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SPECCHI, RIFRAZIONI, INGANNI. Esperienze di analisi con Aldo Carotenuto

Un libro curato da Simonetta Putti – scritti di Antonino Buono, Erika Czako, Davide D’Alessandro, Simonetta Putti (Edizione Universitarie Romane, 2020).

Un recensione di VIRGINIA SALLES.

Immagine del libro

Mentre leggevo il libro Specchi, rifrazioni, inganni. Esperienze di analisi con Aldo Carotenuto[1] donatomi da Erika Czako una miriade di ricordi, sentimenti assopiti, dolori e nostalgia si è risvegliata dentro di me. Non potrebbe essere diversamente: anch’io sono stata una “paziente” (preferisco il termine “analizzanda”) di Aldo Carotenuto. La prima riflessione che mi è venuta in mente è stata sulla diversità dei vissuti che emergono e le diverse percezioni dell’Altro all’interno del setting terapeutico, l’infinita varietà delle proiezioni, dei sentimenti ed emozioni che  scaturiscono da questa particolarissima, ogni volta unica, relazione a due. 

Rudolf Steiner sostiene che la capacità di idealizzare e persino di “venerare” un altro essere umano, maestro, analista, guida spirituale o semplicemente “innamorato” che sia, è direttamente proporzionale alla nostra potenza interiore/spinta evolutiva, alla nostra capacità di trasformarci ed elevarci spiritualmente e di attingere ad una maggiore completezza. Trattandosi della attivazione di mondi soggettivi credo che esistano tanti volti dello stesso analista quanti sono stati i suoi “pazienti”. A questo punto, più che parlare di virtù umane o professionali nel senso tradizionale del termine, credo che la qualità più preziosa di un analista sia proprio quella di fungere da “catalizzatore” di un processo di trasformazione e di fare dello spazio terapeutico un temenos, il luogo del Mistero; di saper attivare elementi complessuali profondi e potenzialità dormienti dentro ogni persona che gli chiede aiuto, ma non solo: è indispensabile essere in grado di sostenere l’analizzando mentre si dibatte e rischia di naufragare in acque profonde e di accompagnarlo nella elaborazione della propria esperienza soggettiva.

Carotenuto amava citare una frase di Ghandi: “dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo” e, credo, abbia fatto di questo principio il suo leitmotiv di vita. Immettendo nella propria vita, fino alle sue estreme conseguenze, il principio di autentica ricerca interiore che vorrebbe vedere attivarsi nei suoi analizzandi, Carotenuto diviene in un certo senso lui stesso “materia incandescente” nel doppio significato di pericolo e di potenzialità creativa. Pericolo perché se il nostro analista non è riuscito a integrare, nel proprio processo evolutivo, i suoi aspetti complessuali scissi, se non li ha “centrati”, non sarà in grado, una volta “svegliato il daimon”dell’analizzando, di accompagnarlo fino in fondo in questo travagliato e doloroso processo di integrazione. Jung e i ricercatori spirituali sostengono che un “Terapeuta” può accompagnare il “paziente” solamente fin dove è arrivato lui stesso e non oltre. Se da un lato Carotenuto era un potente “catalizzatore” – caratteristica questa fondamentale in chi svolge questo “mestiere” che può nascere solamente da una vita veramente vissuta e coerente con la propria dimensione più profonda – per quanto riguarda il secondo aspetto, indispensabile è quello di aver a suo tempo elaborato ed armonizzato i propri elementi complessuali, e qui il nostro maestro/analista qualche volta si è rivelato fallace. La distanza, descritta da Erika, tra l’uomo pubblico, schiavo della propria immagine e di un sistema di potere che egli stesso non condivideva (la Maschera), e l’analista attento ed empatico che sa guardare dentro l’anima descritto da Simonetta Putti e presente anche nei miei ricordi personali (l‘Anima), era davvero spiazzante. Eppure erano vere entrambe: tra di esse, la ferita insanabile. Domanda Erika: “Solo il dolore insanabile è il principale requisito per diventare psicoanalista? O non è forse il senso di equilibrio e di riconciliazione proprio con quel dolore? Una personalità sana e armonica è solo un’utopia ?”. Credo che l’aspetto “catalizzatore” di un analista sia la sua cifra personale, direi la sua “Arte” ed il suo talento, qualcosa che appartiene alla sua essenza, spessore e profondità, mentre la capacità di sostenere ed accompagnare l’analizzando nel suo cammino di auto scoperta sia frutto della sua personale esperienza di integrazione e di superamento delle proprie scissioni, più o meno riuscita nel suo percorso interiore. Capacità questa direttamente proporzionale alla centratura e armonia interiore raggiunte. Un buon analista deve conoscere il dolore, essere sì portatore di una ferita, ma ci si aspetta che abbia coraggiosamente attraversato il proprio travaglio esistenziale e, come l’eroe del mito preferito di Carotenuto, abbia ucciso il suo drago e si sia appropriato del suo Tesoro ed il Tesoro, il trofeo tanto ambito, è il Centro di se stesso. 

Non sono rimasta sorpresa dalla esigenza di Erika e di Simonetta di trovare le parole per raccontare un rapporto così intimo, il più delle volte indicibile come è quello tra analista e “paziente” e del loro bisogno di esprimere critiche e perplessità e di mettere i puntini sulle “i”, non so se per “ammonire” o dimenticare o forse per archiviare definitivamente e fare spazio dentro di sé. Nel racconto di Erika ho colto l’amarezza della rinuncia e la delusione di un progetto mancato mentre in quello di Simonetta la gratificazione del ritrovamento di una bussola e dell’apertura di un orizzonte professionale. A suo tempo ho sentito anch’io la stessa necessità di narrare e condividere il mio percorso di analisi con Aldo Carotenuto e nel riprendere in mano il mio racconto, mi sono saltati agli occhi alcuni brani, tra i quali:

“Possedeva, come me, quell’aria da ‘spettatore del circo’, ma mentre io ero una spettatrice inerme, lui riusciva a cavarsela anche come domatore, clown e trapezista, ma al di sopra di ogni cosa sembrava aspirare al ruolo di ‘Padrone del circo’. Una tale aberrante paradossalità non poteva che mettere in luce l’oscuro e profondo sentimento che cercavo di decifrare per ore smarrendomi nell’ascolto del Cantico Negro su un presunto amore tra Dio e il Diavolo. Qualcosa di buio, attraente e misterioso che albergava nel mio vasto mondo sotterraneo, in cui pericolosamente scivolavo ogni giorno di più, senza un freno, senza un appiglio”.[2]

Non c’è spazio in questa breve recensione per parlare della mia personale esperienza di analisi con Carotenuto, ma di tutto ciò che ho vissuto, e fu estremamente difficile e doloroso, mi è rimasto, più del dolore, più della solitudine e del “dover cavarmela da sola”, qualcosa di indimenticabile: la meraviglia e lo stupore della scoperta di un mondo a me sconosciuto fino a quel momento, ma soprattutto il Mistero che alleggiava nel setting e che ha accompagnato tutto il mio travagliato percorso interiore. Oltre all’ambiguità dell’analista, all’imprudenza, a volte persino inadeguatezza, per quella scintilla di Mistero, che da allora non mi ha mai abbandonato, ad Aldo Carotenuto sarò sempre, comunque, profondamente grata.

VIRGINIA SALLES


[1] A. Buono, E. Czako, D. D’Alessandro, S. Putti, Specchi, Rifrazioni, Inganni, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2020

[2] V. Salles, Agua scura, Di Renzo Editore, Roma, 2005, pag. 17

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L'autore
Virginia Salles