Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci
Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci

Sigmund Freud, Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910) in Psicoanalisi dell’arte e della letteratura, G.T.E. Newton Comton, Roma, 1993

La sera del 17 ottobre 1909, appena tornato dall’America, piuttosto inquieto per l’esperienza insoddisfacente nel nuovo continente, Freud scrive a Jung:

“Da quando sono tornato ho avuto un’idea. Il mistero del carattere di Leonardo mi è divenuto improvvisamente trasparente.”

Nel 1910 viene pubblicato il saggio dal titolo Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci. Sarà, in seguito, rivisto e corretto nel 1919 e nel 1923. E’ uno dei più illuminanti esempi di uso della nuova scienza psicoanalitica per una ricerca biografica.

A causa della scarsità di notizie sulla vita privata e sull’infanzia del grande genio rinascimentale, dell’incertezza e della frammentarietà del materiale disponibile, del lungo lasso di tempo che separa il tentativo di Freud di illustrare la personalità di Leonardo dall’epoca in cui questi visse e operò, il lavoro non ha l’ambizione di fornire spiegazioni definitive.

Freud, del resto, approfitta alla fine del saggio per ribadire i limiti generali di quanto la psicoanalisi può raggiungere nel campo della biografia, che, per quanto possa disporre di dettagliate informazioni e documenti storici, non potrà mai

“..farci comprendere l’inevitabilità del fatto che la persona in questione abbia avuto una determinata reazione e non un’altra…. Dobbiamo ammettere qui un certo grado di libertà che non si può ulteriormente risolvere con mezzi psicoanalitici.”

Tuttavia, malgrado le remore dichiarate ed esplicitate, Freud si lascia appassionare dal “caso Leonardo” e lo tratta con un trasporto che difficilmente si ritroverà in altre parti della sua opera.

Va premesso che per farsi un’idea fedele del saggio, bisogna leggerlo e gustarlo: qualsiasi recensione o racconto preclude l’accesso all’entusiasmo e alla partecipazione con cui Freud lo scrive, che è uno degli aspetti più sorprendenti dell’opera.

Il punto di partenza per la ricostruzione dell’infanzia del genio, è una Nota lasciata sul Codice Atlantico dallo stesso Leonardo che direttamente, attraversando i secoli, racconta al padre della psicoanalisi una sua fantasia infantile:

“…questo scriver si distintamente del nibbio par che sia mio destino perchè nella prima ricordazione della mia infanzia e mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venisse a me e mi aprissi la bocca con la sua cosa e molte volte mi percotessi con tal coda dentro le labbra”

Il ricordo descritto fa da punto di partenza per l’avventurosa psico-biografia che, ricostruendo l’infanzia di Leonardo dalle informazioni disponibili, la compara con “l’intuizione” anticipata a Jung che avrebbe fatto luce sui lati più controversi della personalità dell’artista: la sua instabilità creativa, l’incompiutezza di molti dei suoi capolavori e la gentilezza quasi femminea del suo carattere.

Egli innanzitutto rammenta che i ricordi infantili sono in realtà fantasie nate successivamente, quando l’infanzia viene teoricamente “ricostruita”: essi rivestono importanza fondamentale per capire le direzioni dello sviluppo psichico del soggetto.

All’episodio riferito da Leonardo fornisce due interpretazioni, riconducendolo sia ad un atto sessuale orale, marcatamente passivo, reminiscenza della memoria dell’allattamento, sia all’immagine egizia della Dea-Madre Mut, raffigurata come uccello-avvoltoio.

L’avvoltoio, considerato nell’antichità di sola specie femminile, fecondato dalla forza del vento, era divenuto simbolo, per la patristica cristiana, della nascita di Cristo, concepito da Vergine per opera dello Spirito Santo.

Leonardo, argomenta Freud, era figlio illegittimo del notaio Pietro da Vinci e della giovane contadina Caterina, quindi “figlio di sola madre”, “figlio di avvoltoio”.

I primi anni dell’infanzia, secondo la ricostruzione di Freud, Leonardo li avrebbe trascorsi esclusivamente con la madre. Da fonti storiche si apprende che poi, all’età di cinque anni, il bimbo andò a vivere con il padre e con la giovane moglie di lui, Donna Albiera, che non potendo avere un figlio suo, adottò quello del marito, accudendolo con amore.

La prima infanzia di Leonardo, sarebbe stata, quindi, caratterizzata da stretto legame di attaccamento con la madre naturale, colorato con molta probabilità di valenze erotiche, e dalla condizione di “bambino senza padre”.

Per Freud, dunque, il nibbio-avvoltoio è la madre, mentre la coda è il pene che il fanciullo ha pensato come attributo sessuale della madre. La scoperta che la madre ne era priva, e la delusione conseguente, hanno prodotto un desiderio -frustrato- di rintracciare in altre persone la tenerezza che aveva ispirato i rapporti felici tra lui e la madre durante i primi anni d’infanzia:

“…la concentrazione sull’oggetto che una volta era così fortemente desiderato, il pene della donna, lascia tracce indelebili sulla vita mentale del bambino che ha perseguito con particolare accuratezza questa parte delle ricerche sessuali infantili.”

Freud spiga poi quelle notizie circa la vita di Leonardo che lo vedrebbero come “sessualmente non attivo o omosessuale” , cui lo indirizzarono proprio le prime esclusive tenerezze materne: l’amore per la madre viene rimosso, ma il figlio prende il posto della madre e la sua stessa persona diventa il modello dei suoi oggetti d’amore. Leonardo si circonda di giovani, bellissimi assistenti, noti sicuramente più per la loro prestanza che per le doti artistiche. Ama i giovinetti come sua madre ha amato lui: il narcisismo è la base della sua scelta d’oggetto.

Questo tipo di investimento oggettuale si può riscontrare non solo nella scelta dei suoi allievi, ma anche nell’atteggiamento nei confronti delle sue opere, che egli spesso trascura come il padre aveva trascurato lui all’inizio della sua vita. Il momento della soddisfazione artistica viene differito così come viene inibita la realizzazione fisica della sessualità, che, quindi, secondo Freud, sarebbe rimasta inespressa, repressa, sublimata attraverso la curiosità intellettuale, l’indagine, la sperimentazione.

Freud crede all’assoluzione ottenuta da Leonardo -che a 24 anni venne incriminato e processato per sodomia a seguito di una denuncia anonima- proprio sulla base delle testimonianze dei contemporanei che lo descrivevano assolutamente lontano da ogni passione che non fosse la brama di conoscenza, e su quanto dedotto dalla sua analisi psico-biografica. Leonardo amava, accudiva, i giovinetti, meticolosamente annotava le spese che sosteneva per i suoi allievi: un meccanismo compulsivo per sedare l’ansia, per tenere lontane le emozioni, per riprendere il controllo sulle pulsioni, indirizzandone l’esplosività verso la ricerca.

Il saggio scorre piacevolmente e dipinge il profilo di Leonardo, avvincente come un romanzo.

Resta il problema del nibbio-avvoltoio.

E’ noto l’errore di traduzione che costituisce l’abbaglio più clamoroso di Freud. Le opere su cui si era documentato, cioè il celebre romanzo di Merezkovskij sulla vita di Leonardo, una traduzione di un saggio di Smiraglia Scognamiglio tradotto in tedesco da Maria Herzfeld, traducevano il nibbio della fantasia leonardesca con la parola tedesca “Geier”, che significa, invece, avvoltoio.

Tutta la simbologia sulla divinità Mut, madre fallica rappresentata in forma di avvoltoio, illustrata con entusiasmo da Freud, che sembrava calzare a pennello al caso di Leonardo, viene a perdere di forza.

Lo scambio di pennuti in realtà non è così grave, anche il nibbio, in quanto uccello, è innegabilmente simbolo fallico.

Non cambia la sostanza dell’interpretazione psicoanalitica della fantasia leonardesca, né è possibile negare che la simbologia dell’avvoltoio, come affermato da Freud, fosse conosciuta da Leonardo, che di fatto la utilizza nel famoso crittogramma del quadro di Sant’anna con la Vergine e il Bambino.

Il colpo di scena del saggio è l’interpretazione che Freud fa del più celebre sorriso della storia dell’arte, quello enigmatico di Monna Lisa.

Quando incontra Lisa Ghirlandini, la moglie di Francesco Bartolomeo Giocondo, per farle il ritratto, Leonardo aveva ormai cinquant’anni, aveva lasciato Milano, il suo mecenate Ludovico il Moro (che , secondo Freud, era una sorta di doppio paterno) ormai era stato sconfitto, e ogni possibilità di piena realizzazione artistica sembrava abbandonata.

Tuttavia nel volto della donna, nel suo sorriso, Leonardo ritrova il primitivo oggetto d’amore, ritrova sua madre.

Il sorriso della Gioconda, sorriso che si ripeterà, da quel momento in poi, su tutti i volti dipinti da Leonardo, è quello della giovane ragazza-madre Caterina che culla, tenera e deduttiva, il suo bambino.

“Quando, nel fiore degli anni, Leonardo si imbattè nuovamente nel sorriso di beatitudine ed estasi, che una volta era stato sulle labbra della madre mentre lo vezzeggiava, si trovava da molto tempo sotto il dominio di una inibizione che gli impediva di desiderare mai più simili carezze da labbra di donna. Ma era diventato un pittore e quindi lottò per riprodurre il sorriso con il suo pennello, dandolo a tutti i suoi dipinti…”

La produzione pittorica di Leonardo rifiorisce: Sant’Anna, la Madonna, Leda, San Giovanni, Bacco, … sono animati, come monna Lisa, dal sorriso di Caterina.

Una cosa Freud non sapeva, poiché venne evidenziata anni dopo. Il paesaggio ritratto alle spalle della Gioconda sembra quello di un affluente dell’Arno che nasce proprio dalle montagne di Vinci: l’artista avrebbe così ricollocato la madre nel luogo della sua infanzia felice.

Anche le analisi del quadro di Sant’Anna e del cartone sul medesimo soggetto conservato a Londra, sono molto coinvolgenti: sembra che Freud dia il meglio di sé quando il suo pensiero prende spunto dall’incontro diretto con i capolavori leonardeschi: mi chiedo quante altre belle cose avrebbe potuto scrivere se avesse dedicato più tempo all’indagine di altri grandi dell’arte.

Leonardo, tuttavia, era per lui il Genio indiscusso, che stimava enormemente. Il tributo a questo grande artista fu quindi, in un certo senso, doveroso nel momento in cui decise di cimentarsi, nell’ambito della dibattuta relazione tra arte e psicoanalisi, in una psico-biografia.

Con il saggio di Freud si inaugura così quel filone moderno di “letteratura del mistero” che accompagnerà la complessa figura di Leonardo -già di suo abbastanza impenetrabile, come sempre è imperscrutabile la genialità- che trova i suoi epigoni contemporanei, a dire il vero piuttosto scaduti, nelle incredibili interpretazioni della Mirror Art, e nelle redditizie fantasie di Dan Brown.

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L'autore
Marina Malizia
Marina Malizia