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Raptus dell’amore possessivo, di A. Carotenuto

Tre donne uccise, una quarta ferita in meno di un mese. E tutte e tre per motivi legati al sentimento.
O meglio: a quel lato oscuro e incontrollabile dell’amore che si chiama gelosia.
Se è vero che per amore si è disposti a morire, non dovrebbe sorprendere che sempre per amore si è disposti ad uccidere.
Ci difendiamo dall’orrore e dallo sconcerto pensando che certe cose le fanno solo quelli “strani”, affetti da chissà quale patologia psichica.
Eppure, la gelosia è una forma di amore morboso più comune di quanto si possa credere. Per la precisione, è l’espressione diretta e immediata di un amore possessivo, dove non si riesce a fare a meno di voler controllare e far propria la totalità dei sentimenti del partner.

C’è un bellissimo passaggio di Proust che sottolinea proprio la dimensione illusoria di cui si nutre l’amore: pensiamo di possedere completamente l’essere amato e ci rendiamo conto con sgomento che, nonostante tutti i nostri sforzi, esso ci sarà comunque estraneo, perché non possiamo impadronirci di tutti i momenti della sua esistenza. Nè di quelli presenti e tantomeno di quelli passati o futuri.
Per fare fronte a questa irrimediabile distanza, i più si accontentano di fantasticare o, per dirla come Freud, di sublimare. L’assenza dell’altro è il momento del proprio raccoglimento interiore, dei dolci pensieri in attesa del ricongiungimento o di tutto ciò che è estraneo all’amore ma non di certo alla vita.
Tuttavia ci sono persone che non sanno gestire questo vuoto di presenza. Che si sentono minacciate dalla possibilità che venga men un possesso e, con esso, una sicurezza esistenziale. Ecco allora che la frustrazione prende il sopravvento sulla ragionevolezza, la rabbia sul dolore.

Si va dalla semplice scenata ai propositi vendicativi, e non necessariamente omicidi, a seconda di quanto la persona che amiamo è impiantata, radicata, nella nostra vita. Più la consideriamo un possesso indispensabile alla nostra sopravvivenza – come l’aria che respiriamo – più la sua assenza, il suo sottrarsi o il suo negarsi vengono vissuti come ferite mortali. E si sa che davanti a un attacco mortale, la violenza quasi sempre prende il sopravvento.

E’ probabile che i gesti estremi in questione siano condizionati da qualcosa che è bene oltre il rapporto “incriminato”: una gelosia nata e cresciuta in epoche insospettabili.
Nel rapporto sentimentale si rivive allora l’antica ferita: si torna a sentirsi piccoli e traditi, abbandonati in balia del proprio dolore, a rischio della propria vita. E se allora non si avevano i mezzi per difendersi, ora si ha solo la forza e la violenza dalla propria parte, per mettere fine a un dolore che, oggi come allora, è ancora superiore alle capacità di contenimento.

C’è molto di “infantile” – inteso come prevalere delle componenti arcaiche della psiche, quelle più istintuali – in simili gesti. E’ come se la persona ferita, a fronte della possibilità di perdere l’oggetto amato, preferisse distruggerlo con le proprie mani.

Tratto da “Il Messaggero” del 22/12/2000

 

 

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L'autore
Aldo Carotenuto
Aldo Carotenuto
Aldo Carotenuto (1933-2005) Ha insegnato Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali all'Università di Roma