Io, come mi amo
Io, come mi amo

«Odio le persone che rubano il mio tempo… Potendo contare solo su me, sono diventato il mio migliore amico»

Intervista di Luigi Vaccari

30 Gennaio 1989

«Quando ero bambino mi ammalai di reumatismo articolare acuto, che comportò un’endocardite acuta. Per mia fortuna era appena stata scoperta la penicillina e dopo tre mesi di intense cure ospedaliere mi salvai. Ma il mio cuore rimase compromesso. Questo avvenimento ha segnato la mia vita, anche da un punto di vista psicologico. Il corpo parla ed essere colpito nel cuore ha a che fare con il mondo dei sentimenti. Sono divenuto molto più introverso, aperto ad un tipo di vita che richiede la lotta mentale piuttosto che quella fisica. La mia natura è quella di una persona molto aggressiva, per esempio, ed essere stato costretto a dirottare questa aggressività su una dimensione interiore ha determinato una grande produttività. Io lavoro dalle 14 alle 16 ore al giorno: insegno all’Università, dirigo due riviste di psicologia, due collane di libri, vedo tantissimi pazienti, scrivo libri ed articoli per i giornali. A me non interessa andare a nuotare, giocare a pallone o a tennis. Tutta la mia energia interiore è focalizzata verso fini creativi e sono dominato da questi fini. Ciò che mi fa sentire un estraneo in mezzo alla gente…

«Durante l’infanzia e adolescenza ho sofferto molto di depressione. Avevo 11 anni quando mio padre morì sotto i bombardamenti. La mia famiglia era composta da cinque persone: mia madre e quattro figli. Provo una profonda gratitudine verso mia madre, perché è riuscita a farci studiare tutti fino alla laurea. In quella situazione di estrema povertà, però, le limitazioni a cui ero sottoposto mi pesavano moltissimo. Ricordo che volevo comprare dei libri, alcuni abiti, frequentare certe scuole, ma non era possibile. Non riuscivo a sorridere, ad essere contento, perché mi trovavo sempre dalla parte sbagliata. Sentivo la mia vita continuamente castrata. Questa sofferenza mi spingeva ad estraniarmi dai miei coetanei: ho imparato, da bambino, a conoscere la solitudine, che mi accompagna tuttora. La mia esistenza, in fondo, è consistita sempre nel portarmi dalla parte sbagliata a quella giusta, che coincide con il potersi realizzare, con il sentire che ciò che si fa è adeguato al proprio essere…

«Uno dei draghi che ha minacciato la mia vita è stato il pericolo incombente di non farcela, di essere sopraffatto. Temevo che non sarei riuscito a sopravvivere. Mi riferisco naturalmente all’età di 12, di 13 anni. Questa sensazione agghiacciante dipende molto dalla figura paterna. Il padre è molto importante, perché è comunque vissuto come un’immagine protettiva. Egli è colui che va avanti a te e distrugge i draghi. Solo quando il padre non c’è, si capisce di essere soli. In un sogno ricorrente durante la mia infanzia, mentre passeggiavo in una landa desolata, ad un tratto, qualcosa franava, e io cercavo di non essere inghiottito dalla terra. Forse non tutti capiscono che cosa significhi essere un bambino, senza che ci sia il padre a difenderti. Ti accorgi che subisci ingiustizie, però non puoi farci niente…

«Una volta cresciuto sono subentrati altri problemi, collegati alla dimensione simbolica dell’organo colpito: il cuore. Secondo la tipologia di Jung, io potrei definirmi un tipo introvertito, con una funzione di intuizione molto sviluppata. Ciò implica che altre funzioni, come quella del sentimento, sono rimaste un po’ relegate in secondo piano. Con il passare degli anni ho dovuto, quindi, mettermi in relazione con questo aspetto della personalità, che è stato, ed è tuttora, una delle dimensioni nevrotiche, ma nello stesso tempo più belle della mia vita… 

«È come se io non potessi mai colmare la sete d’amore che provo. I nostri canoni culturali asseriscono che l’amore è immortale, che è fedeltà, eccetera. La mia esperienza è invece diversa: per me, lo stare insieme comporta una crescita reciproca. Sono maturato con le persone a cui ero legato, però non sempre potevo constatare che esse crescevano insieme a me. Dopo un certo periodo di tempo, diverso a seconda dei casi, scoprivo di trovarmi in una condizione particolare, differente da quella iniziale, nella quale il mancato sviluppo della mia partner mi impediva di sentirmi alimentato dal nostro rapporto. Mentre io continuavo a nutrirla, non potevo più ricevere da lei il nutrimento atteso. La dimensione affettiva si era così inaridita. Si tratta di una situazione estremamente penosa, perché, come afferma Freud, l’uomo che non ama si ammala. Io non ero mai gratificato da quello che accadeva: come se non ci fosse nulla di esterno in grado di cambiare il mio stato d’animo. Mi viene in mente il re Mida, il quale, pur potendo avere tutto, in realtà era costretto a morire di fame. Venendomi a mancare il dialogo, tutta la mia energia interiore si riversava su di me, tramutandosi in un tremendo blocco che mi faceva star male. Si ripresentava la depressione di un tempo, ero certamente incapace di sorridere, di godere delle cosiddette piccole cose. Non riuscivo a fare nulla, finché non trovavo un nuovo rapporto nel quale l’energia poteva di nuovo defluire. La situazione non è cambiata…

«Gli appunti sparsi nella stanza, sui libri, sul tavolo: il numero telefonico dei taxi, dei pony express, dell’Università, eccetera, mi servono a snellire il lavoro. Ho sempre pensato che, accanti ai comuni ladri, esistono poi dei ladri mascherati: quelli che ti rubano il tempo. So benissimo cosa significa partecipare a delle riunioni che non finiscono mai. Nessuno in questo caso si rende conto che si viene derubati, per motivi inutili, di cose sostanziali. Se dipendesse da me, le riunioni dovrebbero durare pochi minuti. Invece esistono degli individui che, non avendo nulla di serio da fare, e soprattutto a cui pensare, trascorrono l’esistenza a programmare riunioni, rubando il tempo a colo che sono impegnati e produttivi. Considerata sotto questo punto di vista, la perdita di tempo per me è un’ossessione. […] odio le persone che rubano il mio tempo. La reazione è di affanno. A volte lo faccio volutamente. Certamente chi mi ruba del tempo si accorge del mio nervosismo e del disprezzo che provo per lui… 

«Ho capito di essere possessivo nei miei rapporti con gli altri, soltanto attraverso i pazienti. Qualche volta può accadere che un paziente racconti di essersi sottoposto, il giorno precedente, ad un controllo medico. Quella visita è un primo tentativo di fuga e confrontarmi con episodi del genere mi fa male, perché si tratta di un nodo complessuale. Questo paziente è riuscito ad intuire inconsciamente la mia possessività, comportandosi di conseguenza. E io provo la sofferenza del tradimento, anche quando, obiettivamente, non si è trattato di un vero e proprio tradimento. È chiaro che tali situazioni, per me, hanno a che fare con il problema dell’abbandono. E qui devo tornare indietro, alla morte di mio padre, all’assenza di mia madre che, per poterci tirare su, doveva lavorare tutto il giorno, e alla sofferenza che provavo a restare da solo in casa. Questa dimensione dell’abbandono torna nel rapporto con i pazienti: sono stati loro a farmela scorgere veramente. In realtà ho imparato molto di più, su me stesso, nei rapporti coi pazienti, di quanto non mi abbia consentito la mia analisi, sette anni di analisi junghiana e sette freudiana, anche se essa indubbiamente mi è servita, ha funzionato… 

«Le ferite più dolorose sono state il rivivere dei rapporti che non potevano alimentarsi e l’aver compreso che dovevo solo contare sulle mie forze. Io non mi aspetto nulla da nessuno, e quando qualcuno ha un gesto gentile nei miei confronti rimango meravigliato. Certamente questa è una nevrosi, perché in tal modo non vivo la solidarietà degli altri. Mi costruisco il mondo giorno per giorno. Con grande fatica, ma anche con molta soddisfazione narcisistica, presunzione, supponenza, poiché tale atteggiamento ha a che fare con l’onnipotenza. Però, devo riconoscere che questi tratti mi hanno aiutato nella vita. Potendo contare solo su me stesso, sono diventato il mio migliore amico. Mi voglio molto bene. Quindi proteggo questa persona a cui voglio bene e nello stesso tempo conosco veramente cosa significhi voler bene agli altri».

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L'autore
Aldo Carotenuto
Aldo Carotenuto (1933-2005) Ha insegnato Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali all'Università di Roma