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La vita invisibile di Euridice Gusmão

La vita invisibile di Euridice Gusmão, film del regista brasiliano Karin Aïnouz, tratto dal romanzo Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione di Martha Batalha e premiato come miglior film al 72mo Festival di Cannes nella categoria “un certain regard”, è un film palpitante nelle sue infinite sfaccettature, gravido di speranze e di delusioni e di quel qualcos’altro che ci fa sentire vivi.

“La famiglia non è sangue, è amore”, è la frase che forse meglio esprime  l’essenza del messaggio che Aïnouz ha potentemente veicolato attraverso  un mosaico sensuale, violento e drammatico, fatto di immagini dense, dai colori sgargianti. 

 La storia di due sorelle appartenenti alla piccola borghesia di Rio de Janeiro negli anni 50, che vengono separate da destini avversi e pregiudizi familiari e che si cercano infinitamente, ci fa riflettere sulla condizione della donna nella famiglia tradizionale e su cosa conti davvero nelle relazioni umane. Il titolo stesso, “La vita invisibile…”, sottolinea proprio il ruolo (appunto invisibile) e il destino ineluttabile della donna di quell’epoca in una società patriarcale. 

Filo conduttore della trama un paio orecchini  diviso tra due donne: “simbolo” che ci accompagna lungo tutto lo scorrere della pellicola, un legame spezzato che, come nella tradizione greca, chiede disperatamente di essere ricomposto. Una indimenticabile Fernanda Montenegro nel ruolo di Euridice anziana, porta sul volto i segni di una vita fatta di violenze, delusioni e rinunce. L’amore, quello vero, è qualcosa che sgorga spontaneamente dal profondo e trascende i  legami di sangue e la vita stessa: un’iniezione di morfina, ultimo atto d’amore di una donna verso l’unica persona che l’ha accolta con autentico affetto “familiare”. Film potente che ci lascia un retrogusto di indignazione, amore e ribellione, insieme ad un ardente desiderio di giustizia.

Assolutamente da vedere!

Una recensione di VIRGINIA SALLES

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L'autore
Virginia Salles
Virginia Salles