Abstract
Il contributo considera criticamente alcuni importanti studi effettuati sulla tragedia di Sofocle Antigone (441 a.C.) e sviluppa una particolare lettura del dramma, alla luce dell’attuale crisi della coscienza occidentale. In un’epoca nella quale la logica di governanti e popoli si divarica inesorabilmente rispetto al tema della guerra e della giustizia sociale, si evidenzia ancora una volta l’insanabile distanza tra una sensibilità e una visione del mondo che ha il suo fulcro nella pace e nella pietà e un’altra che la ritrova nella subordinazione e nella violenza. Rispetto a tale spaccatura, la cruenta e disperante vicenda della quale sono protagonisti Antigone, Creonte, Emone ed Euridice rappresenta un riferimento simbolico ineludibile, sebbene non così ovvio e schematico come si possa credere di primo acchito. L’autore prova, pertanto, a sviscerare le ragioni dei vari personaggi e a cogliere una possibile via di integrazione tra una weltunschauung matriarcale ed una patriarcale, che passi per il superamento della loro antitesi.Il testo – dopo aver descritto la trama dell’Antigone – ripropone quanto Erich Fromm esprime ne Il complesso di Edipo e il mito di Edipo (1949). In quel testo, il filosofo e psicoanalista tedesco rivede la concezione freudiana del complesso di Edipo, analizzando la trilogia tebana del poeta greco. Egli la interpreta, infatti, nei termini non di desiderio incestuoso e sentimento di colpa come Freud, bensì di conflitto psichico e valoriale tra la più antica coscienza matriarcale e la più recente di ordine patriarcale, dunque, come contesa tra due diverse espressioni del sentire e dell’amministrare il potere. L’analisi di Fromm prende le mosse dalle idee espresse da Johann Jakob Bachofen nel celebre Il matriarcato. Il mito tra oriente e occidente (1926). Il testo passa poi a considerare l’apporto offerto al tema dagli studi strutturalisti di Vladimir Jakovlevič Propp sulla trilogia edipica. Nell’Edipo alla luce del folklore. Quattro studi di etnografia storico-strutturale (1944), Propp sottolinea l’idea di una situazione distruttiva generata dal conflitto ideologico manifestatosi nel critico passaggio tra una società in cui il potere era trasmesso per via matrilineare a quella in cui era conseguito per via patrilineare. Il contributo esamina, poi, dettagliatamente, l’importante riflessione di ordine giuridico-antropologico effettuata da Eva Cantarella nel suo Contro Antigone o dell’egoismo sociale (2024). In quest’opera l’Autrice esamina gli antichi istituti giuridici e le leggi non scritte che regolavano l’organizzazione civica clanica, tipica della Greca antica, rivalutando – almeno in punta di diritto – le ragioni di Creonte, nel suo rigido contrapporsi ad Antigone, e smitizzando così molte forzate interpretazioni dell’eroina proposte in età moderna.L’autore rivaluta, infine, la tragica figura di Emone, il figlio di Creonte, promesso sposo di Antigone, delineandola come un ponte tra le due posizioni e visioni opposte, simmetriche e all’apparenza incompatibili, rappresentate da Antigone e Creonte. Il tentativo del giovane di conciliare le leggi del sangue con quelle dello Stato, stimolato da un sentimento di amore sincero per la ragazza, indica la presenza di una coscienza di ordine superiore, indotta a una sintesi che l’epoca, purtroppo, non gli consentiva di effettuare. Essa resta, però, un indirizzo ideale al quale guardare tutt’oggi, a duemilacinquecento anni di distanza dalla creazione del capolavoro sofocleo. Il mito: quale verità possiamo estrarne?Affrontare il mito oggi non può prescindere dalla lezione di Furio Jesi, che, negli anni 60’/70’, sviluppò originalmente il pensiero di Károly Kerényi. Lo studioso considera che per i moderni l’esperienza originaria degli antichi miti non è più attingibile, se non in una forma derivata, distante dalla sacralità che essa possedeva nelle epoche in cui quei racconti si formavano. Eppure il mito mantiene una sua efficacia e una funzione di continuo stimolo per il sentire e il pensiero attuali. Vi riesce, paradossalmente, per il suo essere “vuoto”, ossia restando un motore essenzialmente oscuro per riflessioni e rielaborazioni. Per lo storico torinese, il mito rappresenta per noi un dispositivo culturale, che egli definisce “macchina mitologica”. Pertanto, le personali interpretazioni di un racconto straordinario come quello di Antigone, non sono mai scevre da posizioni ideologiche. Ed è tale consapevolezza che ci aiuta a relativizzare le nostre stesse affermazioni riguardo alla vicenda narrata da Sofocle. Infatti dall’abuso e dal travisamento del mito Jesi ci mette in guardia con estrema chiarezza, proprio perché queste azioni, a parte i casi in cui sono intenzionali, si possono produrre del tutto inconsciamente: «la macchina mitologica, non appena cessa di essere considerata un puro modello funzionale e provvisorio, tende a divenire un centro fascinatorio e ad esigere prese di posizione, petizioni di principio, circa il suo presunto contenuto. Quanto più lo sguardo si fissa su quel contenuto (per affermarne o per negarne l’esistenza), esso si distoglie dalle modalità di funzionamento dei meccanismi della macchina. […] La macchina mitologica diviene un congegno pericoloso sul piano ideologico e politico, anziché soltanto un modello gnoseologico provvisoriamente utile, quando ci si lascia ipnotizzare da essa. Dunque: quando ci si lascia subire la sua indubbia forza fascinatoria – quando si accetta la sua esortazione: “Non badate tanto al mio modo di funzionare, quanto alla mia essenza”.» Pur tenendo conto della raccomandazione dello studioso piemontese, è impossibile affrontare la tragedia di Antigone senza applicarle una lente personale (e per ciò stesso permeata da una propensione ideologica); l’unica accortezza consisterà dunque, nell’evidenziare che siamo consapevoli della totale relatività del punto di vista che proporremo. La trama dell’Antigone Prima di considerare alcune delle più brillanti analisi della tragedia labdacide, che sono state operate in campo psicologico, ma non solo, e di proporre una tesi personale che prenda le mosse da esse, vale la pena di riepilogare la trama dell’Antigone , che si compone di un prologo, di cinque episodi intercalati dagli importanti interventi del Coro, e di un esodo (conclusione). Nel prologo assistiamo all’incontro segreto tra le due figlie di Edipo, Antigone ed Ismene, che si consuma alle prime luci dell’alba sull’acropoli di Tebe. Le giovani commentano i recenti tragici avvenimenti che hanno colpito la loro famiglia e la città: i loro fratelli Eteocle e Polinice, in contesa per il trono, si sono reciprocamente uccisi, attuando la maledizione precedentemente lanciata contro di loro dal padre . In ossequio alle leggi dello Stato, il reggente, Creonte, zio delle fanciulle, ha ordinato che il corpo di Polinice non venga seppellito – massimo oltraggio per un morto. Infatti, egli aveva attaccato con truppe straniere la propria patria, offendendo il diritto che vedeva il primogenito maschio succedere al padre, morto al termine di un lungo esilio. La punizione per chi intendesse trasgredire il divieto di Creonte sarà la lapidazione. Per tale motivo, Ismene rifiuta di aderire al progetto della sorella maggiore di prestare a Polinice i riti funebri, sanciti dalla religione avita, in favore dei defunti, e, senza esito, prova anche a dissuadere la stessa Antigone dal portare avanti la sfida al potere maschile che governa la città. Uscito dalla porta principale del palazzo reale, Creonte convoca gli aristocratici di Tebe, annunciando che il pericolo della distruzione della polis può dirsi finalmente scampato e che adesso egli stesso, a cui vanno per diritto le redini dello Stato, ne sarà il garante più adamantino, mai cedendo alla tentazione di far prevalere l’interesse familiare o delle consorterie a danno di quello dell’intera comunità. Per tale motivo, chiaramente temendo che un atto contrario alla legge rappresenti l’antefatto di una congiura, ribadisce la condanna a morte per chiunque osi onorare le spoglie di Polinice, sul cadavere del quale scaglia gli auspici più feroci. I presenti assicurano totale fedeltà, ma, in quel mentre, una guardia, impaurita per la possibile punizione in cui potrebbe incorrere, annuncia che un ignoto ha cosparso della cenere rituale sul corpo del reprobo. Creonte, adirato e timoroso che quel gesto possa preannunciare una ribellione contro la propria autorità, minaccia di morte tutta la pattuglia posta a guardia del cadavere, presumendola corrotta.
Il giorno seguente, dopo una tempesta di vento che solleva la polvere sulla piana di Tebe, la sentinella coglie sul fatto Antigone, che tornava a prestare onori alla salma del fratello, dopo che per ordine di Creonte essa era stata lasciata nuovamente priva della terra patria. Arrestata la ragazza, la scorta fino a Creonte. La figlia di Edipo ammette allora, senza esitazioni, il proprio gesto, in aperta ribellione verso l’editto governativo. Ella afferma di essere consapevole di aver violato la legge degli uomini, poiché questa non può prevalere sulle eterne leggi divine e sul sacro dovere verso i familiari. Creonte, furente per l’arrogante irriverenza della giovane, non esita a confermarle la condanna a morte. Durante il confronto, affranta per la sorte destinata alla sorella, sopraggiunge Ismene – che Creonte preconcettamente ritiene complice nella disobbedienza. La giovane si dichiara pronta a condividere la colpa di Antigone, ma la maggiore nega il suo coinvolgimento e rivendica l’aspirazione al solitario martirio. Il tiranno, turbato, ordina che Antigone sia portata via, in attesa dell’esecuzione della sua condanna. la ribelle ad essere sepolta viva in una fossa, una prigione sotterranea che diverrà la sua tomba . A questo punto entra in scena Emone, il figlio di Creonte promesso sposo di Antigone, alla quale è legato da un amore sincero e non solo dalla convenienza formale di acquisire (secondo la prassi matrilineare), mediante il matrimonio con la figlia maggiore del defunto re, la legittima successione al trono . Egli si presenta al padre in modo tutt’altro che conflittuale, sebbene “armato” di un discorso eloquente: subito gli ribadisce obbedienza e fedeltà. Al contempo, il giovane non esita a impetrare pietà per Antigone, sia riconoscendo una dignità morale alla sua azione, sia valutando la ragion di stato. Infatti, confida di aver raccolto, da parte dei maggiorenti e del popolo, dietro un’adesione opportunistica e di facciata, la sostanziale riprovazione per la punizione inflitta alla ragazza. Man mano che il discorso tra i rappresentanti maschili delle due generazioni si sviluppa, aumenta l’opposizione di Creonte al tentativo di Emone di fargli mutare opinione. Il reggente rimprovera al figlio di essere preda di un accecamento sessuale e sentimentale per Antigone, che non gli consente di valutare con obiettività la giustezza del proprio operare. Creonte alza i toni, adopera parole dure e taglienti nei confronti del figlio, alle quali questo non può che reagire con altrettanta asprezza (in un certo senso, l’uomo maturo attrae il giovane verso il duro scontro di stampo tipicamente maschile-patriarcale, basato sull’aggressività manifesta, facendo abbandonare all’altro il registro “femminile” della seduzione, letteralmente del “condurre a sé” attraverso l’arte persuasiva del discorso). Sconfitto, Emone decide di uscire dal palazzo, per allontanarsi dal padre definitivamente. Sentendosi sempre più accerchiato e minacciato dallo strisciante potere femminile, anche dall’interno della famiglia (anzi, è soprattutto in essa che scorge annidarsi il pericolo), un potere che percepisce come sleale verso sé stesso e dunque corruttore di costumi, in quanto egli è il garante politico dell’andamento della cosa pubblica, Creonte decreta la ribelle ad essere sepolta viva in una fossa, una prigione sotterranea che diverrà la sua tomba . Allo stesso tempo, discolpa definitivamente Ismene, ritenendola innocente. In tal modo, cerca di distaccare ancor più la norma di marchio patriarcale dal legame ancora incerto e ambiguo con i valori dettati dall’appartenenza di “sangue” – quelli rivendicati da Antigone, per intenderci -, per cui le responsabilità e i destini delle due sorelle sarebbero stati inseparabili. La tragedia procede lentamente verso la sua risoluzione: Antigone viene condotta al luogo della sua sepoltura da viva. Il lungo e straziante addio dalla città la vede dialogare con il Coro, al quale sembra chiedere conforto e sostegno, se non proprio direttamente appoggio alla sua scelta. Il Coro, sineddoche della collettività tutta, manifesta i suoi sentimenti di dolore, ma non può evitare di rimproverare dolcemente ad Antigone la sua Hybris.«Corifeo Figlia ti sei lanciata agli estremi confini dell’audaciae sei andata a cozzare di schianto nei gradini dell’altissimo trono dove siede la dea della Giustizia.tu forse ti sei presa sulle spalle qualche grave peccato di tuo padre» È questo passaggio decisivo che sembra piegare la fermezza della giovane, ma il dado è tratto, oramai: ella percepisce lo svuotamento della sua esistenza, privata di ogni prospettiva di matrimonio e di maternità. Creonte incita il corteo a concludere la cerimonia di addio, abbandonando la rea alla sua fine.Mentre l’eroina viene trascinata via dai soldati e dopo una lunga amplificazione mitologica della sua vicenda effettuata dal Coro, entra in scena Tiresia, il profeta cieco, guidato da un fanciullo. Il veglio mette in guardia Creonte dal lasciare insepolto il corpo di Polinice, poiché, asserisce, i suoi brandelli strappati dai rapaci ricadono sui sacri altari degli dèi. Il potente, di solito ligio alle indicazioni dell’indovino, trova questa motivazione inconsistente e lo accusa di essersi lasciato corrompere dal denaro per pronunciare il suo consiglio. Si alzano i toni tra il vate e Creonte, fino al diverbio, in quanto il primo è offeso dalla insinuazione del reggente e il secondo si percepisce ulteriormente tradito da una figura carismatica, nella quale aveva sempre riposto la sua fiducia. Infine, Tiresia rivela ciò che non voleva inizialmente esplicitare a Creonte : se egli non adempirà alle sue indicazioni, liberando anche Antigone, pagherà il fio della propria tracotanza con terribili lutti nella sua famiglia.«[Tiresia] Ma le furie d’Inferno: le dee vendicatrici e distruttrici ti spiano, Creonte, e in questo stesso male che tu faiti prenderanno come in una rete.E adesso fa’ attenzione, guarda bene se parlo per amore di denaro.Non passerà gran tempo e si odieranno nelle tue case grida lamentose di uomini e di donne.» Questa fosca prospettiva scuote finalmente l’uomo di potere, che si affretta ad onorare la salma di Polinice e si dirige a liberare la prigioniera. Un nunzio raggiunge di corsa il Corifeo e lo mette al corrente dei ferali sviluppi della vicenda, che ha preso ad abbattersi su Creonte: Emone, calatosi nella fossa dove è stata reclusa Antigone la trova impiccata e si dispera. I suoi lamenti giungono alle orecchie del padre che si precipita a tirarlo fuori dalla prigione. Il giovane, impazzito di dolore, solleva la spada contro suo padre, ma, non riuscendo a colpirlo, si trafigge riversando il suo corpo inginocchiato sulle gambe penzolanti dell’amata. Creonte è devastato dalla sofferenza, eppure i suoi mali non sono terminati: avendo appreso dal Nunzio la tremenda notizia, Euridice, moglie di Creonte, si ritira nelle sue stanze per suicidarsi con una lama davanti a un altare. Al Nunzio, latore di sventure, tocca infine riferire al reggente di Tebe anche quest’ultima disgrazia. Egli è un uomo ormai annientato dal dolore e dal senso di colpa. La tragedia si chiude con un commento del Corifeo, che esprime al meglio l’ideale greco della Sōphrosynē (Σωφροσύνη): «Avere un equilibrio razionale è di gran lunga il primo requisito d’un vivere felice per gli umani e non peccare mai per empietà, non offendere Dio.Ogni superbo scontale sue grosse parole con grosse battitureed impara col tempo, troppo tardi,che cos’è avere in sé la temperanza.» Contesa tra mondo matriarcale e patriarcale nella saga tebana: la visione di Erich FrommNe Il complesso di Edipo e il mito di Edipo (1949), il filosofo e psicoanalista tedesco Erich Fromm rivede la concezione freudiana del complesso di Edipo, analizzando l’intera trilogia tebana. Egli la legge non come Freud nei termini di desiderio incestuoso e di (auto)punizione per il sentimento di colpa, bensì di conflitto psichico e valoriale tra la più antica coscienza matriarcale e la più recente di genere patriarcale, dunque, come contesa tra due diverse espressioni del sentire e dell’amministrare il potere. La brillante analisi di Fromm prende le mosse dalle idee espresse da Johann Jakob Bachofen ne Il diritto materno (1861) e, pur mettendo a fuoco l’autentico tema portante di tutte e tre le tragedie, risente non poco di un’idealizzazione romantica della società matriarcale. Bachofen aveva ipotizzato, sulla scorta di una vasta serie di studi mitologici, evidenze e ritrovamenti archeologici riguardanti le civiltà greca e romana, che il potere patriarcale, imperniato sull’idea di gerarchia e rigidamente connotato da obblighi e coercizioni, si fosse imposto su quello matriarcale preesistente. Questo sarebbe stato caratterizzato dalla piena libertà sessuale e incentrato sulla figura della madre come unica rappresentativa figura genitoriale e da un sostanziale egalitarismo sociale. Un simile sostrato avrebbe trovato la sua proiezione in una dimensione del potere tramandato per via matrilineare e in una religione contraddistinta dalla supremazia di grandi dee madri. Una volta strappato il potere alle donne e stabilita l’assoluta priorità della discendenza patrilineare, gli uomini avrebbero sostituito i culti e le credenze precedenti con l’istituzione di pantheon dominati da figure maschili e convalidanti l’ideologia alla base dei nuovi rapporti sociali e politici. Secondo Fromm, dunque, le fosche e cruente traversie dei discendenti di Cadmo illustrerebbero lo straziante e irrisolto passaggio da una visione del mondo all’altra, da un’ideologia all’altra.
Ciò premesso, è opportuno seguire il percorso di pensiero espresso nel saggio frommiano, integrandolo con altri contributi più recenti, per arrivare infine ad enunciare la tesi originale di questo articolo. Innanzitutto, l’autore oppone a Creonte non soltanto Antigone, ma anche Emone e lo stesso Edipo, tutti uniti sotto il segno della lotta contro l’autorità paterna, cioè contro i suoi poteri e i suoi privilegi:«Edipo, come Emone e Antigone, rappresenta il principio matriarcale; essi si ribellano a un ordine sociale e religioso basato sui poteri e sui privilegi del padre, incarnato da Laio e da Creonte.» Il fondo di tale tematica si evidenzierebbe già nella risposta offerta da Edipo alla Sfinge, nell’Edipo re, dove avrebbe un peso irrisorio la soluzione al puerile indovinello, bensì avrebbe estrema rilevanza la concezione della centralità dell’essere umano come base per ogni impresa salvifica nei confronti dell’umanità stessa.
«Proprio questo principio dell’importanza dell’uomo fa parte della concezione matriarcale descritta da Bachofen. Sofocle, nell’Antigone, fece di esso il fulcro dell’atteggiamento di Antigone contro Creonte. Ciò che importa a quest’ultimo e all’ordine patriarcale che egli rappresenta sono lo stato, le leggi di origine umana e l’obbedienza a esse. Ad Antigone l’uomo stesso, la legge naturale e l’amore.»
Ed eccoci così giunti al succo dell’irriducibile contrapposizione tra Antigone e Creonte:«Il principio rappresentato da Creonte è quello della supremazia della legge dello stato sui legami di sangue, della supremazia dell’ossequio all’autorità sul rispetto della legge naturale di umanità. Antigone si rifiuta di violare le leggi del sangue e della solidarietà di tutti gli esseri umani in omaggio al sistema autoritario gerarchico.» E ancora:«Per Creonte l’ossequio all’autorità è il valore supremo; la solidarietà umana e l’amore, se in conflitto con l’obbedienza, debbono cedere. Egli deve sconfiggere Antigone per sostenere la sua autorità patriarcale e con essa la sua virilità.»
«Autorità nella famiglia e autorità nello stato sono i due supremi valori interdipendenti sostenuti da Creonte. I figli sono proprietà dei padri e la loro funzione è quella di “essere utili” al padre. La “padria potestas” nella famiglia è la base del potere del sovrano nello stato; i cittadini sono proprietà dello stato e del suo sovrano, e “l’indisciplina è il più grande dei mali”.»
Dunque, per Fromm, Antigone è davvero “nostra sorella” ed egli condivide caldamente la sua intransigenza antiautoritaria.
Diverse sono, invece, le conclusioni a cui, in altri ambiti, giungono il grande etnologo russo, studioso del folklore, Vladimir Jakovlevič Propp, nel suo Edipo alla luce del folklore. Quattro studi di etnografia storico-strutturale (1944) ed Eva Cantarella nel suo Contro Antigone. O dell’egoismo sociale (2024) . Certamente, nella sua celebre analisi strutturale di ordine sociale, Propp – anch’egli ispirandosi a Bachofen – concorda in pieno sulla contrapposizione tra Antigone e Creonte considerandola emblematica del dissidio tra due procedure: quella del passaggio dal governo trasmesso per via matrilineare a quello trasmesso patrilinearmente. Di fatto, per lo studioso sovietico, il tema edipico dello sposalizio di una regina dopo aver ucciso il precedente re – atto alla base di tutto il ciclo tebano – già esisteva nel folklore greco prima che s’instaurasse il potere patriarcale, senza che in quell’epoca fosse rivestito di sentimento di colpa. Questo materiale, riutilizzato e trasposto in epoca posteriore, venne rivestito del tema della nemesi per la colpa commessa (ma divenuta tale solo ad occhi più recenti). Queste distinte concrezioni socioculturali non possono che scontrarsi apertamente e in modo reciprocamente distruttivo nell’Antigone. Ancora più interessante diventa la questione se noi procediamo nell’ analisi storico-antropologica, basata sulla conoscenza dell’antico diritto greco, a cui ci introduce Eva Cantarella . La sua rilettura dell’Antigone fa strame di molte moderne decantazioni della sua figura, che la vedono eroina ante litteram dei diritti civili, umani, femminili, contrapposta alla tirannide arbitraria e maschilista di Creonte. In realtà, le considerazioni storiche pongono il reggente di Tebe in ben altra luce. Il suo divieto esprime la chiara volontà di assicurare alla città pace e ordine civile, all’indomani di una rovinosa guerra fratricida che l’aveva messa in ginocchio, falcidiandone la popolazione. La visione dell’uomo di potere rispecchia pienamente l’asseverata convinzione greca che l’ordine pubblico dipenda strettamente dalla distinzione tra lealtà e tradimento. In pratica, per la Cantarella, nella tragedia assistiamo allo scontro tra due attitudini implacabilmente irriducibili: quella votata alla devozione familiare, dunque appartenente alla sfera privata, e quella della responsabilità civica nell’ambito della collettività. «Il racconto della morte di Antigone, dunque, si chiude con la fine di Creonte, e non poteva essere altrimenti: la morte di Antigone e l’annientamento di Creonte sono ambedue necessari. Essi sono la conseguenza ineliminabile del conflitto che si ripropone non solo ogniqualvolta un individuo, una minoranza o un popolo lottano contro l’ingiustizia, ma più in generale, ogniqualvolta l’applicazione di una regola giuridica, anche in un sistema legittimo “giusto”, si scontra con una realtà sociale o una valutazione etica che non riconoscono il suo fondamento etico. Antigone, insomma, pone il dilemma perenne del rapporto tra il diritto e la sua interpretazione e applicazione, che consentono alle regole giuridiche di non cristallizzarsi in una fissità che potrebbe farle percepire come ingiuste.»
Per comprendere meglio l’argomentazione di Cantarella, dobbiamo seguire il filo del suo ragionamento a partire dalla ricostruzione del rapporto tra la vita e la morte che contraddistingueva la civiltà greca, almeno fino all’epoca in cui Sofocle componeva le sue tragedie. Per gli antichi Greci i riti funerari assumevano un’importanza fondamentale poiché l’esistenza dei morti era considerata umbratile, evanescente, impalpabile e totalmente priva di qualsiasi interesse: l’unica vera vita era quella sulla terra e l’unica vera immortalità era quella che poteva essere garantita da una “buona morte”. Per eccellenza, la “buona morte” era rappresentata da quella eroica e gloriosa. Dunque, il passaggio al mondo infero rappresentava l’ultimo atto di legame con la vita e la dimensione sociale, prima dell’inabissarsi nel vuoto e nell’insignificanza. I riti funerari assicuravano, cioè, l’estremo ristoro nel segno della memoria. E su ciò si fonda la legge, non scritta, ma “cara agli dèi”, alla quale fa riferimento Antigone.
«È a loro che io devo obbedire, ripete nel dialogo con Creonte: ho disobbedito alla tua legge perché non pensavo “che i tuoi editti avessero tanta forza che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incontrollabili degli dèi” (vv. 453-55). E articola ulteriormente le ragioni della sua disobbedienza rimarcando un aspetto, o meglio l’aspetto centrale del suo carattere: l’importanza della vita oltre la morte, l’unica che per lei contava.È un discorso fondamentale ai fini della comprensione del suo personaggio, questo, che in forza del riferimento alle leggi “non scritte e incontrollabili” di cui sopra ha fatto e continua a far parlare di lei come della prima rappresentante dei “diritti umani”, in contrapposizione, secondo la tradizione, al positivismo giuridico rappresentato da Creonte» Come già accennato (alla nota 5, a p.6), psicologicamente Antigone sente gravare su di sé il dramma della sua stirpe e, per quanto resistente lei possa essere, con la morte dei fratelli, in particolare di Polinice, la sua anima si spezza: ormai lei appartiene alla morte e ai morti; la sua determinazione non può che sprigionare luce nel segno dell’autodistruzione e dell’annichilimento. Antigone sfida Creonte forse per ottenere un palcoscenico collettivo alla propria intollerabile sofferenza: il suo scopo è, a prescindere dalla volontà dello zio, il suicidio. Il suicidio che la unisce, in una identificazione inconscia, sia con la madre Giocasta, sia con il padre Edipo, con il quale condivide la fine: per il re di Tebe, la fossa delle Erinni/Eumenidi di Colono, per lei la tomba-prigione in cui viene incarcerata per ordine di Creonte. L’amore di Antigone si è già sciolto da tempo nel Lete, il fiume infero dell’oblio. Se memoria c’è in lei, è solo quella del sangue, il sangue che condivide ai suoi cari defunti: l’amore per i vivi non ha più posto in lei.
«Vittima com’è di una disperata follia di annientamento e di distruzione, Antigone non ama nessuno, così come non ama sé stessa: il suo solo e vero amore è la morte.»
Contrariamente all’opinione comune, Eva Cantarella interpreta la figura di Creonte come quella di un buon governante, analizzando le sue azioni e i suoi “comizi” sotto una luce diversa. Già dal primo proclama rivolto ai tebani, emerge come il sovrano non si limiti a imporre le leggi dello Stato, ma ne illustri la necessità etica e civile. Attraverso la vicenda dei due nipoti, la cui diversa sorte funebre è diretta conseguenza dell’applicazione di tali norme, Creonte esplicita il suo rigore. Se la visione tradizionale si focalizza sulla crudeltà del negare la sepoltura, Cantarella scorge in questa scelta l’essenza del dovere politico: Creonte è guidato dalla ‘ragion di Stato’, necessaria a garantire l’ordine e la pace sociale. Per il sovrano, la vera giustizia risiede nell’imparzialità; egli rifiuta fermamente di anteporre i legami familiari al bene comune, convinto che la legge non debba piegarsi a interessi privati.
QUI INSERIRE IL DISCORSO DI CREONTEA
conferma di questo rigore vi è anche la sorte riservata ad Antigone per aver violato l’editto. Cantarella chiarisce come la condanna alla vivi-sepoltura non fosse un atto di gratuita crudeltà, bensì una scelta coerente con le consuetudini del tempo. L’autrice spiega infatti che, nell’antichità, il trattamento penale delle donne differiva profondamente da quello degli uomini: se per la violazione del bando Creonte aveva inizialmente previsto la lapidazione (una punizione pubblica), la successiva decisione di murare Antigone rispondeva alla prassi di punire le donne in una dimensione privata. La vivi-sepoltura era una pratica codificata per i reati femminili, e il fatto che Creonte vi faccia ricorso sottolinea come egli si trovasse impreparato di fronte a una sfida mossa proprio da una donna, dovendo dunque adattare la sanzione al genere della colpevole.
Ciò provoca una particolare asprezza e un radicale disprezzo per le ragioni di chi desidera continuare a vivere e dunque ad amare e sperare, come la sorella Ismene. E coerente con questa pulsione, come vedremo, lei schianta ogni cosa e persona con la quale si relaziona, coinvolgendo nel proprio cupio dissolvi anche il suo promesso sposo Emone.Veniamo alle ragioni di Creonte. In lui, invece, spiega Eva Cantarella, cogliamo l’eco di un’altra consuetudine, anch’essa assai radicata nella storia di una società familistica e clanica, alla ricerca di un difficile equilibrio: l’obbligatorietà della vendetta, posta a baluardo dell’onore [τιμή (timé)]. «Il bando con il quale Creonte aveva vietato di dare sepoltura a Polinice altro non era, dunque, che la riconferma di una regola non scritta, da sempre esistente e da sempre rispettata. L’unica perplessità in proposito, quindi, può riguardare la ragione per la quale Creonte aveva sentito il bisogno di ribadire una regola consuetudinaria: ma le ragioni esistevano. Polinice non era un nemico qualunque, era un traditore della patria, morto combattendo per distruggerla: doppiamente nemico, dunque, doppiamente colpevole. E prima di allearsi con Argo era a lungo vissuto in città, dove data la sua posizione sociale aveva certamente intrattenuto sin dall’infanzia molte relazioni, gran parte delle quali altrettanto certamente importanti. Il divieto di seppellire il suo cadavere, dunque, poteva incontrare non solo la perplessità in alcuni sei suoi vecchi amici, ma anche la contrarietà di quanti, tra questi, nel momento in cui si era accesa la sua rivalità con Eteocle, avevano parteggiato per lui. Che una parte della popolazione di Tebe desiderasse rendere a Polinice gli onori funebri, insomma, era cosa più che probabile. La previsione di una pena per chi avesse violato il bando era perfettamente comprensibile, e la pena prevista era adeguata.» Il lavoro della studiosa milanese si conclude evidenziando che la forza dell’opera sofoclea risiede non nel lanciare ai posteri un messaggio unilaterale, quanto piuttosto di sprigionare sempre nuovi affascinanti significati, capaci di viaggiare nel tempo.