di Francesco Frigione
* Questo saggio compare in appendice al numero al numero 42 del Giornale Storico del centro Studi di Psicologia e Letteratura – aprile 2026 – dedicato al tema “Hybris”.
Abstract
Il contributo considera criticamente alcuni importanti studi effettuati sulla tragedia di Sofocle Antigone (441 a.C.) e sviluppa una particolare lettura del dramma, alla luce dell’attuale crisi della coscienza occidentale. In un’epoca nella quale la logica di governanti e popoli si divarica inesorabilmente rispetto al tema della guerra e della giustizia sociale, si evidenzia ancora una volta l’insanabile distanza tra una sensibilità e una visione del mondo che ha il suo fulcro nella pace e nella pietà e un’altra che la ritrova nella subordinazione e nella violenza. Rispetto a tale spaccatura, la cruenta e disperante vicenda della quale sono protagonisti Antigone, Creonte, Emone ed Euridice rappresenta un riferimento simbolico ineludibile, sebbene non così ovvio e schematico come si possa credere di primo acchito. L’autore prova, pertanto, a sviscerare le ragioni dei vari personaggi e a cogliere una possibile via di integrazione tra una weltunschauung matriarcale ed una patriarcale, che passi per il superamento della loro antitesi.
Il testo – dopo aver descritto la trama dell’Antigone – ripropone quanto Erich Fromm esprime ne Il complesso di Edipo e il mito di Edipo (1949). In quel testo, il filosofo e psicoanalista tedesco rivede la concezione freudiana del complesso di Edipo, analizzando la trilogia tebana del poeta greco. Egli la interpreta, infatti, nei termini non di desiderio incestuoso e sentimento di colpa come Freud, bensìdi conflitto psichico e valoriale tra la più antica coscienza matriarcale e la più recente di ordine patriarcale, dunque, come contesa tra due diverse espressioni del sentire e dell’amministrare il potere. L’analisi di Fromm prende le mosse dalle idee espresse da Johann Jakob Bachofen nel celebre Il matriarcato. Il mito tra oriente e occidente (1926).
L’articolo passa poi a considerare l’apporto offerto al tema dagli studi strutturalisti di Vladimir Jakovlevič Propp sulla trilogia edipica. Nell’Edipo alla luce del folklore. Quattro studi di etnografia storico-strutturale (1944), Propp sottolinea l’idea di una situazione distruttiva generata dal conflitto ideologico manifestatosi nel critico passaggio tra una società in cui il potere era trasmesso per via matrilineare a quella in cui era conseguito per via patrilineare.
Il contributo esamina, poi, dettagliatamente, l’importante riflessione di ordine giuridico-antropologico effettuata da Eva Cantarella nel suo Contro Antigone o dell’egoismo sociale (2024). In quest’opera l’Autrice esamina gli antichi istituti giuridici e le leggi non scritte che regolavano l’organizzazione civica clanica, tipica della Greca antica, rivalutando – almeno in punta di diritto – le ragioni di Creonte, nel suo rigido contrapporsi ad Antigone, e smitizzando così molte forzate interpretazioni dell’eroina proposte in età moderna.
L’autore rivaluta, infine, la tragica figura di Emone, il figlio di Creonte, promesso sposo di Antigone, delineandola come un ponte tra le due posizioni e visioni opposte, simmetriche e all’apparenza incompatibili, rappresentate da Antigone e Creonte. Il tentativo del giovane di conciliare le leggi del sangue con quelle dello Stato, stimolato da un sentimento di amore sincero per la ragazza, indica la presenza di una coscienza di ordine superiore, indotta a una sintesi che l’epoca, purtroppo, non gli consentiva di effettuare. Essa resta, però, un indirizzo ideale al quale guardare tutt’oggi, a duemilacinquecento anni di distanza dalla creazione del capolavoro sofocleo.
Il mito: quale verità possiamo estrarne?
Affrontare il mito oggi non può prescindere dalla lezione di Furio Jesi, che, negli anni 60’/70’, sviluppò originalmente il pensiero di Károly Kerényi. Lo studioso considera che per i moderni l’esperienza originaria degli antichi miti non è più attingibile, se non in una forma derivata, distante dalla sacralità che essa possedeva nelle epoche in cui quei racconti si formavano. Eppure il mito mantiene una sua efficacia e una funzione di continuo stimolo per il sentire e il pensiero attuali. Vi riesce, paradossalmente, per il suo essere “vuoto”, ossia restando un motore essenzialmente oscuro per riflessioni e rielaborazioni. Per lo storico torinese, il mito rappresenta per noi un dispositivo culturale, che egli definisce “macchina mitologica”. Pertanto, le personali interpretazioni di un racconto straordinario come quello di Antigone, non sono mai scevre da posizioni ideologiche. Ed è tale consapevolezza che ci aiuta a relativizzare le nostre stesse affermazioni riguardo alla vicenda narrata da Sofocle. Infatti dall’abuso e dal travisamento del mito Jesi ci mette in guardia con estrema chiarezza, proprio perché queste azioni, a parte i casi in cui sono intenzionali, si possono produrre del tutto inconsciamente:
«la macchina mitologica, non appena cessa di essere considerata un puro modello funzionale e provvisorio, tende a divenire un centro fascinatorio e ad esigere prese di posizione, petizioni di principio, circa il suo presunto contenuto. Quanto più lo sguardo si fissa su quel contenuto (per affermarne o per negarne l’esistenza), esso si distoglie dalle modalità di funzionamento dei meccanismi della macchina.
[…] La macchina mitologica diviene un congegno pericoloso sul piano ideologico e politico, anziché soltanto un modello gnoseologico provvisoriamente utile, quando ci si lascia ipnotizzare da essa. Dunque: quando ci si lascia subire la sua indubbia forza fascinatoria – quando si accetta la sua esortazione: “Non badate tanto al mio modo di funzionare, quanto alla mia essenza”.»[1]
Pur tenendo conto della raccomandazione dello studioso piemontese, è impossibile affrontare la tragedia di Antigone senza applicarle una lente personale (e per ciò stesso permeata da una propensione ideologica); l’unica accortezza consisterà dunque, nell’evidenziare che siamo consapevoli della totale relatività del punto di vista che proporremo.
[1] Furio Jesi, mito, Quodlibet srl, Macerata, 2023 – p. 123.
La trama dell’Antigone
Prima di considerare alcune delle più brillanti analisi della tragedia labdacide, che sono state operate in campo psicologico, ma non solo, e di proporre una tesi personale che prenda le mosse da esse, vale la pena di riepilogare la trama dell’Antigone[2], che si compone di un prologo, di cinque episodi intercalati dagli importanti interventi del Coro, e di un esodo (conclusione).
Nel prologo assistiamo all’incontro segreto tra le due figlie di Edipo, Antigone ed Ismene, che si consuma alle prime luci dell’alba sull’acropoli di Tebe. Le giovani commentano i recenti tragici avvenimenti che hanno colpito la loro famiglia e la città: i loro fratelli Eteocle e Polinice, in contesa per il trono, si sono reciprocamente uccisi, attuando la maledizione precedentemente lanciata contro di loro dal padre[3]. In ossequio alle leggi dello Stato, il reggente, Creonte, zio delle fanciulle, ha ordinato che il corpo di Polinice non venga seppellito[4]– massimo oltraggio per un morto. Infatti, egli aveva attaccato con truppe straniere la propria patria, offendendo il diritto che vedeva il primogenito maschio succedere al padre, morto al termine di un lungo esilio. La punizione per chi intendesse trasgredire il divieto di Creonte sarà la lapidazione. Per tale motivo, Ismene rifiuta di aderire al progetto della sorella maggiore di prestare a Polinice i riti funebri, sanciti dalla religione avita, in favore dei defunti, e, senza esito, prova anche a dissuadere la stessa Antigone dal portare avanti la sfida al potere maschile che governa la città.
[2] L’opera fu rappresentata, per la prima volta, ad Atene, in occasione delle Grandi Dionisie, nel 442 o nel 441 a.C. .
[3] Di cui fa fede il testo della terza tragedia, in ordine di rappresentazione, della trilogia tebana, l’Edipo a Colono (406 a.C. / messa in scena postuma nel 401 a.C.).
[4] La condanna era chiamata: ἀταφία che possiamo tradurre come “assenza di sepoltura”, “essere lasciati insepolti”.
Uscito dalla porta principale del palazzo reale, Creonte convoca gli aristocratici di Tebe, annunciando che il pericolo della distruzione della polis può dirsi finalmente scampato e che adesso egli stesso, a cui vanno per diritto le redini dello Stato, ne sarà il garante più adamantino, mai cedendo alla tentazione di far prevalere l’interesse familiare o delle consorterie a danno di quello dell’intera comunità. Per tale motivo, chiaramente temendo che un atto contrario alla legge rappresenti l’antefatto di una congiura, ribadisce la condanna a morte per chiunque osi onorare le spoglie di Polinice, sul cadavere del quale scaglia gli auspici più feroci. I presenti assicurano totale fedeltà, ma, in quel mentre, una guardia, impaurita per la possibile punizione in cui potrebbe incorrere, annuncia che un ignoto ha cosparso della cenere rituale sul corpo del reprobo. Creonte, adirato e timoroso che quel gesto possa preannunciare una ribellione contro la propria autorità, minaccia di morte tutta la pattuglia posta a guardia del cadavere, presumendola corrotta.
Il giorno seguente, dopo una tempesta di vento che solleva la polvere sulla piana di Tebe, la sentinella coglie sul fatto Antigone, che tornava a prestare onori alla salma del fratello, dopo che per ordine di Creonte essa era stata lasciata nuovamente priva della terra patria. Arrestata la ragazza, la scorta fino a Creonte. La figlia di Edipo ammette allora, senza esitazioni, il proprio gesto, in aperta ribellione verso l’editto governativo. Ella afferma di essere consapevole di aver violato la legge degli uomini, poiché questa non può prevalere sulle eterne leggi divine e sul sacro dovere verso i familiari. Creonte, furente per l’arrogante irriverenza della giovane, non esita a confermarle la condanna a morte. Durante il confronto, affranta per la sorte destinata alla sorella, sopraggiunge Ismene – che Creonte preconcettamente ritiene complice nella disobbedienza. La giovane si dichiara pronta a condividere la colpa di Antigone, ma la maggiore nega il suo coinvolgimento e rivendica l’aspirazione al solitario martirio. Il tiranno, turbato, ordina che Antigone sia portata via, in attesa dell’esecuzione della sua condanna. La ribelle ad essere sepolta viva in una fossa, una prigione sotterranea che diverrà la sua tomba[5].
[5] Non è per nulla casuale e priva di valore simbolico la crudele punizione inferta da Creonte ad Antigone: da un lato essa richiama la segregazione nella sfera delle potenze infere, a cui Antigone si vota, decisa com’è a sacrificare la propria vita per celebrare i cerimoniali funerari per il fratello insepolto; dall’altro l’ingresso da viva nell’Ade la “coniuga” con suo padre, di cui condivide la sorte nell’estremo istante (un incesto nel segno non del desiderio erotico ma di annichilimento). Infatti, Edipo, accompagnato dal solo Teseo, il quale, poi risale in superficie senza rivelare i tremendi prodigi a cui ha assistito nell’oscuro abisso, sprofonda da vivo nel mondo dei morti, ovvero nella fossa delle Erinni di Colono. Ma Antigone, sua sponte, si spingerà oltre, tornando alla identificazione totale con la “madre morta”, come direbbe André Green: si impiccherà. Compirà, cioè, lo stesso gesto di sua madre Giocasta nell’Edipo Re. Non riuscendosi a esprimere nel rapporto con la vita, il desiderio della vergine dovrà trionfare nel rapporto con la morte. Torneremo più diffusamente su questa tematica nel prosieguo del testo.
A questo punto entra in scena Emone, il figlio di Creonte promesso sposo di Antigone, alla quale è legato da un amore sincero e non solo dalla convenienza formale di acquisire (secondo la prassi matrilineare), mediante il matrimonio con la figlia maggiore del defunto re, la legittima successione al trono. Egli si presenta al padre in modo tutt’altro che conflittuale, sebbene “armato” di un discorso eloquente: subito gli ribadisce obbedienza e fedeltà. Al contempo, il giovane non esita a impetrare pietà per Antigone, sia riconoscendo una dignità morale alla sua azione, sia valutando la ragion di stato. Infatti, confida di aver raccolto, da parte dei maggiorenti e del popolo, dietro un’adesione opportunistica e di facciata, la sostanziale riprovazione per la punizione inflitta alla ragazza. Man mano che il discorso tra i rappresentanti maschili delle due generazioni si sviluppa, aumenta l’opposizione di Creonte al tentativo di Emone di fargli mutare opinione. Il reggente rimprovera al figlio di essere preda di un accecamento sessuale e sentimentale per Antigone, che non gli consente di valutare con obiettività la giustezza del proprio operare. Creonte alza i toni, adopera parole dure e taglienti nei confronti del figlio, alle quali questo non può che reagire con altrettanta asprezza (in un certo senso, l’uomo maturo attrae il giovane verso il duro scontro di stampo tipicamente maschile-patriarcale, basato sull’aggressività manifesta, facendo abbandonare all’altro il registro “femminile” della seduzione, letteralmente del “condurre a sé” attraverso l’arte persuasiva del discorso). Sconfitto, Emone decide di uscire dal palazzo, per allontanarsi dal padre definitivamente. Sentendosi sempre più accerchiato e minacciato dallo strisciante potere femminile, anche dall’interno della famiglia (anzi, è soprattutto in essa che scorge annidarsi il pericolo), un potere che percepisce come sleale verso sé stesso e dunque corruttore di costumi, in quanto egli è il garante politico dell’andamento della cosa pubblica, Creonte decreta la ribelle ad essere sepolta viva in una fossa, una prigione sotterranea che diverrà la sua tomba[6]. Allo stesso tempo, discolpa definitivamente Ismene, ritenendola innocente. In tal modo, cerca di distaccare ancor più la norma di marchio patriarcale dal legame ancora incerto e ambiguo con i valori dettati dall’appartenenza di “sangue” – quelli rivendicati da Antigone, per intenderci -, per cui le responsabilità e i destini delle due sorelle sarebbero stati inseparabili.
[6] Non è per nulla casuale e priva di valore simbolico la crudele punizione inferta da Creonte ad Antigone: da un lato essa richiama la segregazione nella sfera delle potenze infere, a cui Antigone si vota, decisa com’è a sacrificare la propria vita per celebrare i cerimoniali funerari per il fratello insepolto; dall’altro l’ingresso da viva nell’Ade la “coniuga” con suo padre, di cui condivide la sorte nell’estremo istante (un incesto nel segno non del desiderio erotico ma di annichilimento). Infatti, Edipo, accompagnato dal solo Teseo, il quale, poi risale in superficie senza rivelare i tremendi prodigi a cui ha assistito nell’oscuro abisso, sprofonda da vivo nel mondo dei morti, ovvero nella fossa delle Erinni di Colono. Ma Antigone, sua sponte, si spingerà oltre, tornando alla identificazione totale con la “madre morta”, come direbbe André Green: si impiccherà. Compirà, cioè, lo stesso gesto di sua madre Giocasta nell’Edipo Re. Non riuscendosi a esprimere nel rapporto con la vita, il desiderio della vergine dovrà trionfare nel rapporto con la morte. Torneremo più diffusamente su questa tematica nel prosieguo del testo.
La tragedia procede lentamente verso la sua risoluzione: Antigone viene condotta al luogo della sua sepoltura da viva. Il lungo e straziante addio dalla città la vede dialogare con il Coro, al quale sembra chiedere conforto e sostegno, se non proprio direttamente appoggio alla sua scelta. Il Coro, sineddoche della collettività tutta, manifesta i suoi sentimenti di dolore, ma non può evitare di rimproverare dolcemente ad Antigone la sua Hybris.
«Corifeo Figlia ti sei lanciata
agli estremi confini dell’audacia
e sei andata a cozzare
di schianto nei gradini
dell’altissimo trono
dove siede la dea della Giustizia.
tu forse ti sei presa sulle spalle
qualche grave peccato di tuo padre»[7]
È questo passaggio decisivo che sembra piegare la fermezza della giovane, ma il dado è tratto, oramai: ella percepisce lo svuotamento della sua esistenza, privata di ogni prospettiva di matrimonio e di maternità. Creonte incita il corteo a concludere la cerimonia di addio, abbandonando la rea alla sua fine.
[7] Sofocle, Antigone,in Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, traduzione di Elena Bono, Garzanti Editore s.p.a., Milano, 1977 – 1985, p. 202.
Mentre l’eroina viene trascinata via dai soldati e dopo una lunga amplificazione mitologica della sua vicenda effettuata dal Coro, entra in scena Tiresia, il profeta cieco, guidato da un fanciullo. Il veglio mette in guardia Creonte dal lasciare insepolto il corpo di Polinice, poiché, asserisce, i suoi brandelli strappati dai rapaci ricadono sui sacri altari degli dèi. Il potente, di solito ligio alle indicazioni dell’indovino, trova questa motivazione inconsistente e lo accusa di essersi lasciato corrompere dal denaro per pronunciare il suo consiglio. Si alzano i toni tra il vate e Creonte, fino al diverbio, in quanto il primo è offeso dalla insinuazione del reggente e il secondo si percepisce ulteriormente tradito da una figura carismatica, nella quale aveva sempre riposto la sua fiducia. Infine, Tiresia rivela ciò che non voleva inizialmente esplicitare a Creonte[8]: se egli non adempirà alle sue indicazioni, liberando anche Antigone, pagherà il fio della propria tracotanza con terribili lutti nella sua famiglia.
«[Tiresia] Ma le furie d’Inferno: le dee vendicatrici e distruttrici
ti spiano, Creonte, e in questo stesso male che tu fai
ti prenderanno come in una rete.
E adesso fa’ attenzione, guarda bene
se parlo per amore di denaro.
Non passerà gran tempo e si odieranno
nelle tue case grida lamentose di uomini e di donne.»[9]
Questa fosca prospettiva scuote finalmente l’uomo di potere, che si affretta ad onorare la salma di Polinice e si dirige a liberare la prigioniera.
[8] La situazione rispecchia, in un gioco di ripetizioni fatali, il drammatico colloquio, avvenuto nello stesso palazzo, tra Edipo e Tiresia a proposito di chi fosse il colpevole dell’uccisione di Laio. Anche in quel caso solo l’incalzare aggressivo del re spinge il veggente a dichiarare la verità integrale.
[9] Ibid., p. 212.

Un nunzio raggiunge di corsa il Corifeo e lo mette al corrente dei ferali sviluppi della vicenda, che ha preso ad abbattersi su Creonte: Emone, calatosi nella fossa dove è stata reclusa Antigone la trova impiccata e si dispera. I suoi lamenti giungono alle orecchie del padre che si precipita a tirarlo fuori dalla prigione. Il giovane, impazzito di dolore, solleva la spada contro suo padre, ma, non riuscendo a colpirlo, si trafigge riversando il suo corpo inginocchiato sulle gambe penzolanti dell’amata. Creonte è devastato dalla sofferenza, eppure i suoi mali non sono terminati: avendo appreso dal Nunzio la tremenda notizia, Euridice, moglie di Creonte, si ritira nelle sue stanze per suicidarsi con una lama davanti a un altare. Al Nunzio, latore di sventure, tocca infine riferire al reggente di Tebe anche quest’ultima disgrazia. Egli è un uomo ormai annientato dal dolore e dal senso di colpa. La tragedia si chiude con un commento del Corifeo, che esprime al meglio l’ideale greco della Sōphrosynē (Σωφροσύνη):
«Avere un equilibrio razionale
è di gran lunga il primo requisito
d’un vivere felice per gli umani
e non peccare mai per empietà,
non offendere Dio.»[10]
[10] Ibid., p. 224.

Contesa tra mondo matriarcale e patriarcale nella saga tebana: la visione di Erich Fromm
Ne Il complesso di Edipo e il mito di Edipo (1949), il filosofo e psicoanalista tedesco Erich Fromm rivede la concezione freudiana del complesso di Edipo, analizzando l’intera trilogia tebana. Egli la legge non come Freud nei termini di desiderio incestuoso e di (auto)punizione per il sentimento di colpa, bensì di conflitto psichico e valoriale tra la più antica coscienza matriarcale e la più recente di genere patriarcale, dunque, come contesa tra due diverse espressioni del sentire e dell’amministrare il potere. La brillante analisi di Fromm prende le mosse dalle idee espresse da Johann Jakob Bachofen ne Il diritto materno (1861) e, pur mettendo a fuoco l’autentico tema portante di tutte e tre le tragedie, risente non poco di un’idealizzazione romantica della società matriarcale. Bachofen aveva ipotizzato, sulla scorta di una vasta serie di studi mitologici, evidenze e ritrovamenti archeologici riguardanti le civiltà greca e romana, che il potere patriarcale, imperniato sull’idea di gerarchia e rigidamente connotato da obblighi e coercizioni, si fosse imposto su quello matriarcale preesistente. Questo sarebbe stato caratterizzato dalla piena libertà sessuale e incentrato sulla figura della madre come unica rappresentativa figura genitoriale e da un sostanziale egalitarismo sociale. Un simile sostrato avrebbe trovato la sua proiezione in una dimensione del potere tramandato per via matrilineare e in una religione contraddistinta dalla supremazia di grandi dee madri. Una volta strappato il potere alle donne e stabilita l’assoluta priorità della discendenza patrilineare, gli uomini avrebbero sostituito i culti e le credenze precedenti con l’istituzione di pantheon dominati da figure maschili e convalidanti l’ideologia alla base dei nuovi rapporti sociali e politici. Secondo Fromm, dunque, le fosche e cruente traversie dei discendenti di Cadmo illustrerebbero lo straziante e irrisolto passaggio da una visione del mondo all’altra, da un’ideologia all’altra.
Ciò premesso, è opportuno seguire il percorso di pensiero espresso nel saggio frommiano, integrandolo con altri contributi più recenti, per arrivare infine ad enunciare la tesi originale di questo articolo.
Innanzitutto, l’autore oppone a Creonte non soltanto Antigone, ma anche Emone e lo stesso Edipo, tutti uniti sotto il segno della lotta contro l’autorità paterna, cioè contro i suoi poteri e i suoi privilegi: «Edipo, come Emone e Antigone, rappresenta il principio matriarcale; essi si ribellano a un ordine sociale e religioso basato sui poteri e sui privilegi del padre, incarnato da Laio e da Creonte.»[11]
[11] Erich Fromm, Il complesso di Edipo e il mito di Edipo, ne Il linguaggio dimenticato (1951), Gruppo editoriale Fabbri Bompiani Sonzogno Etas S.p.A., Milano, 1961, p. 195.
Il fondo di tale tematica si evidenzierebbe già nella risposta offerta da Edipo alla Sfinge, nell’Edipo re, dove avrebbe un peso irrisorio la soluzione al puerile indovinello, bensì avrebbe estrema rilevanza la concezione della centralità dell’essere umano come base per ogni impresa salvifica nei confronti dell’umanità stessa.
«Proprio questo principio dell’importanza dell’uomo fa parte della concezione matriarcale descritta da Bachofen. Sofocle, nell’Antigone, fece di esso il fulcro dell’atteggiamento di Antigone contro Creonte. Ciò che importa a quest’ultimo e all’ordine patriarcale che egli rappresenta sono lo stato, le leggi di origine umana e l’obbedienza a esse. Ad Antigone l’uomo stesso, la legge naturale e l’amore.»[12]
[12] Ibid. p.202
Ed eccoci così giunti al succo dell’irriducibile contrapposizione tra Antigone e Creonte:
«Il principio rappresentato da Creonte è quello della supremazia della legge dello stato sui legami di sangue, della supremazia dell’ossequio all’autorità sul rispetto della legge naturale di umanità. Antigone si rifiuta di violare le leggi del sangue e della solidarietà di tutti gli esseri umani in omaggio al sistema autoritario gerarchico.»[13]
[13] Ibid. p.211
E ancora:
«Per Creonte l’ossequio all’autorità è il valore supremo; la solidarietà umana e l’amore, se in conflitto con l’obbedienza, debbono cedere. Egli deve sconfiggere Antigone per sostenere la sua autorità patriarcale e con essa la sua virilità.»[14]
«Autorità nella famiglia e autorità nello stato sono i due supremi valori interdipendenti sostenuti da Creonte. I figli sono proprietà dei padri e la loro funzione è quella di “essere utili” al padre. La “padria potestas” nella famiglia è la base del potere del sovrano nello stato; i cittadini sono proprietà dello stato e del suo sovrano, e “l’indisciplina è il più grande dei mali”.»[15]
Dunque, per Fromm, Antigone è davvero “nostra sorella” ed egli condivide caldamente la sua intransigenza antiautoritaria.
[14] Ibid. p.213
[15] Ibid. p.215
La visione strutturalista di Propp applicata all’Antigone
Diverse sono, invece, le conclusioni a cui, in altri ambiti, giungono il grande etnologo russo, studioso del folklore, Vladimir Propp, in Edipo alla luce del folklore. Quattro studi di etnografia storico-strutturale (1944) ed Eva Cantarella in Contro Antigone. O dell’egoismo sociale (2024)[16]. Certamente, nella sua celebre analisi strutturale di ordine sociale, Propp – anch’egli ispirandosi a Bachofen – mette in risalto, riguardo alla trilogia sofoclea, il problema del passaggio dal governo trasmesso per via matrilineare a quello trasmesso patrilinearmente. Di fatto, per lo studioso sovietico, il tema edipico dello sposalizio di una regina dopo aver ucciso il precedente re – atto alla base di tutto il ciclo tebano – già esisteva nel folklore greco prima che s’instaurasse il potere patriarcale, senza che in quell’epoca fosse investito di sentimento di colpa. Questo materiale, riutilizzato e trasposto in epoca posteriore, venne collegato alla nemesi per la colpa commessa (ma divenuta tale solo ad occhi più recenti). Queste distinte concrezioni socioculturali non possono che scontrarsi apertamente e in modo reciprocamente distruttivo nell’Antigone.
«Nel nuovo ordine, la figlia del re non sposa più lo straniero che rimane presso di lei, ma lo sposo che la porterà con sé… Questo caso mostra come la principessa venga eliminata dal suo antico ruolo di trasmettitrice del trono.»[17]
[16] Eva Cantarella, Contro Antigone. O dell’egoismo sociale, Einaudi Editore, Torino, 2024.
[17] Vladimir Jakovlevič Propp, Edipo alla luce del folklore (traduzione personale dalla lingua russa), in https://drevne-rus-lit.niv.ru/drevne-rus-lit/propp-folklor-i-dejstvitelnost/edip-v-svete-folklora.htm.
Sia pur non citando direttamente Antigone, Propp evidenzia come anche in leisorga un conflitto naturale tra la propria posizione, che la vede detentrice di un potere ormai perduto, e Creonte, che rivendica le sue prerogative di garante di un nuovo ordine statale. Infatti, dal punto di vista dello studioso sovietico, i personaggi della tragedia sono frutto di una configurazione dialettica che riguarda la realtà sociale nel suo divenire:
«Il soggetto non nasce come un riflesso diretto dell’ordinamento sociale. Esso nasce dallo scontro, dalle contraddizioni tra forme di organizzazione che si sostituiscono l’una all’altra. Ricostruire queste contraddizioni, individuare ciò che nella realtà storica è entrato in collisione e come tale collisione generi il soggetto — questa è la nostra principale esigenza.»[18]
[18] Ibid.
La lettura dell’Antigone di Eva Cantarella
Ancora più interessante diventa la questione se noi procediamo nell’ analisi storico-antropologica, basata sulla conoscenza dell’antico diritto greco, a cui ci introduce Eva Cantarella[19]. La sua rilettura dell’Antigone fa strame di molte moderne decantazioni della sua figura, che la vedono eroina ante litteram dei diritti civili, umani, femminili, contrapposta alla tirannide arbitraria e maschilista di Creonte. In realtà, le considerazioni storiche pongono il reggente di Tebe in ben altra luce. Il suo divieto esprime la chiara volontà di assicurare alla città pace e ordine civile, all’indomani di una rovinosa guerra fratricida che l’aveva messa in ginocchio, falcidiandone la popolazione. La visione dell’uomo di potere rispecchia pienamente l’asseverata convinzione greca che l’ordine pubblico dipenda strettamente dalla distinzione tra lealtà e tradimento. In pratica, per la Cantarella, nella tragedia assistiamo allo scontro tra due attitudini implacabilmente irriducibili: quella votata alla devozione familiare, dunque appartenente alla sfera privata, e quella della responsabilità civica nell’ambito della collettività.
«Il racconto della morte di Antigone, dunque, si chiude con la fine di Creonte, e non poteva essere altrimenti: la morte di Antigone e l’annientamento di Creonte sono ambedue necessari. Essi sono la conseguenza ineliminabile del conflitto che si ripropone non solo ogniqualvolta un individuo, una minoranza o un popolo lottano contro l’ingiustizia, ma più in generale, ogniqualvolta l’applicazione di una regola giuridica, anche in un sistema legittimo “giusto”, si scontra con una realtà sociale o una valutazione etica che non riconoscono il suo fondamento etico.
Antigone, insomma, pone il dilemma perenne del rapporto tra il diritto e la sua interpretazione e applicazione, che consentono alle regole giuridiche di non cristallizzarsi in una fissità che potrebbe farle percepire come ingiuste.»[20]
[19] Eva Cantarella insegna Diritto Romano e Diritto Greco Antico all’Università di Milano ed è una delle classiciste più autorevoli e seguite degli ultimi decenni. Grandemente conosciuta per la sua capacità di collegare i testi classici alle questioni culturali del mondo contemporaneo, ha scritto libri, divenuti best-seller, con i quali ha saputo riallacciare, con voce autorevole, la realtà antica al dibattito pubblico contemporaneo.
[20] Eva Cantarella, Contro Antigone o dell’egoismo sociale. Einaudi, Torino 2024 – pp.24-25.
Per comprendere meglio l’argomentazione di Cantarella, dobbiamo seguire il filo del suo ragionamento a partire dalla ricostruzione del rapporto tra la vita e la morte che contraddistingueva la civiltà greca, almeno fino all’epoca di Sofocle. Per gli antichi Greci i riti funerari assumevano un’importanza fondamentale poiché l’esistenza dei morti era considerata umbratile, evanescente, impalpabile e totalmente priva di qualsiasi interesse: l’unica vera vita era quella sulla terra e l’unica vera immortalità era quella che poteva essere garantita da una “buona morte”. Per eccellenza, la “buona morte” era rappresentata da quella eroica e gloriosa. Dunque, il passaggio al mondo infero rappresentava l’ultimo atto di legame con la vita e la dimensione sociale, prima dell’inabissarsi nel vuoto e nell’insignificanza. I riti funerari assicuravano, cioè, l’estremo ristoro nel segno della memoria. E su ciò si fonda la legge, non scritta, ma “cara agli dèi”, alla quale fa riferimento Antigone.
«È a loro che io devo obbedire, ripete nel dialogo con Creonte: ho disobbedito alla tua legge perché non pensavo “che i tuoi editti avessero tanta forza che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incontrollabili degli dèi” (vv. 453-55). E articola ulteriormente le ragioni della sua disobbedienza rimarcando un aspetto, o meglio l’aspetto centrale del suo carattere: l’importanza della vita oltre la morte, l’unica che per lei contava.»[21]
[21] Ibid. p.51.
Investigando, invece, le ragioni di Creonte, la studiosa milanese sottolinea il suo attaccamento a una legge che assicuri la massima imparzialità e indipendenza dagli interessi privati. Sin dal suo primo discorso ai Tebani, il governante esplicita con chiarezza la propria posizione, che di necessità deve dimostrarsi superiore agli interessi di parte, soprattutto in una città così gravemente colpita da lotte intestine. Esse, evidentemente, covano tra le braci del conflitto armato appena conclusosi e possono facilmente dar luogo a fronde, faide e rivolte. È plausibile che egli tema che i simpatizzanti di Polinice, pur non opponendosi a lui apertamente a causa della recente disfatta, possano rimestare nel torbido, accusandolo di favorire interessi personali e familistici. Ecco le sue parole:
«E chi tiene l’amico in maggior conto
della sua stessa patria
io quest’uomo lo chiamo spazzatura.
Io mai potrei tacere
- e mi sia testimonio su nel cielo
Giove che tutto vede –
mai, dico, tacerei
se vedessi venire per lo Stato
rovina e non salute,
mai tenermi un amico
che sia nemico della patria mia.
La patria! Essa ci salva, cittadini;
quand’è salva la nave della patria
allora abbiamo tutto, anche gli amici.
Ed è con queste norme, solo queste,
che intendo render grande la città.»[22]
[22] Sofocle, Antigone, in Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Garzanti, Milano, 1977-1985, p.173

(da Wikipedia)
A conferma di questo rigore vi è anche la sorte riservata ad Antigone per aver violato l’editto. Non si tratta di accanimento vendicativo, spiega Cantarella, a proposito della condanna alla vivi-sepoltura impartita alla ribelle, bensì di una scelta coerente con le consuetudini del tempo. Infatti, nell’antichità, il trattamento penale delle donne differiva profondamente da quello degli uomini: se per la violazione del bando Creonte aveva inizialmente previsto la lapidazione (una punizione pubblica), la successiva decisione di murare Antigone rispondeva alla prassi di punire le donne in una dimensione privata. La vivi-sepoltura era una pratica codificata per i reati femminili. Il fatto che Creonte vi faccia ricorso sottolinea come egli si trovasse impreparato di fronte a una sfida mossa proprio da una donna, dovendo dunque adattare la sanzione al genere della rea.
Dunque Creonte, dice Cantarella, non si comporta in maniera arbitraria, quantunque manifesti una decisa crudeltà: piuttosto, egli si ricollega a pratiche radicate che cercavano di mettere ordine in una società familistica e clanica, alla ricerca di un difficile equilibrio. Il figlio di Meneceo pratica, pertanto, l’obbligatorietà della vendetta, posta a baluardo dell’onore [τιμή (timé)].
Secondo la storica, per motivi differenti, anche il personaggio di Ismene ha subito quasi sempre una svalutazione. Al suo carattere sovente è stata attribuita una valenza negativa, a volte anche denigratoria, a causa della sua presunta imperdonabile colpa: ovvero quella di non vantare le celebrate virtù della sorella. Ismene non avrebbe, secondo la vulgata, una pari forza di volontà e capacità di amore fraterno e sororale. Cantarella demolisce questa visione, indicando come la giovane mostri sin dall’inizio pietà, ma anche amore e rispetto per la città. Ella, per nulla indifferente alla sorte di Antigone, cerca di dissuaderla dal proposito suicida di seppellire Polinice; ma, quando la sorella maggiore viene catturata e accusata da Creonte, lei è pronta a condividerne il tragico destino. Eppure, Antigone, così com’era accaduto nel loro dialogo iniziale, pure in questo caso le rivolge parole crude, colme di arroganza e di disamore.
«Ismene Sì, sono stata anch’io, se lei mi vuole.
Porto anch’io la mia parte, nella colpa.
Antigone Questo non lo permette la Giustizia.
Prima non hai voluto, e neppure t’ho preso per compagna.
Ismene Ma io non mi vergogno d’imbarcarmi con te
su questo mare grande di dolori.
Antigone Però i morti lo sanno chi sia stato.
Ed io non amo chi m’ama a paroole.
Ismene Sorella mia, non ritenermi indegna di morire
e di rendere al morto i puri onori.
Antigone È mia la morte, è mio quello che ho fatto:
che c’entri tu? Basterò io a morire.
Ismene Ma se ti predo come faccio a vivere?
Antigone Domandalo a Creonte, cui sei tanto devota.»[25]
[25] Sofocle, Ibid, pp.187-188
Una proposta personale di lettura dell’Antigone, alla luce della condizione contemporanea
Nella coscienza di noi “occidentali” si è aperta una spaccatura drammatica. Si contrappongono sempre più chiaramente le posizioni di chi si rifà a una tradizione di autocritica e di smitizzazione della retorica, che predica la superiorità della nostra società rispetto ad altre realtà e culture, e di chi, invece, riesuma dagli scantinati dell’ideologia colonialista tale retorica. Essa serve a nascondere errori e malefatte di quelle élites che, governando, ci gettano in uno stato di permanente ingiustizia sociale e bellicismo. Condizioni che sono profondamente contrarie ai valori della nostra migliore tradizione etica. Questa direzione impartita all’immaginario sociale, tramite una martellante propaganda, serve a mascherare conflitti di classe, l’incrudimento dei problemi economici, sociali e culturali che toccano la maggioranza delle popolazioni. Meno ridistribuzione sociale, più potere e controllo in mano a poche entità, che decidono le sorti di intere nazioni, alimentano una soluzione violenta e paranoica alla disperazione crescente di coloro che non hanno strumenti per difendersi dal veleno della mistificazione. Improvvisamente, parole terribili come “guerra”, “annientamento del nemico”, “distruzione totale”, “nazionalismo”, “fascismo”, “pulizia etnica”, “genocidio”, o neologismi come “remigrazione”, sono diventate di uso disinvoltamente comune, creando una sorta di anestesia morale e di banalizzazione rispetto alla loro minaccia o al loro effettivo dispiegarsi. L’autoritarismo spira come un vento mefitico su democrazie oramai profondamente vulnerate, nelle quali il potere è solo fittiziamente nelle mani degli eletti, ma in realtà appartiene a circuiti chiusi di privilegiati, totalmente fuori dal controllo della politica democratica.

(da Wikipedia)
Ci troviamo, dunque, in una crisi pericolosa per la stessa continuità della nostra civiltà. Ciò implica che è in gioco una partita nella quale la Coscienza deve stabilire con forza e rettezza cosa sia “giusto” e cosa sia “ingiusto”. Come segnalavaFranco Fornari, la differenziazione tra “giusto” e “ingiusto” è una delle prime manifestazioni assertive del bambino. In esso, i due termini traducono le esperienze del “piacevole” e dello “spiacevole” in concetti morali. Ma, negli adulti, queste nozioni si complicano in virtù di considerazioni astratte che possono contemplare anche il riconoscimento che sia “giusto” qualcosa che ci duole e sia “ingiusto” qualcosa che ci dà piacere.
La tragedia di Antigone e le sue possibili interpretazioniispirano più che mai interrogativi cogenti e attuali: la ragione di Stato si può coniugare con il rispetto per la vita umana e la sensibilità affettiva, oppure esse devono obbligatoriamente autoescludersi? Esiste una gestione del potere che non sia puro arbitrio, sopraffazione, cura dell’interesse particolare, familistico e clanico? Queste domande non trovano una risposta univoca nella tragedia di Sofocle, sebbene il Corifeo, proprio nel finale, pronunci e invochi una soluzione più intimamente giusta e contraria a ogni Hybris – cioè, a ogni eccesso di orgoglio, di unilateralità, e dunque di arroganza e tracotanza.
«Ogni superbo sconta
le sue grosse parole
con grosse battiture
ed impara col tempo, troppo tardi,
che cos’è avere in sé la temperanza.»[26]
Il tentativo di coniugare giustizia, nel nome dell’adesione alle leggi dello Stato, e, contemporaneamente, nel nome della pietà, della sensibilità e dell’affermazione delle ragioni d’amore, nell’Antigone lo compiono Ismene, Tiresia e soprattutto Emone. Suo padre ha condannato non solo la donna che egli ama, ma in qualche modo l’intera città a scegliere drasticamente tra due sensibilità etiche: la cura dei propri cari e il rispetto di leggi eque. D’altro canto, anche Antigone ha stabilito implacabilmente l’incompatibilità dei due registri.
[26] Sofocle, Ibid., p. 224.
Possiamo intendere, da un punto di vista psicologico, il peso intollerabile che grava sulla anima di Antigone: come già accennato (vedi note a piè di pagina n. 5 e n. 6), su di lei pesa il dramma della sua stirpe; e, per quanto resistente possa essere, con la morte dei fratelli, in particolare di Polinice, il suo equilibrio interiore è andato in pezzi: sente ormai di appartenere alla morte e ai morti; la sua determinazione non può che sprigionare luce nel segno dell’autodistruzione e dell’annichilimento. Antigone sfida Creonte forse per ottenere un palcoscenico collettivo alla propria intollerabile sofferenza: il suo scopo è, a prescindere dalla volontà dello zio, il suicidio. Questo atto estremo la unisce, attraverso un meccanismo di identificazione inconscia, sia con la madre Giocasta, sia con il padre Edipo, con i quali condivide la fine: il re di Tebe discende nella fossa delle Erinni/Eumenidi di Colono, lei nella tomba-prigione in cui viene incarcerata per ordine di Creonte. Lì la ragazza s’impicca, così come si era impiccata Giocasta nell’Edipo re. L’amore di Antigone si è, dunque, già sciolto da tempo nel Lete, il fiume infero dell’oblio. Se memoria c’è in lei, è solo quella del sangue, il sangue che condivide con i suoi cari defunti: l’amore per i vivi non ha più posto in lei.
«Vittima com’è di una disperata follia di annientamento e di distruzione, Antigone non ama nessuno, così come non ama sé stessa: il suo solo e vero amore è la morte.»[27]
[27] Eva Cantarella, Contro Antigone o dell’egoismo sociale. Einaudi, Torino 2024 – p.54.

Una simile condizione d’animo provoca nella giovane particolare asprezza e radicale disprezzo per le ragioni di chi desidera continuare a vivere e dunque ad amare e sperare, come la sorella Ismene. E coerente con questa pulsione, come vedremo, lei schianta ogni cosa e persona con la quale si relaziona, coinvolgendo nel proprio cupio dissolvi anche il promesso sposo Emone.
Il figlio di Creonte, pur fallendo, si propone di obbedire alle leggi dello Stato e di farle rispettare, propugnando una sintesi, però, in cui i doveri di amore e i doveri di giustizia generale trovano una composizione.
«Emone – Padre, gli dei hanno dato agli uomini il pensiero
che è la cosa più grande che ci sia.
Io però non saprei né potrei sostenere
che ci sia qualche cosa di sbagliato nei tuoi ragionamenti.
Qualche cosa di buono tuttavia
forse si può trovare, padre mio,
anche in punti di vista un po’ diversi.
Tu sei quello che sei: non puoi certo conoscere, al tuo posto,
tutto ciò che si dice e che si fa e si mormora in giro.
I tuoi occhi spaventano la gente,
e nessuno osa farti quei discorsi, che possono spiacerti.
Io invece qui nell’ombra posso udire
come questa fanciulla sia compianta da tutta la città
perché non se lo merita per nulla, e tu la fai morire
della più triste, padre, fra le morti,
per l’azione più bella, che una creatura possa fare al mondo:
lei che non ha lasciato divorare dagli uccelli o dai cani
il suo proprio fratello, caduto e non sepolto.
Non è degna piuttosto d’esser coperta d’oro?
Così si sente dire, e si diffonde, credi, questa voce
nel silenzio e nell’ombra. Ah padre mio,
questa è la cosa che più vale: la tua felicità, la tua fortuna.
Che ornamento migliore per i figli
che la gloria d’un padre nel suo fiore,
e la gloria dei figli per un padre?
Tu ora non fissarti nell’idea
che niente è giusto se non quel che dici.
Chi pensa di capire solo lui,
di avere lui la lingua, lui la testa,
prova ad aprirlo e allora tu vedrai
che dentro non c’è niente.
Non è affatto vergogna per un uomo, sia pure un uomo saggio,
imparare qualcosa, e non tirare mai troppo la corda.
[…]Non essere più in collera, ti prego,
e muta atteggiamento, padre caro.
Sono giovane, è vero, più di te,
non so se posso esprimere un parere,
ma l’ideale – io dico – sarebbe quello di venire al mondo
tutti quanti ricolmi di sapienza,
però siccome questo non succede,
è pur bello imparare qualche cosa
da chi consiglia solo cose buone.»[28]
[28] Sofocle, Ibid, pp.194-195
I tempi, purtroppo, non erano maturi per uno spirito così elevato (secondo un’ottica psicoanalitica, il suo fallito tentativo di uccidere il padre, a cui segue il proprio suicidio, può significare che egli abbia internalizzato non solo la visione matriarcale ma pure quella patriarcale, cosa che gli impedisce di ammazzare il proprio genitore, preferendo rivolgere contro di sé la violenza che intendeva riservargli). Allo stesso tempo, egli sa ascoltare gli umori della città, i sentimenti propri e altrui: anche se Creonte lo attira in una logica di contrapposizione tipicamente mascolina, la sua forte relazione con l’Anima fa sì che non agisca pulsionalmente durante l’acceso confronto generazionale. Di certo, il distruttivo contrasto tra i due mondi e le due logiche opposte e speculari, della donna che ama e del padre che ama e rispetta, finiscono per travolgere la sua psiche. Il gesto di autoinfliggersi la morte, ricadendo sul corpo penzoloni di Antigone, rappresenta sia una sconfitta evidente, sia una protesta definitiva nei confronti dell’incapacità dei due attori principali di parlare un linguaggio comune, di simbolizzare in una forma meno cruenta e più metaforica le loro rispettive visione della vita.
Eppure noi dobbiamo ripartire proprio dal fallimento di Emone e batterci per una Coscienza in grado di accogliere i conflitti all’interno di un discorso pluralistico, creativo, intelligente e sensibile. L’alternativa, altrimenti, è catastrofica, la medesima che devasta le vite dei personaggi di Sofocle.
Francesco Frigione è: psicologo e psicodrammatista analitico; docente di Psicologia Dinamica presso l’Università “Guglielmo Marconi” di Roma; attuale presidente del Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto; ha fondato e dirige la rivista internazionale di Psicologia, Letteratura e Arti “Animamediatica”; collabora da lunghi anni al Giornale Storico del Centro Studi e di Psicologia e Letteratura.
E-mail: francescofrigone62@gmail.com



























