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Strumenti di seduzione, specchi dell’interiorità

Pubblicato su “Il Messaggero” 08/04/2002

PLINIO il Vecchio già sapeva che «solo l’uomo alla nascita, nudo sulla nuda terra, è abbandonato ai vagiti e ai pianti». Perché è caratteristica pienamente umana, sua peculiarità comunicare attraverso le lacrime.

Il neonato guarda il volto della madre, cerca nel suo sorriso conforto e protezione, e piange; sente il bisogno crescere imperioso in lui, vuole cibo o carezze, e piange. In questo modo il suo pianto è già parola: perché attraverso di esso il bambino comunica col volto materno e ne richiama l’attenzione. Il pianto è dunque linguaggio, è aprirsi al mondo, è dare ad esso una parte di sé.

E veicola un messaggio di speranza. Sì, di speranza: trasporta un desiderio e lascia trapelare la volontà di realizzare quanto sospirato. Soltanto chi spera, chi desidera, chi sente muoversi e formarsi un’idea fumida e lontana ma colorata da tinte ariose e squillanti può piangere. Chi è davvero disperato, profondamente ancorato ad un presente al quale non può offrire alcun futuro, non piange più.

Perché in ogni lacrima, vi è già un’anticipazione di quel che sarà, in ogni lacrima vi è un’altra dimensione che trascende la condizione contingente e va oltre, alla ricerca della realizzazione di un sogno migliore. Il neonato stesso che muove i suoi occhioni e grida, strepita, il neonato che attraverso il suo singhiozzare attira le amorevoli quanto sollecite cure materne, ha nella sua motivazione al pianto un’aspettativa futura. Piange per poi sorridere. E piange per sedurre.

Quante lacrime, di fanciullo o di donna, hanno disorientato l’animo degli uomini, hanno commosso. Quante lacrime sono state usate persino intenzionalmente per ottenere qualcosa, fosse solo per ottenere in cambio un sorriso o una carezza. Perché le lacrime possono anche essere seduttive e seduttrici, vezzose messaggere di una richiesta d’aiuto e ancor più di vicinanza. E muovono l’altro all’affetto, alla benevolenza. Perché chi piange sente dentro di sé il tramestio delle emozioni, degli affetti, dei sentimenti. Chi piange è umano, chi piange è capace di provare pietà, per se stesso e per gli altri. E la pietà sembra andare a braccetto con la bontà. Allora le lacrime diventano seduttive, poiché nell’immaginario collettivo, esse si associano all’animo «cortese», alle virtù positive.

Ma alle volte, il pianto trascende tutto questo, si carica di un marasma interiore che non può più essere controllato dalle direttive della ragione, e prorompe. Esso diventa, così, anche purificazione. Catarsi per chi, attraverso di esso soltanto, riesce ad esprimere dolori ed emozioni forti, ma anche gioie intense.

Ma le lacrime sono anche qualcosa di molto più simbolico, o di concretamente esistente: sono, come le culture primitive le vedevano, delle «gocce d’acqua». Eppure, attraverso la loro trasparenza si possono intuire effetti percettivi sbalorditivi, che non soltanto lasciano un sapore salato, ma che, soprattutto, si mostrano gravide di una interiorità sofferta e sentita. Perché, prima di ogni lacrima, vi è sempre un pensiero.

ALDO CAROTENUTO

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L'autore
Aldo Carotenuto
Aldo Carotenuto (1933-2005) Ha insegnato Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali all'Università di Roma