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Esodo dalla crisi

(Articolo apparso sul numero 21 del Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto)

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«Siamo tenuti in vita da poteri che fingiamo di capire:

essi governano i nostri amori, essi al fine dirigono

la pallottola nemica, la malattia e anche la nostra mano.

 

Il loro domani pende sulla terra dei vivi

E su quanto auguriamo ai nostri amici: ma esistere

È credere di sapere per chi piangiamo, e chi sia afflitto.»[1]

Wystan Hugh Auden

PREMESSA

        Può la “crisi”, che nasce dall’economia e dalla geopolitica e prolifera nella dimensione mentale collettiva, essere analizzata in un gruppo di formazione in psicodramma junghiano? Sì. E proprio tale esperienza ci aiuta a riflettere su come affrontare, secondo una “politica della psiche”, quest’apparente assenza di alternative e il vissuto d’impotenza che grava su individui, gruppi e istituzioni contemporanee.

PSICODRAMMA DI UN SOGNO DI GRUPPO:

“Un bambino viene buttato”

        Alcuni mesi fa, ho condotto un seminario formativo di psicodramma per gli allievi del terzo e quarto anno di una scuola di specializzazione in psicoterapia.

Dopo un’introduzione teorica e storico-culturale, spiego sinteticamente agli allievi le procedure dello psicodramma analitico junghiano. I quesiti dei formandi contribuiscono a che questa fase funga anche da “riscaldamento” del gruppo. Come esperienza pratica, propongo allora di lavorare su un sogno. Trascorrono pochi istanti e un allievo – che qui chiamerò Federico – ne racconta uno recente:

        «Mi trovo, bocconi, su un lettino per massaggi. Un bambino riposa sulla mia schiena. D’improvviso me lo scuoto di dosso. Il piccolo cade a terra. Provo dispiacere, ma non mi muovo. Mia moglie e una suora stanno per entrare nella stanza».

        Raccolgo dal narratore le associazioni legate al materiale onirico, quali il desiderio non ancora soddisfatto di avere un bambino e la funzione benefica nei confronti di bimbi abbandonati e maltrattati, svolta da un ordine di religiose presso cui lavora la madre del narratore. La dimensione complessuale personale sembra già delinearsi e, parafrasando il celebre saggio di Freud, potremmo definirla: “Un bambino viene buttato” [2]. Si tratta di una questione di evidente valenza gruppale oltre che individuale. Segnalano al riguardo Deleuze e Guattari: «il fantasma “battono un bambino, dei bambini vengono battuti”: è tipicamente un fantasma di gruppo, ove il desiderio investe il campo sociale e le sue stesse forme repressive. Se c’è messa in scena, è la messa in scena d’una macchina sociale-desiderante di cui non dobbiamo considerare i prodotti astrattamente, separando il caso della ragazza e del ragazzo, come se ciascuno fosse un piccolo io che fa i fatti suoi col suo papà e la sua mamma. Dobbiamo al contrario considerare l’insieme e la complementarietà ragazza-ragazzo, genitori-agenti di produzione e d’antiproduzione in ogni individuo e nello stesso tempo nel socius che presiede all’organizzazione del fantasma di gruppo»[3].

        Invito quindi Federico a fornire indicazioni sul passaggio del sogno per lui cruciale e a scegliere chi dei presenti far agire in scena: è il momento dell’attribuzione dei ruoli. Lo spazio dell’aula assume una valenza simbolica esplicita e sacrale, diviene platea e proscenio in cui s’incarnano le personificazioni oniriche. Ogni intervallo, ogni disposizione di cose e persone, codifica e traduce nello spazio comune la struttura del complesso psichico del protagonista, che risuona nel co-inconscio del gruppo[4].

In effetti, l’inconscio stesso può essere considerato come il luogo psichico dove si sperimenta costantemente l’umano e il naturale quale insieme totale e coralità assoluta, il regno dell’unus mundus di cui parla Jung[5], che la coscienza può solo in straordinarie occasioni intuire. Il potere dello psicodramma è, pertanto, quello di proporsi come un’inesorabile “macchina di ascesa”, per così dire, capace di tradurre l’immensa potenzialità in un frammento vivo, una scintilla che illumini la coscienza individuale e di gruppo. Ciò spiega assai bene come pochi suggerimenti, forniti dal Protagonista e dal Regista, bastino a far risuonare il “carattere” dei personaggi negli interpreti, i quali non recitano ma si compenetrano nei ruoli, essendone “ispirati”.

Lo psicodramma del sogno di Federico da immagine statica esplode dinamicamente, acquisendo spessore, caricandosi di emozioni[6]. Passiamo dal racconto dell’Io del protagonista ai vissuti dell’Io onirico, del Bambino e delle due Donne, le quali varcano ora la soglia dietro cui, nel sogno, assistevano impotenti agli avvenimenti[7].

L’amorosa sollecitudine della Moglie e della Suora nei confronti del Bambino, la crescente presa di coscienza dell’Io onirico alle prese con il sentimento di colpa e con quello di inadeguatezza, la paura e lo sconcerto del bambino, sono lo scambio che smista lo psicodramma verso un nuovo binario. Invito il Protagonista a recuperare l’età del bimbo del sogno – sette/otto anni – sforzo che riattiva ricordi inizialmente vaghi e poi sempre più definiti. Federico rievoca un episodio fino ad allora rimosso: è un bambino diligente, benvoluto dall’insegnante, che torna a casa da scuola; lo attendono i familiari e i giochi con gli amici del vicinato. Tutto sembra sereno, ma all’improvviso due compagni più grandi, istigati da un terzo che li osserva a distanza, lo attaccano alle spalle: prima lo sgambettano e poi, quando è a terra, lo picchiano. Ricreiamo subito la situazione, che si preannuncia carica di pathos, eseguendo una nuova distribuzione di ruoli. Adesso abbiamo in scena il Protagonista, il suo Doppio bambino[8], i Tre compagni di scuola – di uno dei quali, il mandante dell’angheria, Federico non riesce a rammentare l’identità[9].

Mentre Federico dispone i personaggi, ordisco un piccolo “trucco” per coglierlo alla sprovvista, di modo che egli riviva sensazioni ed emozioni autentiche: ordino di nascosto a tutti i membri del gruppo di unirsi ai “cattivi bambini” che assaliranno il Piccolo Federico alle spalle. La sperequazione di forze deve corrispondere, mutatis mutandis, a quella originaria. A un mio cenno si scatena l’azione. Federico si ritrova ben presto a terra, sopraffatto da una moltitudine. Dopo il primo istante di sconcerto, spinto da una furia potente, lotta per liberarsi. È il momento della catarsi. Federico, che fino a poco prima era parso mite e abbacchiato, sprigiona un’energia poderosa: mulina le mani, fa leva sulle gambe, urla a squarciagola, resiste, si risolleva faticosamente da terra e poi passa al contrattacco, intimidendo e ricacciando indietro i suoi persecutori. Un’enorme energia prorompe dal protagonista e dal gruppo, fluidificando le emozioni, i pensieri, le parole. Dopo il diapason emozionale, tutto il gruppo si riposiziona su un nuovo livello di coscienza, nutrito dal mito che sta dando alla luce.

Affianco Federico; gli accarezzo le spalle, mentre recupera progressivamente le forze; a bassa voce, lo esorto a raccontare cosa sente in questo istante il Bambino Federico. Un’ulteriore concatenazione di ricordi affiora e delinea un contesto familiare in cui i genitori spesso litigano sfrenatamente, arrivando a scene d’intollerabile violenza davanti al suo sguardo pietrificato. Stimolo allora Federico a scegliere dal gruppo le figure del Padre e della Madre e a profilarle davanti al Sé bambino.

Anche questa nuova immagine di violenza sviluppa il suo potenziale. Il Bambino, aiutato dai “doppiaggi” di altri membri del gruppo, esprime senza veli la sofferenza che mai nella sua vita ha trovato ascolto, mai ha avuto diritto d’asilo. Comprende il terrore che gli ha congelato il corpo quando osservava il padre che pareva stesse per ammazzare la madre o l’angoscia provata quando questi, allontanatosi di casa per evitare le provocazioni della moglie, sembrava non vi facesse più ritorno[10]. Federico è stato condannato alla introiezione passiva e impotente di una catastrofe affettiva, e lo sguardo paralizzante della Gorgone si è depositato nei suoi stessi occhi.

Da quegli anni in poi, racconta, di essersi trasformato in uno scolaro pigro e demotivato, salvato dalla bocciatura solo in virtù del suo conformistico e arrendevole piegarsi alla disciplina, in uno stato assai simile alla sedazione. Oggi, l’antica infelicità inquina le sue relazioni con la cittadina del Sud Italia in cui ancora dimora e lavora. Pur avendo stima professionale di sé e vivendo una relazione coniugale felice, sente che quell’ottuso ambiente seguita a turbarlo: prova risentimento verso il contesto che non ha saputo, né voluto, raccogliere la sua sofferenza. Ciò ne offusca la progettualità esistenziale. Federico si riaggancia così al tema iniziale: “un bambino viene buttato”: la “terra-madre” non sostiene la vita emozionale del bambino (lo holding e lo handling di winnicottiana memoria), è dura e respingente; i padri non sorreggono sulle spalle i propri figli, additandogli un orizzonte più ampio e invitante, come nell’Iliade Ettore fa con Astianatte[11], ma se li scrollano di dosso, senza saper rimediare ai propri errori.

Il tema del protagonista già evoca precise dimensioni transpersonali, alludendo ad aspetti che accomunano il gruppo nel suo rapporto con la scuola di specializzazione (attuale oggetto di transfert istituzionale e schermo di un conflitto che tocca domini ben più vasti e indefiniti). Si parte dalla famiglia, per transitare, attraverso la scuola, alla società e alla storia.

Sostengono Menarini, Amaro e Papa: «(…) Il gruppo familiare altro non è che un campo mentale accomunante il cui senso è quello di porre i temi e i complessi culturali del genio (visione del mondo) sub specie familiæ, secondo una teoria affettiva. (…) Vi è però un’altra importante funzione del campo mentale familiare: gli aspetti diacronici, temporali del transpersonale non sarebbero pensabili in termini emotivi, dal momento che il continuum transgenerazionale ci porta a inabissarci nel tempo, fino all’origine della specie, e verso un futuro i cui limiti sono nebulosi.»[12].

Ma non solo i domini mentali s’intersecano lungo l’asse delle generazioni, ma pure abbracciano sincronicamente gli spazi economici, sociali e culturali della contemporaneità. Il fatto è che in una narrazione tanto privata si può leggere, senza forzatura alcuna, il disagio della società meridionale abbandonata a se stessa e il vibrare delle corde più remote della crisi che pervade l’immaginario globalizzato.

Il gioco psicodrammatico procede con il confronto tra Federico bambino, tenuto per mano da quello adulto, e i genitori. Il clima oscilla inizialmente fra il dolente e il rivendicativo, il depresso e l’accusatorio, il livoroso e l’offensivo. Propongo allora al protagonista di effettuare una “ristrutturazione” della situazione originale, che risponda sia ai dettami del proprio desiderio e sia alla plausibilità di una soluzione reale. La soluzione produce un dialogo tra il Protagonista e il Padre e la Madre sempre più toccante, pregno, appagante. La gestalt dello psicodramma appare adesso finalmente satura, per cui avvio il giro di condivisioni tra i partecipanti, che riferiscono ciò che più li ha colpiti oppure lasciati dubbiosi durante la rappresentazione.

Stiamo dunque per salutarci, quando una tutor della scuola di specializzazione mi chiede la cortesia di parlare alle due classi riunite. La tutor – portavoce delle esigenze della didattica – tiene una veemente ramanzina agli allievi, che hanno mancato in massa di presentare le loro tesine e rischiano di ripetere l’anno di specializzazione. Si apre un asfittico confronto che lascia i giovani in uno stato di noia e di prostrazione. Molti sembrano prendere sottogamba il problema. È notevole – penso tra me – che “lo studente svogliato e imbrigliato in un atteggiamento di aggressività passiva”, di cui parlava Federico, sia trasmigrato al gruppo. Mi convinco che è indubbiamente intorno a questa immagine che gravita il fantasma gruppale. Però devo attendere il giorno seguente per poter sciogliere il nodo, grazie all’eccellente lavoro dei partecipanti.

L’ORIZZONTE DELLA CRISI

Aldilà del complesso individuale

SECONDO GIORNO DI LAVORO

Nel secondo giorno, decido di parlare della gran fatica che ho accusato la sera precedente, uscito dall’aula – la tipica sensazione di frustrazione procurata dal fallimento. Interrogo, pertanto, i partecipanti per scoprire riscontri al mio vissuto. Le risposte che ottengo, invece, evidenziano entusiasmo e disponibilità a impegnarsi senza riserve nel lavoro. Mi colpisce l’enfasi con cui diversi allievi dicono di aver apprezzato il mio contestualizzare storicamente, socialmente e culturalmente la pratica psicodrammatica. Penso che, in questo modo, il gruppo mi stia fornendo una precisa indicazione sul significato da ascrivere ai propri “miti”: i componenti desiderano, presumibilmente, che queste storie li traducano oltre il ristretto universo simbolico personale (e oltre il rapporto autoreferenziale del gruppo con se stesso), aprendoli alla dialettica con la società e la storia.

Affermano Miguel Benasayag e Gérard Schmit:

«In Occidente, l’invenzione della “vita privata” ha formalizzato l’esistenza di questa sfera “personale”, che continua comunque a inscriversi interamente in un ordine pubblico, storico e culturale. Questa è la ragione per cui, sognando, delirando o producendo fantasmi sulla propria famiglia, si sogna, si delira o si producono fantasmi in realtà sull’ordine culturale, sull’ordine cosmico a cui la famiglia corrisponde come metafora. Non è sulla soglia di casa che inizia il mondo, ma al suo interno: l’ordine del focolare corrisponde all’ordine storico del mondo umano in un determinato momento del divenire umano di una civiltà. Di conseguenza, credere troppo alla “separatezza” del privato significa confondere la griglia di lettura con ciò che consente di leggere o, ancora, la mappa con il territorio che descrive.»[13].

I miti saranno i “padri spirituali” dei giovani psicoterapeuti, capaci d’innalzarli oltre il personale e il contingente. La riflessione narcisistica individuale e di gruppo può vertere in profondità, nel mentre dona alla psiche «interminati spazi»[14]. Gli allievi hanno bisogno di far leva transferalmente sulla figura del docente[15], intessendo con lui quel “discorso”[16] che Jacques Lacan definiva “del Padrone”, per “impadronirsi” in tal modo ciascuno della propria visione del mondo.

Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, lanciando una critica radicale al sistema capitalistico neoliberista, reo di minare il progetto sociale comune, sottopone a una “duplice torsione” il concetto di “Padrone”:

«(…) Un assioma della politica radicale di emancipazione è che il Padrone non sia l’orizzonte ultimo della vita sociale, che è possibile formare un collettivo che non sia tenuto insieme dalla figura del Padrone. Al di fuori di questo assioma, non c’è alcuna politica comunista in senso proprio ma solo aggiustamenti pragmatici dell’ordine esistente. Tuttavia, dobbiamo contestualmente fare tesoro della lezione della psicoanalisi: la sola via per la liberazione passa attraverso il transfert, e di conseguenza la figura del Padrone è imprescindibile.»[17].

Il docente/conduttore psicodrammatico può mostrare dunque, in questa congiuntura, che è possibile l’incontro creativo tra il saturnino Senex e il mercuriale Puer Æternus[18], e che il desiderio di trasmettere i contenuti lungo l’asse delle generazioni, scavando in profondità, si compenetra e rafforza con quello di spaziare e innovare.

Nel corso del lavoro, riusciamo a mettere meglio a fuoco il problema del gruppo, grazie a scambi verbali, racconti e drammatizzazioni: in sintesi: le tesine non vengono sviluppate a causa di una collusione inconscia, in risposta a un sistema collettivo che assegna ai professionisti in formazione il ruolo di “figli della crisi”, per così dire, spettatori di una sopraffazione socioculturale della quale divengono essi stessi le vittime “consenzienti”. L’impotenza non è perdonata dal Super-io che accusa ciascun individuo di essere incapace e correo dei misfatti che subisce. L’accusa si trasforma in un motivo fatale: “devi difendere lo status quo, in quanto ti danneggia come meriti!”.

Afferma Freud: «Il Super-io sta a perpetua testimonianza della primitiva debolezza dell’Io, e mantiene il suo imperio anche sull’Io maturo. Come il bambino fu indotto (…)[19] a obbedire ai propri genitori, così l’Io è soggetto all’imperativo categorico del proprio Super-io.»[20].

Il gruppo crede di aver sottoscritto un accordo tacito con la scuola, in cui la “promozione” è scontata, in cambio della frequenza e del denaro pagato. È latente l’idea che la formazione rappresenti solo un passaggio verso il “nulla di senso” di una società tecnicistica, nella quale lo psicoterapeuta è una comparsa misera e marginale, che ratifica l’ordine sociale[21]. Il richiamo al “principio di realtà” operato dalla scuola di specializzazione incrina l’ovvia accettazione del fantasma. Possiamo, adesso, lavorare sul conflitto che il gruppo vive a livello di transfert istituzionale, nei termini di “politica della psiche”. Ciò consente di delineare progressivamente il nocciolo depressivo della “crisi”, nell’accezione oramai preminente di “fato” che schiaccia gli individui e li scaglia in una solitaria voragine di colpa e di vergogna.

Dobbiamo considerare che questo “divide et impera” è prerogativa della “politica del Super-io”[22], perché asservisce singoli, comunità e popoli, fondendoli in un amalgama di individui isolati da amputare a piacimento. Torna alla mente la minaccia che Caligola scagliò contro i suoi sudditi: «Ah! se il popolo romano avesse una testa sola!»[23].

La “crisi” economica affonda i denti non solo nella carne dei poveri e dei derelitti del mondo ma anche nella spaventata classe media, sottraendole giorno per giorno forme di protezione sociale. Questa crisi, malgrado temporanee fluttuazioni è indubbiamente strutturale e sembra dover permanere all’orizzonte. Anzi essa stessa è diventata “l’orizzonte”, una “figura” che domina l’immaginazione. Dà l’impressione di esistere da sempre, ancorché abbia avuto una genesi precisa e non troppo remota: si è predisposta sui blocchi di partenza alla fine degli anni ’60, nel momento del definitivo crollo dell’impero coloniale britannico. Come segnala l’esperto giornalista inglese Nicholas Shaxson, in quell’epoca si verifica la rottura degli “Accordi di Bretton Woods” (1-24 luglio 1944), ispirati dal grande economista dello stato sociale John Maynard Keynes. Finché questi regolamenti furono in vigore, assicurarono al mondo un eccezionale benessere e nei paesi democratici un’espansione dei diritti mai conseguita nella storia. La svolta degli anni ’70-’80, invece, costruisce il nuovo ordine mondiale contraddistinto sempre più da transazioni finanziare svincolate dall’economia. La City di Londra, diventa il superparadiso fiscale a cui si sussumono tutti gli altri centri di finanza ombra del pianeta.

        Scrive Shaxson: «I paradisi fiscali sono centri finanziari internazionali e (…) i centri finanziari internazionali sono paradisi fiscali. Per competere in un’economia globalizzata, qualsiasi settore finanziario che ambisca ad andare oltre i semplici servizi ai cittadini deve attirare i pezzi grossi della finanza internazionale, garantendogli una certa elasticità delle regole. Tutta la finanza è sempre più off-shore.

Perciò, se siete preoccupati per lo strapotere della Grande Finanza, cercate di capire come funzionano le vie di fuga offshore. E se volete capire il motivo dell’aumento della disuguaglianza, concentratevi sul ruolo del sistema offshore. L’obiettivo è analizzare queste tre minacce – Grande Finanza, disuguaglianza e sistema off-shore – e metterle in un unico grande quadro che vada oltre la semplice somma delle sue parti.»[24].

Soffocano la libera concorrenza, poi, le grandi multinazionali, che acquisiscono mano libera sul mercato mondiale: il capitalismo si metamorfizza un’unica idra dalle cento bocche. L’affermazione definitiva del nuovo ordine giunge con il crollo del sistema sovietico nell’89 – che non obbliga più il capitalismo a mitigare i suoi appetiti per dimostrare la superiorità sul socialismo reale – e con la conversione totale della Cina al sistema unico.

È l’era della globalizzazione che media, politici, economisti e intellettuali entusiasti salutano come la “fine della storia”[25]. Si afferma un’impressionante sperequazione economica che drena le ricchezze verso l’alto, senza mai ridistribuirle a valle. Di fatto un’economia vampiresca di stampo mafioso. Frattanto esplode la rivoluzione informatica, strabiliante innovazione del sistema tecnologico che permea ogni aspetto della vita e si diffonde dagli U.S.A. nel mondo. Acquisizioni e conglomerazioni aziendali incalzanti producono giganteschi monopoli, i quali monitorano e influenzano le transazioni e le informazioni dell’intero pianeta, e in tal modo si accaparrano ricchezze e poteri titanici[26].

In breve la “crisi”, come rammentano Bauman e Bordoni nel loro recente saggio Stato di crisi, erode stato e politica[27], diventando crisi della partecipazione e della progettualità sociale.

Dunque “crisi” equivale anche nel gruppo di psicodramma a “progettualità zero”, “eterno presente”, “paura”, “disorientamento”, “emergenza continua”, “costernazione per quel che il futuro porterà”, “preoccupazione della sconfitta o dell’annichilimento”. Una profezia che si autoavvera come la fine dei Maya.

In una società dominata dalla “crisi”, i suoi componenti si volgono a una affermazione individualistica o si affidano a protezioni familistiche, di clan, che li rendono soggetti dipendenti; i singoli confidano di salvarsi mentre la nave sulla quale sono imbarcati affonda. In verità, questa realtà fragile non sarebbe potuta esistere né potrebbe tuttora resistere senza il mastice dell’ideologia neoliberista. Ricordiamoci in proposito di un paio di affermazioni paradigmatiche espresse dal migliore campione politico del neoliberismo, la “iron lady” Margaret Thatcher:

«La vera società non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie!» (1987); e anche «L’economia è il mezzo, l’obiettivo è quello di cambiare il cuore e l’anima» (1981). “Cambiare l’anima” significa in realtà votarla a una brutale rapacità, sottomettendola, di fatto, a un Super-io crudele e mefitico. Questo “assassinio dell’anima” non è prerogativa esclusivamente delle formazioni di destra e conservatrici: in realtà è un processo condiviso da una classe politica diffusa, designata ad abbattere i residui baluardi del welfare, sotto l’egida di una visione prettamente economicista dello stato.

Una battuta fulminante della stessa Primo Ministro inglese racconta della vittoria assoluta del neoliberismo meglio di qualsiasi saggio. Richiestole, a carriera conclusa, quale considerasse essere il suo trionfo politico, sibilò compiaciuta: «La nascita del New Labour Party!». Alludeva, cioè, al fatto di aver plasmato con le proprie mani l’avversario.

CONCLUSIONI

Come psicologi possiamo intaccare il poderoso congegno della “crisi”, che colpisce i più esposti, i più vulnerabili, e attacca le strutture mentali dei pazienti, degli allievi, degli interlocutori intellettuali, e anche le nostre, quelle dei figli, degli amici, dei colleghi? La mia risposta convinta è sì, e perciò sposo in toto l’approccio culturale di Benasayag e Schmit:

«Le passioni tristi, l’impotenza e il fatalismo non mancano di un certo fascino. È una tentazione farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, assaporare l’attesa del peggio, lasciarsi avvolgere dalla notte apocalittica che, dalla minaccia nucleare alla minaccia terroristica, cala come un manto a ricoprire ogni altra realtà. È a questo che ciascuno di noi deve resistere … creando. Infatti, sappiamo bene che le passioni tristi sono una costruzione, un modo di interpretare il reale e non il reale stesso. Non possiamo far altro che arretrare di fronte allo sviluppo di pratiche gioiose.»[28].

[1] Wystan Hugh Auden, Un altro tempo, (1940) In memoria di Ernst Toller – traduzione di Nicola Gardini; Prefazione di Sandro Veronesi – RCS Quotidiani S.p.A., Milano 2004 – p. 207

[2] Sigmund Freud, Un bambino viene picchiato (Contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali)1919.

[3] Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo – Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino 1975 – p. 66

[4] Jacob Levi e Zerka Toeman Moreno, Gli spazi dello psicodramma (a cura di Ottavio Rosati; traduzione italiana di Monica Miceli), Di Renzo Editore, Roma 1995.

[5] «(…) Da questa spiegazione emerge dunque che il Mercurio estremamente evasivo e universale – quel Proteo cangiante In miriadi di forme e colori – non è altro che l’unus mundus, l’originaria unità del mondo o dell’Essere privo di differenziazione, dunque l’άγνωσία degli gnostici, l’inconsapevolezza (Unbewußtheit) delle origini.» – Carl Gustav Jung, Mysterium coniunctionis, Vol. 14, Opere, Boringhieri, Torino 1989 – p. 463.

[6] L’italiano “emozione” deriva dal francese emotion, a sua volta originato dal latino ex movere: la correlazione tra i fenomeni dell’azione e dell’emozione è pertanto palese.

[7] Possiamo leggere questo accadimento anche in termini economici: ossia di aumento d’intensità dell’energia psichica legata alle funzioni di accoglienza, comprensione e aiuto che sostengono e “spalleggiano” la dimensione del Sé più vulnerabile ai traumi dell’incuria, della discuria e della discontinuità affettiva (il bambino che, abbandonatosi al sostegno dell’adulto-padre, viene scagliato malamente in terra). Adesso queste forze propizie non sono più latenti ma manifeste e possono assolvere con pienezza al proprio compito. Gli effetti positivi di ciò si noteranno immediatamente nello psicodramma.

[8] Il “doppio” può: amplificare le sensazioni dell’Io; focalizzare vissuti e idee che il protagonista tende a rimuovere, negare o forcludere; consentire al protagonista di smettere la sua abituale identificazione con l’Io cosciente per penetrare nell’esperienza vissuta da altri personaggi, che evocano aspetti del . In tal modo di schiude ad aspetti della realtà psichica prima preclusigli. Mediante il movimento denominato “inversione di ruolo” si arrivano a cogliere e “ristrutturare” relazioni oggettuali individuali e fantasie di gruppo.

[9] Questo dettaglio svela una dimensione particolarmente in ombra del Protagonista stesso, oltre che degli altri ambiti collettivi che si riverberano nel suo “mito”. Vi possiamo distinguere una propensione all’aggressività subdola nei confronti dell’Io e degli “oggetti” del mondo esterno, un’attitudine che ostacola lo il confronto aperto e chiarificatore. L’inafferrabilità del mandante si frappone a possibili avvicinamenti (vedi la radice latina di “aggredire”, ad-gradi, quale “andare verso qualcuno”, “avvicinarsi all’altro”, “muovere passi” per stabilire un contatto). Infatti, finanche l’inimicizia reciproca è una forma possibile del riconoscimento, un possibile punto di partenza per un rapporto (vedi a questo proposito lo studio di Carl Schmitt, Teoria del partigiano (1963), e il suo concetto di “inimicizia” di tipo tradizionale opposta alla moderna “inimicizia totale”). Guardarsi in faccia forse renderebbe possibile rinvenire nell’altro, oltre che l’odio sordo e vile dell’invidia, della bramosia o della gelosia, finanche le tracce dell’amore “andato a male” di cui parlava Freud.

[10] Sarebbe anche possibile inserire questa vicenda traumatica nel classico perimetro dell’Edipo e dell’Edipo negativo. In particolare, in questa circostanza, la fissazione libidica di tipo sadomasochistico, concentrata nell’attività scopica e uditiva del protagonista, deriverebbe dall’inestricabile confusione delle pulsioni erotiche e di morte esperite durante la vita infantile. Questa linea interpretativa esula, però, dalla riflessione in corso.

[11] Vedi in proposito l’appassionante saggio di Emanuele Zoja, Il gesto di Ettore, Boringhieri, Torino, 2000.

[12] Raffaele Menarini, Claudia Amaro, Marina Papa, La terapia gruppoanalitica: campo mentale del transpersonale e della pólis, in La psicodinamica dei gruppi (a cura di Franco di Maria e Girolamo Lo Verso), Raffaello Cortina Editore, Milano 1995 – p. 210.

[13] Miguel Benasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi, (2003), Feltrinelli, Milano 2004/2014 – p. 56.

[14] Giacomo Leopardi, L’infinito, nella raccolta I Canti (1818-1819).

[15] Vedi in merito il testo di Massimo Recalcati, L’ora di lezione (Giulio Einaudi, Torino, 2014), in cui si descrive il prevalere nell’istituzione scolastica originaria del mito di Edipo, quindi di quello di Narciso e infine, recentemente, dell’affermarsi (da lui auspicato) del mito di Telemaco, il figlio di Ulisse che, avvertendone dolorosamente l’assenza confusiva, ne ricerca l’autorevole figura.

[16] La forma del “discorso” è il terzo modo in cui Jacques Lacan declina il registro del “Simbolico”, accanto a quelle più note del “linguaggio” e della “parola”. Si tratta, in definitiva, di una topica, nella quale si presentano quattro significanti che intrecciano i propri discorsi. Con “S2” lo psicanalista francese indica in particolare il Significante del Sapere. La “teoria dei discorsi” Lacan la espone nel Seminario XVII, intitolato Il rovescio della psicoanalisi (1968), nel quale ribalta l’asserzione freudiana sulla centralità dell’Inconscio e asserisce che preminente è il problema del significante. Va data centralità, afferma dunque, al discorso del potere, che si esplica nel “discorso del Padrone”.

[17] Da Slavoj Žižek, Problemi in paradiso, Ponte alle Grazie, Milano 2015 – p. 205.

[18] Vedi James Hillman, Puer Æternus, Adelphi, Milano, 1999.

[19] Freud qui aggiunge «costruttivamente». Il preconcetto di positività è evidentemente legato a una visione gerarchica e disciplinare tipica dell’ideologia del tempo; nella pratica clinica, ci si scontra spesso con realtà di ben altra natura.

[20] Sigmund Freud, Opere, volume 9, L’Io e l’Es (1922), Boringhieri, Torino 1997/1989 – p. 510.

[21] Si noti il parallelo tra quanto emerge nel gruppo e il ragionamento che Žižek traccia a proposito dello svuotamento di senso al quale paiono pervenute le democrazie rappresentative. In esse, afferma lo studioso, vige una collusione tra elettore e governante, che potremmo tradurre in questo modo: “io fingo che il mio voto serva a esercitare davvero un potere e tu simuli di esercitare il potere in base al mio mandato, rassicurandomi e allontanando da me l’angoscia si constatare che il ‘trono’ è vuoto”. In realtà il potere si situa oggi massicciamente fuori delle istituzioni statali nazionali, sulla scorta di accordi tra agonisti economicamente forti e non soggetti ad alcun controllo democratico. Essi delineano le politiche per loro più vantaggiose. L’erosione interna del potere degli stati democratici, dunque, si collega sempre più pericolosamente al fantasma del totalitarismo che, esaminando i regimi del Novecento, ci ha descritto con straordinaria lucidità Hanna Arendt in Le origini del totalitarismo (1951).

[22] Vedi Luigi Anepeta, La politica del Super-io. Fondamenti di psicopatologia strutturale e dialettica, , Armando Editore, Roma 1992.

[23] Caio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari (Tiberio e Caligola), BUR – Corriere della sera, Milano 1968/2012 – (traduzione di Felice Dessì; prefazione di Giuseppe Bedeschi) – paragrafo XXX, p. 143.

 

[24] Da Internazionale n. 1108 – anno 22, 26 giugno / 2 luglio 2015, “Le isole del tesoro”, testo di Nicholas Shaxson, reportage fotografico di Paolo Woods e Gabriele Galimberti – p. 47.

[25] Paradigmatico di questo mainstream è il celeberrimo saggio del filosofo liberale Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992).

[26] Vedi al riguardo le riflessioni critiche di uno dei più brillanti cervelli della Silicon Valley, uno degli inventori della “realtà virtuale”, Jaron Linier, in La dignità ai tempi di Internet. Per un’economia digitale più equa.

[27] Zigmunt Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi, Torino 2015 – pp. 3-4.

[28] Miguel Benasayag, Gérard Schmit, Ibid., (2003), Feltrinelli, Milano 2004/2014 – pp. 127-129.

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L'autore
Francesco Frigione
Francesco Frigione
Psicologo e psicodrammatista analitico, a lungo ha collaborato con la cattedra di Aldo Carotenuto, presso la facoltà di Psicologia della “Sapienza” di Roma. Forma psicoterapeuti e insegnanti. Ha fondato e dirige il webzine Animamediatica (www.animamediatica.it) e il suo quadrimestrale internazionale di approfondimento.