda a tutto. Tutto nell’universo chiede d’essere analogizzato, alchemizzato. Se questo è vero o, meglio, se tale cifra del rispondere è reale, “wirkt”, come direbbe ad esempio il pronipote impossibile di Goethe, allora siamo gettati alla semplice constatazione che, iniziando da un luogo qualsiasi, è possibile, in modi il più delle volte inconsulti, imprevisti, indecidibili, arrivare a ogni altro luogo. Ogni luogo è infatti al tempo stesso irrilevante e necessario, altro e medesimo.

Cosa caratterizza del resto l’archetipo che Jung strenuamente voleva diverso dall’idea di Platone? La ridondanza.

Una forma ulteriore della ridondanza è costituita dal ripetersi sulla scena del mondo di questo o quel motivo letterario. E’ in quest’ottica che, a partire da uno dei frammenti del “Catalogo delle donne” o “Eèe” di Esiodo, l’autore della “Teogonia” e delle “Opere e giorni”, desidero in segreto parlare dell’anima, ovvero lasciare che essa parli nonostante me, la siepe delle parole e la pressante, per quanto lontana, vicinanza della morte.

Si tratta d’un parlare cui fa da schermo, ovviamente, il pretesto del motivo letterario. Ma, dal momento che l’anima, quest’amante invisibile da cui ogni giorno e ogni notte ci lasciamo derubare, sembra prediligere i pretesti, in particolare letterari, e contornarsene come se sempre attraversasse la scena del mondo bisognosa di cortei, seguiti, processioni, avida di apparizioni e sparizioni (come ci hanno mostrato, tra gli altri, Boiardo, Ariosto e Tasso) allora ben venga il pretesto del “senza vedere”. In definitiva i pretesti assomigliano agli angeli, sono comunque portatori di messaggi, sono anzi messaggi essi stessi.

Condividi:
L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli