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L’uomo che “ascolta” la psiche

Il noto psicoanalista, ritenuto il padre degli junghiani italiani, considera la vita un tradimento continuo

Il Messaggero 12 Maggio 1996 , articolo di Anna Maria Sersale

Dove incontra i suoi pazienti? «In casa».

E poi? «Ascolto».

Come Paciocco? (n.d.R. il gatto di Carotenuto) «Come Paciocco».

Come si comporta un’analista? «C’è un modo di ascoltare l’inconscio, i linguaggi dell’anima. C’è un modo di guardarsi dritto negli occhi. Gli occhi dicono molto, anzi dicono tutto».

Più delle parole? «Più delle parole».

Perché? «Non dicono bugie».

Lei cura la psiche? «Curo la psiche».

Da dove comincia? «Dalle melodie segrete… è l’inconscio che parla».

Aldo Carotenuto è seduto su un divano a righe. Le pareti sono foderate di libri, ovunque. Il parquet coperto di tappeti. Su una consolle un orsetto di pelouche e un’automobilina rosso sangue («me li ha regalati una paziente»). Un gatto siamese, Paciocco. Una poltrona.

E il lettino dello psicanalista, dov’è? «Esiste nell’immaginario collettivo. Preferisco la poltrona».

E Paciocco? «Lui salta sullo schienale. Ascolta. Se parlasse, chissà…». Carotenuto, 63 anni, padre degli junghiani italiani, abituato «ad ascoltare i dolori più intimi», le «verità che si confessano solo all’analista», parla dell’uomo, della medicina dell’anima («non c’è una medicina»), della vita (anche la sua, sta scrivendo una biografia di cento pagine). 

I tradimenti, gli abbandoni, l’Aids, lo stupro, le violenze dentro le mura domestiche, l’eroina, la “porta buia” della disperazione. La psiche e i suoi misteri. Insomma, i mali dell’anima («più forti e devastanti di quelli fisici»). «Non ho il piacere di vedere persone felici», racconta il professore, che insegna anche Teorie della personalità alla Sapienza.

«Ho visto uomini disperati – prosegue Carotenuto – perché erano stati abbandonati. Donne disperate perché erano state tradite».

Chi tradisce? Chi abbandona di più? «Gli uomini […] Hanno più potere, se hanno soldi e ruolo sociale con facilità si rifanno una vita».

Lei ha scritto un libro sull’infedeltà, “Amare tradire”, e anche “Eros e Pathos”. Ha affermato che l’adulterio è donna, perché? «No, non ho detto questo. Intendevo dire che la vita è un tradimento continuo, dalla nascita alla morte. Non parlavo solo del tradimento di coppia».

Chi è responsabile? «Il tradito, non il traditore… È complicato, impopolare, ma è così». «Quando scoppia la crisi è il momento in cui ricevo una telefonata: “Professore ho 45 anni, mio marito mi ha abbandonata. Le separazioni sono al centro della sofferenza umana. I comportamenti sono liberi, in cambio c’è la solitudine. La medicina? Situazione per situazione. Ciascuno è un caso personalissimo». 

E se il paziente si “traveste”, se nasconde la sua anima, anche se ha l’acqua alla gola e un bisogno disperato di parlare? Che fa? Lo smaschera? «Ci sono dei segnali. Quando parliamo usiamo una melodia di un certo tipo. Abbiamo assorbito questa musicalità senza sforzo. Quante cose assorbiamo senza che siano evidenti… dall’ambiente, dalla madre… in altro modo. Ecco, quando ci sono delle contraddizioni mi accorgo che il linguaggio si presenta senza nessuna critica, subendo influenze rovinose. Allora aiuto a ritrovare la strada vera…».

Carotenuto si alza alle sei della mattina. Scrive. Sta preparando tre nuovi libri, di cui intitolato “Le lacrime del male”. Dirige due riviste: “Psicologia dinamica” e “I quaderni di psicologia della personalità”. Alle otto comincia a ricevere i pazienti.

«L’ultimo arriva alle nove e mezzo della sera. Lavoro in media 14 ore al giorno. Non pranzo, faccio uno spuntino». Il piatto preferito? «Sono vegetariano». Riceve molte chiamate? «Moltissime, ho quattro linee telefoniche. I collaboratori mi aiutano moltissimo».

Ha scritto 25 libri, tradotti anche in greco e giapponese. Goya e Kafka tra i suoi preferiti. Esiste l’anima? «È una dimensione inconscia. È la parte più interna della vita, governa tutti i nostri movimenti».

Chi viene da lei? Più uomini o donne? «Persone istruite. C’è una leggera prevalenza femminile. Per ragioni che risalgono all’infanzia. La bambina, in genere, sosta più a lungo all’interno della famiglia. Sviluppa patologie più di quanto faccia il maschietto che si rende prima indipendente, subisce meno, però è anche più superficiale».

Ha avuto casi del genere? «Molti». Quanti? «La famiglia può essere fonte di perversione, riguardo soprattutto le bambine. Violentate dai genitori, in particolare dal padre, dal padre e dai fratelli. Restano ferite profonde per queste esperienze violente.» Vengono persone che hanno problemi di carriera? «Generalmente no, perché non hanno né la “grazia” né la possibilità di diventare nevrotiche. Il potere si “ciba di cadaveri”. Ho grande pietà per queste persone, hanno perduto il senso della vita. Ma continuo ad avere eroinomani e malati di Aids. Ho accompagnato molti sino alla morte». Che cosa ha scoperto di quella terribile tragedia? «La negazione del male». E i tossicodipendenti? «È come se aprissimo una porta che non dovremmo mai aprire. Si vedono delle cose che non si dovrebbero mai vedere». 

Anche lei ha delle nevrosi? «Uno psicanalista ha delle nevrosi. L’ho anche teorizzato, in un articolo, “Psicopatologia dell’analista”, e nei miei libri. C’è una ferita di carattere nevrotico nella vita di un analista che gli permette di fare il suo lavoro e di dedicare tanto tempo alla cura psicanalitica».

Che cosa le hanno insegnato i pazienti? S’identifica con loro? «Un’analista diventa bravo in funzione della bravura dei propri pazienti. Da loro imparo moltissimo è come leggere un libro. Non imparo la nevrosi, quella l’ho studiata sui testi, imparo quella dimensione che permette a me d’identificarmi con la persona che ho dinanzi».

Si è mai innamorato di una paziente? «Può capitare».

Molte compagne nella vita? «Sì, compagne molte

Che cos’è l’amore? «L’unica cosa che ci salvaguarda nella vita».

Ci sono momenti di tensione con i pazienti? «Sempre. Da me si viene per problemi drammatici, non legati all’obiettiva esistenza di un dramma ma alla soggettiva percezione di quel dramma. Molti credono di poter scappare suicidandosi…». 

Scritto da Anna Maria Sersale.

Ringraziamo Erika Czako per averci donato questo ritaglio di giornale.

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