A Colloquio con il Regista Nanni Garella Un metteur en scène “dutåur di mat”, quasi junghiano

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 12, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2011 – Estratto

Nanni Garella: Sai che ho messo in scena Anatol di Schnitzler dove c’è una delle ragazze che lui ipnotizza… in modo piuttosto scherzoso… ma insomma, tra il lusco e il brusco si capisce che frequentava l’ambiente…

Amedeo Caruso: Schnitzler era considerato da Freud la sua ombra, il suo “doppio letterario”, uno scrittore che ammirava moltissimo, tanto che gli ho dedicato anni fa uno scritto che si intitola Arthur Schnitzler come psicologo dove descrivo diffusamente i loro rapporti e ancora ho scritto dei piccoli monologhi teatrali dove c’è, tra gli altri, anche lui come protagonista dello spettacolo “Le stanze dei sogni”. Ma adesso parliamo dei tuoi spettacoli che io trovo davvero straordinari, unici più che rari, che sono partiti quando?

Ti riferisci, insomma, alla mia attenzione diretta alle diverse abilità di soggetti “versatili” nei confronti della recitazione teatrale. Nasce, come sempre, dalla mia tensione poetica, in modo quasi casuale, con una messa in scena del Woyzeck con Alessandro Haber, nel 1997 – che non aveva niente a che fare inizialmente con quell’interesse verso il tipo di attori che avrei scelto e di cui mi sarei occupato in seguito, cioè di allargare il mio spettro di azione con l’intersezione della malattia mentale e il disagio psichico. Accadde che proprio in quel periodo vidi una compagnia di danzatori inglesi che si chiama la Candoco Dance Company di Londra composta da danzatori disabili e da danzatori normalmente abili, che lavoravano insieme e che facevano cose molto affascinanti. Tra questi artisti, che io andai a trovare di proposito a Leeds in Gran Bretagna c’era David Toole, che è un danzatore senza gambe. Ora ti rendi conto che un danzatore senza gambe è una particolarità assoluta, nel senso che si trattava di un personaggio con due braccia strepitose e un busto bellissimo che faceva delle diagonali sul palcoscenico con le braccia, di corsa, fantastico! Questa compagnia la vidi per la prima volta a Bologna, quando la ospitammo al Teatro Arena del Sole. Io stavo preparando il Woyzeck ed ebbi questa folgorazione di accoppiare il personaggio di Woyzeck al suo Alter Ego, un grillo parlante più saggio di lui interpretato da questo danzatore. Così decisi di mischiare agli attori di prosa con questi danzatori, che svolgevano un importante ruolo coreografico. Ma il fattore speciale era il rapporto tra Woyzeck, interpretato da Haber, e questa sua coscienza che si portava quasi addosso, fisicamente. Lo spettacolo mi ha portato poi a ragionare sulle possibilità che ci sono di unire, armonizzare, in una società come la nostra che esclude molto, e che tende ad allontanare sempre più questi due mondi (quello normale e quello dei diversamente abili) mentre “l’altro” ci sarebbe sempre più bisogno di incontrarlo. Così ho cominciato a riflettere, più a pelle, per la verità, sulla asfissia che sentivo in quel momento nei teatri come edifici fisici, nei teatri come abitudini, come gente che ci va, come tipo di pubblico, ma anche come persone che lo fanno, gli artisti, gli attori. Ho preso, così, ad avere interesse per il tipo di attività svolte da persone che normalmente sono tagliate fuori dai circuiti culturali, ma anche da attività economiche, sociali. In seguito a questa esperienza con i disabili ho ritrovato – dopo aver vissuto per circa dodici anni a Milano, una volta tornato qui a Bologna, e lavorando stabilmente per il Teatro Arena del Sole – un mio amico psichiatra, Filippo Renda, un basagliano dei primi giorni, e compagno di osteria, che a Bologna è una vera e propria istituzione. Anni prima, quando eravamo molto giovani, ci eravamo detti di quanto sarebbe stato fenomenale mettere su una compagnia teatrale di matti, e fantasticavamo su quello che ne sarebbe venuto fuori. Dallo spettacolo Woyzeck, che anche lui vide, ripartì un po’ questa idea e ci proponemmo, concretamente, di lavorare con i suoi matti. Direttore Generale della ASL, Bologna Nord, era, a quei tempi, Angelo Giovanni Rossi, un economista bocconiano, molto simpatico e aggressivo nel suo modo di fare, con il quale ci riunimmo e proponemmo di fare un corso di formazione professionale per attori, dedicato ai pazienti psichiatrici. Presentato questo progetto alla Provincia e assai scettici che potessero approvarlo, dopo le prime perplessità su una proposta così stravagante, ce lo vedemmo accettato, anche grazie a non poche insistenze. E siamo partiti nel 1999. Erano presenti due particolarità importanti, la prima riguardo la selezione dei partecipanti e la seconda per quanto concerne gli obiettivi del corso. Partiamo dal secondo punto: lo scopo era quello – estremamente “basagliano” – di farli lavorare, di trovare, insomma, un modo per loro di affrancarsi attraverso il lavoro e di riappropriarsi di quanto gli era stato tolto dalla malattia in termini di studi, attività eccetera. Reinserirli, quindi, in un mondo del lavoro che non fosse quello solito del recupero psichiatrico, con attività come il giardiniere o il ceramista. Non era, quindi, un tentativo di arte-terapia o teatro-terapia, ma l’intento era forte, quello di costruire una vera e propria compagnia di attori… “professionisti” – che è una parola che non mi piace e che non uso – ma che fossero in grado di guadagnare dei soldi. La selezione, a questo punto lo comprendi bene, era basata anche sulla loro potenzialità e capacità di lavorare in questo modo.

Si trattava di pazienti psichiatrici di che genere?

Tutti psicotici o, quantomeno, borderline.

Quindi in trattamento farmacologico oltre che psicologico…

Sì, assolutamente. Tutti abbastanza gravi… o meglio, che “erano gravi”. Per esempio c’è stata una paziente – attrice che mi ha dato una enorme soddisfazione, una incredibile gratificazione, perché l’ho inserita, lei sola, nella compagnia che rappresentava Zio Vanja di Cechov, e che è stata in tournèe per ben due stagioni ed ha lavorato meravigliosamente, anche se ha avuto bisogno, ogni tanto, di qualche aiuto da parte degli operatori psichiatrici. Capisci bene, poi, che a quei tempi avevamo serie problematiche da affrontare, come quella economica, che non era uno scherzo…

Quanto tempo durava il corso di formazione?

Due anni.

Come era congegnato l’orario settimanale?

All’inizio due giorni alla settimana, con quattro ore quotidiane, poi siamo passati a tre giorni con tre ore al dì, perché ci siamo accorti che l’apprendimento funzionava meglio così diluito.

Questo era già il progetto Arte e Salute? E chi faceva la selezione?

No, questo era soltanto, ancora, il “Progetto Teatro” della Unità Sanitaria Bologna Nord. I membri della commissione esaminatrice erano lo psichiatra Renda, io, naturalmente, ed altri esperti in campo psichiatrico ed artistico. Ci siamo orientati sulle persone che mostrassero del talento o delle inclinazioni per le attività teatrali, in quanto il nostro interesse precipuo era che volessero diventare degli attori e non soltanto lavorare. Devo però ammettere che la selezione finale me la sono arrogata io, in quanto dopo le segnalazioni degli psichiatri, mi sono basato soprattutto sul mio fiuto, sul mio intuito.

Abstract

In questo colloquio Amedeo Caruso conduce il lettore attraverso un percorso effettuato dal regista Nanni Garella che, primo in Italia, ha creato una compagnia teatrale (Arte e Salute) formata da attori – residenti e non – in comunità psichiatriche. Questo coraggioso ed appassionato regista, colto e sensibilissimo alle corde di Psiche, ha anche lavorato in passato con attori diversamente abili, mettendo in scena degli spettacoli memorabili. Nell’intervista si enucleano le ragioni artistiche e interiori di questo intellettuale che svolge un lavoro decisamente rivoluzionario al servizio non solo del teatro ma anche della salute mentale.

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L'autore
Amedeo Caruso