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La casa abbandonata. Sentieri dell’abbandono nelle opere di Murakami Haruki

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Pubblicato in Giornale Storico del Centro Studi Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto, Vol. 17 – Ottobre 2013 (Fioriti Editore)

 

Era il Maggio del 2005 quando, per caso, mi ero trovata a sfogliare le prime pagine di Norwegian Wood. Tokyo Blues (Murakami, 1987) , uno tra i più popolari romanzi di Murakami Haruki (il cognome precede il nome, come vuole la lingua giapponese). Scorrevo avidamente con lo sguardo le parole che si rincorrevano sotto i miei occhi ed erano bastati pochi minuti per rapirmi da tutto ciò mi circondava, fino a scivolare su queste righe: “E mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. Come è potuto succedere? Dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov’è lei e dov’è la persona che ero allora, il mio mondo? Ma è inutile, ormai non riesco nemmeno a ricordare facilmente il viso di Naoko. Quello che mi resta è solo lo sfondo: un paesaggio senza figure” .

Abbandono, perdita, fallimento, solitudine, disorientamento, ricerca della propria identità: in quei capoversi erano già presenti i principali motivi dell’opera di Murakami che, in seguito, ho ritrovato in tutti i libri e racconti che sono stati finora pubblicati in italiano. Il successo di pubblico che negli anni ha confermato il lavoro dell’autore, credo risieda nella sua capacità di descrivere in parole e immagini semplici, chiare e autentiche, i vissuti emotivi legati alle esperienze di solitudine e trasformazione.

Molte delle vicende narrate da Murakami, infatti, prendono avvio da un personaggio che subisce un abbandono, in alcuni casi dovuto alla morte oppure al suicidio di una persona amata: nel libro Norwegian wood Watanabe viene abbandonato da Kizuki, il suo migliore amico che si suicida inaspettatamente e da Naoko, la ragazza di Kizuki, della quale Watanabe si innamora dopo la morte di quest’ultimo; ne L’uccello che girava le viti del mondo (1997) Okada Tōru viene improvvisamente abbandonato prima dal suo gatto e poi dalla moglie Kumiko; in Kafka sulla spiaggia (2002) il piccolo Tamura Kafka viene abbandonato dalla madre e dalla sorella e lui, una volta adolescente, abbandonerà il padre per scoprire le sue origini; in Dance dance dance (1988) il protagonista racconta di essere stato abbandonato da tutte le persone a cui teneva, a causa della sua inaffidabilità emotiva. In altri racconti, invece, è il protagonista ad allontanarsi dalla persona amata o/e da ciò che costituisce la sua quotidianità alla ricerca di sé stesso, a volte entrando letteralmente in un’altra dimensione surreale: in A sud del confine, a ovest del sole (1992) Hajime abbandona Shimamoto quando sono adolescenti, ma il ricordo della ragazza lo accompagnerà, con rimpianto, per tutti gli anni a venire; in La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985) il protagonista è un “cibermatico” che sotto la guida di un vecchio scienziato deve sventare un complotto che vuole la fine del mondo e contemporaneamente – ma in un altro universo spazio-temporale – cerca di salvare la sua Ombra che gli è stata strappata appena varcata la soglia del “Paese delle meraviglie”; in 1Q84 (2009) Aomame entra, suo malgrado, nella realtà dell’1Q84, nella quale dovrà uccidere il capo di una potente setta religiosa e ritrovare l’amore della sua vita, Tengo.

In un’intervista del 2005 Murakami ha affermato: “Dobbiamo imparare a convivere con le situazioni di caos che il mondo ci presenta. È questo, credo, che cerco di dire nei miei romanzi” [1] e spesso è proprio l’esperienza dell’abbandono a sprigionare dentro di noi il caos perché, come ha scritto Pier Vittorio Tondelli, ci getta in quella “zona dell’esperienza dove tutto è possibile” (Spadaro, 2002)[2]; è un trauma che ripropone il momento del concepimento quando, strappati dal caldo liquido amniotico materno, ci ritroviamo nell’esistenza (dal latino ex-sistere= stare fuori) con le sue opportunità di vita e l’ineludibilità della morte. La solitudine che langue sulle ceneri del distacco è lo spazio in cui si celebra il passaggio dalla morte alla rinascita ed è così rischioso e difficile in quanto ci espone ad infinite declinazioni di vita, un labirinto di scelte che può decifrare e risolvere solo chi si trova ad attraversare il deserto. L’obiettivo di questo articolo è descrivere, attraverso le parole e le immagini dell’autore, un sentiero attraverso il quale sia possibile penetrare i territori dell’abbandono e del dolore, per approdare ad una nuova consapevolezza di se stessi nel mondo.

… se questa scelta comportava qualche problema, doveva trattarsi di un problema inerente alla mia stessa natura

Ogni storia d’amore è composta da due individui che si sentono coinvolti dal comune desiderio di costruire, insieme all’altro, un rapporto che duri nel tempo. Tuttavia frequentemente la relazione simbiotica rappresentata dal legame madre-figlio, è il modello archetipico al quale le persone si affidano nella speranza di vivere un rapporto eterno, privo di conflitti, al riparo dai cambiamenti della crescita. All’interno della fusione affettiva gli amanti iniziano a mescolare le proprie identità (valori, bisogni, obiettivi, desideri) al punto da non riuscire più a riconoscersi come entità separate dalla coppia.

Nel romanzo L’uccello che girava le viti del mondo Okada Tōru viene lasciato all’improvviso dalla moglie che sparisce senza dare alcuna spiegazione, così disorientato e turbato, inizia a ripercorre le vicende che lo hanno condotto a sposare Kumiko: “La famiglia, pensavo. In seno a essa noi svolgevamo i ruoli che ci eravamo assegnati, lei parlava del suo lavoro, io preparavo la cena e ascoltavo. Era una famiglia che non corrispondeva affatto all’immagine che ne avevo prima di sposarmi, ma comunque fosse, me l’ero scelta io. […] Certo difficilmente la si sarebbe potuta definire perfetta, però io ero sostanzialmente pronto ad accettarla, qualunque problema si presentasse. Insomma era qualcosa che mi ero scelto io, e se questa scelta comportava qualche problema, doveva trattarsi di un problema inerente alla mia stessa natura” .

Il protagonista non attribuisce tutte le responsabilità dell’abbandono alla moglie, ma comprende che il tradimento subito è il prodotto di dinamiche e sentimenti condivisi da entrambi. Tōru realizza che per risolvere l’enigmatico processo di eventi che hanno condotto Kumiko a lasciarlo, deve indagare nei meandri della sua stessa psiche, fare chiarezza sul ruolo che egli ha assunto durante la storia d’amore. Il tradimento corrisponde etimologicamente alla consegna di un messaggio (dal latino tradere= consegnare, mettere in mano) che ci viene affidato per rivelarci qualcosa di cruciale sulla nostra natura. E’ un evento doloroso e drammatico che elicita nelle persone il senso di impotenza di chi si sente vittima innocente di un torto. Mettersi al riparo dal dolore indossando i panni del “bambino abbandonato” è un meccanismo schizo-paranoideo comprensibile nella fase iniziale della separazione, ma presto diventa necessario riprendere in mano le redini della propria vita, ricordando che solo i bambini possono essere abbandonati nel vero senso della parola, perché se privati delle cure genitoriali non hanno gli strumenti cognitivi ed emotivi per sopravvivere in solitudine.

Un adulto può essere lasciato, ma è in grado di contare su un bagaglio di esperienze e strumenti che gli consentiranno di attraversare il lutto della perdita, trovando nuovi orizzonti e rivelazioni sulla propria vita. La maturità affettiva consiste nella capacità di essere responsabili di ciò che viviamo, assumendo in prima persona il “peso” delle situazioni che vengono a delinearsi all’interno della relazione. In questo modo possiamo prendere coscienza delle dinamiche disfunzionali o evolutive che hanno messo in crisi il rapporto, per ricostruirlo su basi nuove oppure assecondare la rottura del legame, se si diventa consapevoli che non ci sono più i margini per una trasformazione adattiva.

Uno dei temi chiave dell’opera di Murakami è che l’essere umano, per decodificare la realtà, deve passare necessariamente per il suo inconscio, calarsi all’interno di esso come fosse un pozzo torbido e oscuro, affrontando il rischio e il pericolo di guardare in faccia il nucleo della sua (in)coscienza. Dunque il primo passo suggerito da Murakami per confrontarsi con l’esperienza caotica della separazione è rivolgere lo sguardo all’interno di se stessi, alla ricerca delle responsabilità condivise con il partner, arginando le proiezioni rassicuranti dei ruoli di vittima e carnefice.

Quando è necessario attendere, bisogna limitarsi ad attendere

Una parte della critica letteraria giapponese ritiene che i romanzi di Murakami siano “troppo occidentali” e che non rispecchino la visione del mondo tipica del Giappone. E’ bene ricordare che l’autore in questione è stato il primo traduttore in Giappone di scrittori americani come Raymond Carver, Truman Capote, Francis Scott Fitzgerald e J.D. Salinger; è stato ricercatore all’Università di Princeton ed ha scritto la maggior parte dei suoi romanzi tra l’America e l’Europa. La distanza che Murakami ha messo tra se e il suo paese natale è stata dettata, per sua stessa ammissione, dall’esigenza di sentirsi libero dalle istanze pressanti del collettivo, una dimensione molto forte in Asia .[3] Personalmente credo che, nonostante la sua prosa sia molte volte scandita dal ritmo del jazz e le storie raccontino di uomini che lottano contro l’omologazione e le aspettative sociali, il sentimento orientale emerga con forza, in particolare nella capacità dell’individuo di sostenere il peso del vuoto e della mancanza, coltivando le dimensioni dell’attesa e della pazienza. Lo spazio cavo, aperto dall’abbandono, provoca una sofferenza tale da spingere il soggetto a cercare di ottenere immediatamente dall’Altro risposte, soluzioni e/o consolazioni, attraverso agiti comportamentali, eppure questa frenesia impedisce di sentire e capire più profondamente cosa è successo e perché.

Quando i protagonisti di Murakami si trovano all’interno di un uragano esistenziale, vengono richiamati da eventi o personaggi a fare esercizio di pazienza: “Cerco di captare dei segnali, aspetto che prendano forma, e poi agisco di conseguenza. – Che vuoi dire esattamente? – chiese. – Che bisogna aspettare, – spiegai. – Aspettare con calma il momento giusto. Osservare che piega prendono le cose, senza cercare di intervenire a tutti i costi. Sforzarsi di guardare la situazione in modo imparziale. Facendo così si capisce naturalmente cosa è giusto fare. Ma sono tutti troppo occupati. E sono troppo presi da se stessi per pensare seriamente a come comportarsi in maniera equanime” . La pazienza dell’attesa è quella virtu’ che permette ai significati di apparire a tempo debito, anche se si fanno aspettare. Non è una caratteristica passiva ma si esprime in termini di opposizione alla fretta e all’insofferenza . Essere pazienti non significa restare immobili e impotenti, bensì muoversi lentamente nel vuoto, lo spazio naturale in cui il desiderio ha la possibilità di affiorare in superficie, per orientarci rispetto a noi stessi, attraverso nuove connessioni e forme di pensiero. Wilfred Bion (1970) descrive tale disposizione (da coltivare anche all’interno del lavoro psicoanalitico) come “capacità negativa” .

In Dance dance dance il protagonista si trova nello stallo della solitudine e comprende, a poco a poco, che il punto di partenza è rientrare in contatto con il proprio mondo interno e da lì ricostruire nuovi collegamenti rispetto alla realtà: “Per quanto la situazione potesse sembrare incomprensibile, dovevo armarmi di pazienza e districare a poco a poco la matassa. Districare la matassa, e poi collegare i fili. Risanare la situazione. Da dove cominciare? Non c’era un vero punto di partenza. […] Io collego ogni cosa a tutte le altre, in modo che non si disperdano. Questo è il mio compito. Collegare. Le cose che cerchi, quelle che hai trovato. Collegare tutto. Capisci? […] Hai perso molte cose, hai sciolto troppi legami, e non hai saputo sostituirli. Perciò sei confuso. Ma una cosa ti rimane: sei ancora in contatto con questo luogo” .

Dimentica tutto… per dormire, per sognare…

Murakami attribuisce grande importanza al mondo inconscio e alle sue immagini, riconoscendo di essere stato influenzato in questo dal profondo rapporto di amicizia con il Dr Kawai Hayao (1928-2007) – primo psicoanalista ad aver introdotto in Giappone la psicologia analitica e la sandplay therapy di Dora Kalff -: “Il subconscio è molto importante per me come scrittore. Non leggo molto Jung, ma quello che scrive ha alcune somiglianze con la mia scrittura. Per me il subconscio è una terra sconosciuta. Non voglio analizzarlo mentre Jung e gli altri psicoanalisti analizzano sempre i sogni e il significato di ogni cosa. Non voglio fare questo. Considero il sogno semplicemente come un tutt’uno, nella sua interezza” [4]. Nelle sue storie i sogni hanno una grande rilevanza, compaiono frequentemente e sono il mezzo attraverso il quale i personaggi riescono a comprendere e modificare la realtà che abitano: “Mi accade spesso di sognare l’Albergo del Delfino. Lì dentro c’è qualcuno che piange. E io so che piange per me. L’albergo mi comprende dentro di sé. Riesco a percepirne le sue pulsazioni e il suo calore. Nel sogno, sono una parte dell’albergo” .

I protagonisti murakamiani cercano la trance onirica, la attraversano con timore ma anche con determinazione, sapendo che la discesa negli inferi del sogno è l’archetipo che prelude alla trasformazione: “Mi piace la storia di Orfeo, la sua discesa… il mondo della morte, in cui tu entri a tuo rischio…”[5]. Essere in contatto con il proprio mondo onirico ci consente di capire in che momento siamo della nostra vita, quali aspetti relazionali hanno generato il blocco attuale e quale sentiero seguire per risolvere l’impasse: i sogni, fedeli e sinceri, saranno guida nell’oscurità in cui versa la vita diurna, mostrandoci i nostri limiti e le potenzialità da coltivare per vivere un Eros libero e creativo.

Okada Tōru, trova il mio nome, per favore.

Un altro aspetto interessante che ricorre all’interno dei romanzi dell’autore giapponese è l’importanza attribuita ai nomi delle persone. Sposando l’aforisma dantesco nomina sunt consequentia rerum per esprimere la convinzione che i nomi rivelino l’essenza o alcune qualità della cosa o della persona denominata, Murakami descrive personaggi che, ad un certo punto della storia, modificano il proprio nome per sancire l’avvento di un cambiamento interiore. Tutti noi ci trasformiamo continuamente, a volte impercettibilmente, altre volte in maniera evidente, e questo si riflette nei rapporti di coppia.

Durante la separazione gli amanti perdono il proprio nome, non si ri-conoscono più. L’Altro non si volta quando lo chiamiamo con il nome che eravamo soliti usare, e noi non sappiamo più identificarci nel nostro nome amputato dall’assenza del partner. Così diventa necessario ri-nominare la realtà, spogliarla dalle proiezioni, accettando la trasformazione di chi per noi aveva contato profondamente, prendendo atto del fatto che ora quel nome è legato ad obiettivi, bisogni e/o desideri nuovi, incompatibili con la relazione che ci vedeva coinvolti. Chi viene abbandonato deve darsi, nel tempo, un altro nome che identifichi sia l’esito della frattura avvenuta, sia la ricomposizione della propria identità in una nuova forma.

Se cerchi una vera rivelazione, devi passare attraverso l’agonia

Ciò che rende i racconti di Murakami così perturbanti è il fatto che rappresentino la condizione dell’essere umano il quale deve necessariamente attraversare la morte (intesa come solitudine, perdita irreversibile di un amore, malattia psichica) per conquistare una nuova possibilità di vita. Il messaggio che pervade ogni scritto del romanziere giapponese è che il dolore abbia un senso ampio e cruciale nella vita di ognuno di noi. Il dolore non è il contrario della vita ma ne è parte indispensabile e integrante: riuscire a percepire il dolore ci consente di muoverci, di salvarci da una minaccia incombente. Solo i morti non sentono il dolore e solo chi possiede un cuore può correre il rischio di vederlo andare in frantumi.

L’avventura della vita inizia quando veniamo “traditi” dalla simbiosi materna e gettati nel mondo, per andare alla ricerca di noi stessi come individui: ogni separazione ci lancia la stessa sfida, lasciandoci soli e disorientati di fronte ad una realtà da ricostruire, per risolvere l’enigma della nostra verità (chi sono, cosa desidero). La dissoluzione di ogni legame amoroso comporta ferite ma lascia in dono (“abban-dono”), ad entrambi gli individui, un insieme di insegnamenti che possono illuminare il lato Ombra – la parte nascosta e complessuale di noi stessi – per consentirci di diventare persone più consapevoli dei propri desideri.

Murakami scrive che quando tutto attorno è buio, non si può fare altro che attendere il momento in cui gli occhi si abitueranno all’oscurità. Da quel momento in poi la bussola per riemergere in superficie sarà la fiducia, ossia ri-conoscere ciò che si ama nella vita, perché solo se non si conosce ciò che si ama, ci si può davvero perdere [6].

 

Note
[1]Vitulli S. (2005) Murakami, il mondo danza sul precipizio. Intervista ad Haruki Murakami, «Il corriere della sera» 
24 settembre 2005.

[2]Spadaro A., Lontano dentro sé stessi. L’attesa di salvezza in Pier Vittorio Tondelli, Jaca Book, Milano, 2002, pag. 164

[3]Parmiani L. (2003), Haruki Murakami e il realismo della metafora. Intervista ad Haruki Murakami, www.harukimurakami.it/text/intervista01.htm

[4]Miller L. (1997) Murakami tra l’oscurità del subconscio, l’attacco alla metropolitana del culto Aum e l’essere individualista in Giappone. Intervista ad Haruki Murakami, «Salon Magazine», 16 dicembre 1997

[5]ivi

[6]Brockes E. (2012) I took a gamble and survived, The Guardian

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L'autore
Benedetta Rinaldi
Benedetta Rinaldi
Psicologa e psicoterapeuta, è esperta in ipnosi clinica. Professore a contratto presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.