Ferenczi «nonno» della Gestalt

Adattato da: Giorgio Antonelli, Il mare di Ferenczi. La storia, il pensiero, la vita di un maestro della psicoanalisi, Roma, Di Renzo Editore, 1996.

Serge Ginger pubblica nel 1987 il testo La Gestalt. Terapia del «con-tatto» emotivo. Nel testo il nome di Ferenczi compare a più riprese, e in modi circostanziati. Nella ricca e frastagliata genealogia della Gestalt Ferenczi figura come un precursore. In un paragrafo dedicato esclusivamente allo psicoanalista ungherese, l’autore si dichiara contento di poter contribuire alla «riabilitazione», fra gli psicoanalisti, dell’«impopolare», così lo chiama, Ferenczi. I suoi «scritti controversi» continua Ginger «trattano argomenti che attualmente costituiscono il cuore della ricerca psicoanalitica». A Ginger Ferenczi appare insomma come «uno degli autentici precursori della terapia della Gestalt», il «nonno della Gestalt». Ci sarebbe da chiedere se, in questa nominazione parentale, Ginger si sia riferito intenzionalmente a una famosa seduta riferita da Ferenczi, seduta nella quale questi veniva chiamato, appunto, «nonno». Il testo ferencziano, tratto da un contributo del 1931, «Le analisi infantili sugli adulti», sembra particolarmente affine all’esperienza gestaltica. Scrive del suo paziente Ferenczi che «D’improvviso- nel mezzo del discorso- mi passò un braccio intorno al collo e mi mormorò all’orecchio Senti nonno, ho paura che mi nasca un bambino.» Al che Ferenczi entra nel gioco e invece di parlare del transfert «e altre cose simili» si rivolge al paziente bisbigliando come lui: «Beh, che cosa te lo fa pensare?». Se la mia ipotesi è esatta, allora occorre rinvenire nella giocoanalisi di Ferenczi uno dei luoghi di nascita della terapia della Gestalt, anche se Ginger non la nomina esplicitamente (parla tuttavia di neo-catarsi, nella quale la giocoanalisi è inclusa).

Ci si propone dunque una possibilità di leggere Ferenczi insieme alla terapia della Gestalt. Si tratta qui, ovviamente, di consonanze, ma di consonanze che vale la pena di non passare sotto silenzio. Molto dell’atteggiamento terapeutico di Ferenczi, del resto, si lascia ben comparare con il dettato delle psicologie umanistiche, salvo poi fermare il confronto là dove entra di scena l’inconscio che costituisce il discrimine tra esse e le psicologie del profondo.

A ridosso di un forse impossibile e comunque improbabile parallelo Ferenczi-Perls, gli psicoterapeuti della Gestalt hanno effettivamente citato il nome di Ferenczi, ne hanno riconosciuto la rilevanza. Valga su tutti l’esempio fornito dal volume di Serge Ginger. Ginger sostiene la tesi d’una «importante influenza indiretta» (e in base a quanto precede mi sembra di poter accogliere senz’altro l’aggettivo «indiretta») di Ferenczi su Perls e la terapia della Gestalt. Il termine «indiretta» viene motivato da Ginger in ragione del fatto che essa sarebbe stata mediata da psicoanalisti per diversi motivi vicini a Ferenczi (tra i nomi citati figurano quelli di Rank, Fromm, Clara Thompson, Bateson, Kohut, Karen Horney, Melanie Klein, Balint e Winnicott).

Quali sono gli elementi che rendono la tecnica di Ferenczi consonante con la terapia della Gestalt? Molteplici: a partire, ovviamente, dalla tecnica attiva. Perls era annoiato a morte dalle sedute classiche impostegli dagli psicoanalisti ortodossi e «passivi» i cui nomi abbiamo già citato. Ginger interpreta la tecnica attiva come una tecnica modulata a misura dei bisogni del paziente. Gli interventi attivi includono così i suggerimenti ma anche «proposte di messa in atto corporea dei fantasmi». La tecnica attiva costituisce, secondo Ginger, un’anticipazione della terapia della Gestalt. Ciò che qui risalta in modo particolare è il suscitare da parte di Ferenczi, in virtù delle sue ingiunzioni e proibizioni, «un materiale agito significativo al fine di trasformare poi questo materiale in ricordo» . Una posizione in linea, oltre che con Rank, anche con Alexander e, aggiunge Ginger, con autori diversi quali Malan, Mann, Watzlawick, Bandler e Grinder e le «psicoterapie ultrabrevi » di Milton Erickson.

Che la tecnica attiva anticipi la terapia della Gestalt lo si può constatare nell’analogia esistente tra il trattamento riservato da Ferenczi ai pazienti che non associano e quello praticato da James Simkin con i pazienti che dicono di non sognare. Ferenczi s’è più volte posto il problema della trattabilità terapeutica dei pazienti caratterizzati da una scarsa attività fantasmatica. Accade con loro che anche le esperienze più significative, contro ogni previsione, non siano tali da suscitare alcuna reazione emozionale. Si tratta in questo caso di recuperare le reazioni adeguate (la paura, la rabbia, l’eccitazione etc.). Tale recupero risulta tanto più difficile da conseguire, quanto più il paziente insiste nel non associare, nel sostenere che non gli viene in mente nulla. Di fronte a un tale dispiego di mezzi resistenziali Ferenczi autorizza il paziente «a inventare queste reazioni nella fantasia». Sulle prime il paziente oppone all’autorizzazione (che è una prescrizione) dell’analista quella che Ferenczi chiama «l’arma delle resistenze intellettuali». Protesta che il procedimento è innaturale, privo di spontaneità. Successivamente, però, una volta entrato nel gioco delle fantasie inventate, «ne viene sopraffatto». Il gioco diventa giogo.

Ferenczi ha avuto modo di assistere all’evoluzione di queste fantasie e al loro sfociare in vissuti intensi, allucinatori, vissuti di angoscia, di ira, di eccitazione etc. Egli chiama tali fantasie «indotte» e ne sostiene il valore analitico. A volte, quando il paziente non produceva (portava fuori) alcun materiale, nonostante le pressioni (prescrizioni), Ferenczi adottava un’ulteriore accorgimento, quello di «fargli intendere direttamente che cosa all’incirca avrebbe dovuto sentire, pensare o fantasticare nella situazione in questione.» In questi casi, va da sé, Ferenczi attribuisce maggiore importanza al materiale aggiunto dal paziente, piuttosto che a quello al paziente suggerito. A una interazione analitica del genere consegue in genere un vissuto postresistenziale. «Chi si lascia sorprendere in questo modo» scrive Ferenczi «nonostante l’intensità dell’esperienza delle fantasie indotte prodotte durante la seduta, fa il possibile per demolire la loro forza di persuasione prima della seduta successiva.» Ciò rende necessario che il paziente riviva più d’una volta la singola fantasia in questione, che inventi e reinventi più volte la scena, «affinché rimanga in lui una traccia di persuasione». Una «traccia di persuasione», ovvero il prodromo diretto del sapere analitico. Tutto ciò, insieme a interessanti esemplificazioni cliniche, è riferito da Ferenczi nello scritto Le fantasie indotte. L’«attività» nella tecnica dell’associazione, che deriva da una conferenza tenuta nel maggio del 1923 alla Società psicoanalitica ungherese e che fu pubblicato l’anno successivo. Si tratta a mio parere d’uno degli scritti più interessanti di Ferenczi.

E veniamo alle mini-lezioni gestaltiche di James Simkin, che di Perls è stato allievo e poi amico e collaboratore. Un giorno gli venne rivolto un interrogativo abbastanza comune allorché si tratta di sogni e del sognare. Cosa deve fare il terapeuta con i pazienti che dicono (e insistono) di non sognare? Come deve comportarsi col loro blocco, dal momento che, a dispetto di quanto dicono, essi certamente sognano? Qui, come si vede, la situazione non è granché dissimile da quella prima considerata in Ferenczi. Pazienti che non associano e pazienti che non sognano sono analogamente inibiti in quella che Ferenczi chiama «produzione fantasmatica». Una possibile tecnica gestaltica in questo caso (non però quella adottata di Simkin), tanto semplice, quanto efficace e, nello stesso tempo, prossima alla tecnica adottata in casi analoghi da Ferenczi, consiste nel far parlare il paziente (che diceva di non sognare) «con il sogno che non c’era». Risultato: il paziente ha cominciato a sognare.

Un’altra tecnica contempla l’uso della famosa sedia della Gestalt. Quando il paziente gli dice di non aver sognato, il terapeuta prende una sedia e gli dice di mettervi sopra il sogno che quello non ricorda. Non solo. Gli chiede di parlargli e gli suggerisce anche come cominciare: «Digli: mi stai scappando». «E il sogno dice: ‘Non ti sto scappando; sto cercando di entrare, razza di cretino!’, e il paziente sviluppa la consapevolezza che lui sta proprio comportandosi così.» Dal canto suo Simkin preferisce che «la persona dica che non sogna, che si renda conto che non sogna.» A fronte di questo, che chiama «sabotaggio», Simkin prescrive al paziente di non sognare .

Un altro aspetto che va messo in evidenza in ordine alla consonanza di Ferenczi con i terapeuti della Gestalt riguarda il tipo di pazienti «difficili» con cui Ferenczi ha avuto a che fare e alla sua convinzione secondo cui, contrariamente a quanto ha ritenuto una certa ortodossia psicoanalitica, non esistono pazienti impossibili. Per tali pazienti «difficili» Ferenczi ha col tempo elaborato tecniche neo-catartiche, d’indulgenza, di maternage, rinunciando alla «regola» della frustrazione mantenuta dallo psicoanalista classico. Ferenczi fa intervenire la propria equazione personale nella seduta terapeutica e ciò (l’elasticità tecnica) implica la costruzione d’uno stile terapeutico personale che, come ricorda Ginger, è perseguito dai terapeuti della Gestalt, i quali, lungi dal rivendicare uno statuto di scientificità per la loro disciplina (come nel caso di molti psicoanalisti), la ritengono un’arte (e di qui si comprende la loro consonanza con un altro eretico della psicoanalisi, Otto Rank).

Particolarmente affine all’orientamento della terapia della Gestalt è non soltanto l’attenzione portata da Ferenczi ai movimenti e micromovimenti del corpo, ovvero quel livello metacomunicativo che il paziente esibisce comunque, a propria insaputa, davanti al proprio analista, ma anche a quella serie di manifestazioni affettive (bacio, pressione della mano, carezza sulla testa) così fortemente stigmatizzate da Freud e che nell’ottica di Ferenczi risultano compensatrici e ristrutturatrici di ciò che Balint avrebbe chiamato il «difetto fondamentale». Ginger ricorda come Fritz Perls e Laura Perls siano stati iniziati a tali tecniche di «rigenitorializzazione» nel corso della loro analisi didattica e che Laura Perls, negli anni quaranta, le impiegava per quei pazienti che erano particolarmente disturbati.

Questo stesso autore legge una forte connessione tra l’importanza attribuita fa Ferenczi al «materiale corporeo agito» e le varie tecniche di holding e di handling, e dunque individua un’area di condivisione terapeutica nelle esperienze di Ferenczi, degli psicoterapeuti della Gestalt (soprattutto quelli formatisi in California), in Winnicott, in un autore come Anzieu, nella «aptonomia» (terapia condotta attraverso il tatto, dal greco «hàpto»= tocco) di Franz Veldam. In una nota a pié di pagina, inoltre, non manca di sottolineare come la pratica del «contatto fisico rassicurante» sia appartenuta anche a Jung e Lacan. A questo livello, occorre però dire, Perls aveva appreso la lezione da Wilhelm Reich. A compensazione delle omissioni di Perls, Ginger riconduce l’attribuzione del concetto di introiezione a Ferenczi. Non solo, ma assegna una particolare rilevanza alle teorizzazioni ferencziane di un inconscio biologico (e, dunque, alla cosiddetta «bioanalisi») e giunge a concepire un rapporto di filiazione tra Ferenczi e la bioenergetica: «Ferenczi non esita a proporre che durante la cura vengano fatti degli esercizi fisici, da cui il radicamento o grounding, caro ai bioenergetici (e al alcuni gestaltisti) . Ce n’è abbastanza, direi, per giustificare la qualifica data a Ferenczi di «nonno della Gestalt ».

C’è ancora una cosa da dire a riguardo del rapporto di consonanza e per certi versi anticipatorio esistente tra Ferenczi e la Gestalt. Ginger si dimentica di prendere in considerazione l’analisi reciproca. Parla di neo-catarsi, ma non nomina questo estremo esperimento di Ferenczi. Ebbene, seppure a diversi livelli molte sedute di Perls richiamano questa inversione di ruoli, assolutamente inammissibile per uno psicoanalista. Possiamo declinare questa possibile, ulteriore consonanza alla luce dell’epiteto di enfant terrible che concordemente è stato attribuito sia a Ferenczi, sia a Perls.

Un’osservazione, infine, sulla nozione di trauma che Ferenczi recupera dopo che Freud l’aveva da tempo ripudiata. L’infanzia ferita, sedotta, misconosciuta, ingannata è una Gestalt che nell’adulto (e nell’adulto analizzando) esige d’essere completata. Non per nulla Ferenczi parla di «analisi infantili sugli adulti». La tecnica ferencziana prevede il passaggio dall’impasse di quella Gestalt incompleta alla passe del suo completamento. Tale passaggio viene operato a partire dal «ritorno» (e si dica pure ripetizione, regressione) alla impasse nel contesto della relazione analitica.

In quanto precede non soltanto è possibile rinvenire la peculiare anticipazione ferencziana della terapia della Gestalt, ma anche la sua intuizione dello psicodramma. Doveroso riconoscimento, quest’ultimo, per un autore che ai tempi eroici della psicoanalisi era giunto a reinventarsi quella che per primo chiamò «giocoanalisi».

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli