Smorti Andrea, Il sé come testo: costruzione delle storie e sviluppo della persona, Giunti, Firenze, 1997

a cura di Chiara Illiano

Il libro è una raccolta di lavori e di ricerche internazionali sul tema della narrazione.

Nella prima parte dell’opera viene affrontato il rapporto esistente tra narrazione, Sé e autobiografia. Narrazione intesa come modalità usata dal Sé per porsi in uno spazio e in un tempo precisi, mediante la costruzione della propria esperienza tramite l’uso di storie.

La nostra vita e la nostra visione del mondo, infatti, sono strettamente connesse al punto di vista che si assume rispetto ad un particolare evento. L’interpretazione implica un rapporto tra soggetto che conosce e oggetto conosciuto, un rapporto circolare in quanto il soggetto conosce l’oggetto mediante l’assunzione di un punto di vista, il quale risulta strettamente connesso al contesto scelto per analizzare l’oggetto. Il contesto, quindi, non è statico, oggettivo, bensì qualcosa che viene modificato e plasmato in base al significato attribuito all’oggetto. L’autobiografia, la narrazione del Sé, è una composizione di testi in cui il soggetto si configura sia come attore che come narratore; i testi vengono scelti e riorganizzati per donare logicità e stabilità a Sé. Non si può fare questo senza attribuire un particolare significato alle azioni compiute e modificando, seppur solo in parte, le stesse per renderle coerenti con la struttura del Sé che si vuole perseguire e che, nella maggior parte dei casi, è una normalizzazione della propria vita ed un adeguamento agli altri.

Nell’approccio alla base di questo libro, quindi, il sentimento di identità comporta una sorta di “costruzione autobiografica tale da coordinare tra loro la stabilità e il mutamento, affinché la propria vita non appaia né troppo caotica, né troppo scontata”. L’autobiografia è, perciò, in grado di trasformare la vita in un testo mediante l’uso di schemi che possano dare un significato più ampio agli eventi.

Trzebinski affronta in modo esteso il concetto di Schemi Narrativi sul Sé (SNS), ossia un tipo di conoscenza generale, grazie alla quale vengono create e organizzate le narrazioni sul Sé. “Narrazioni sul Sé” come “processi attraverso i quali fatti, eventi o situazioni rilevanti per il Sé vengono compresi attraverso la loro collocazione dentro una trama narrativa”. Ci sarebbero, quindi, dei sistemi generali di conoscenza sul Sé in grado di guidare la capacità di capire gli eventi fondamentali della vita di ciascuno e trasformarli in storie sul Sé. Costruire narrazioni sul Sé come tentativo di attribuire un significato a ciò che accade all’individuo e come modo di influenzare gli eventi futuri: le azioni che verranno intraprese, infatti, saranno ispirate alle narrazioni in quanto “dispositivi di attribuzione di significato”.

Nella seconda parte il focus viene spostato sull’ambiente familiare e sul ruolo svolto dalle interazioni nella costruzione delle storie. Attraverso il legame madre-figlia, le discussioni familiari, i litigi tra i componenti, l’individuo impara delle strategie interpretative in grado di influenzare e donare un determinato senso agli eventi accaduti. Gli schemi principali sono quelli formati nell’ambito familiare dalle interazioni reciproche, sebbene essi cambiano e si modifichino nel corso dello sviluppo. Nel momento in cui il genitore parla con il figlio del passato, egli mette in evidenza i modi in cui gli eventi possono essere condivisi mediante la comunicazione e, in questo modo, il bambino sarà in grado di imparare da questi insegnamenti come trasmettere agli altri le proprie storie.

Fasulo e Pontecorvo affermano che il racconto è una sorta di progetto, in quanto le storie, proprio per il fatto di non essere mai neutrali, generano qualcosa di nuovo all’interno dei saperi e delle relazioni che si stabiliscono tra i partecipanti alla discussione. I genitori, mediante la narrazione, cercano di trasmettere la propria visione del mondo ai loro figli, con la speranza che si conformino ad essa e la assumano come punto di vista.

Nella terza e ultima parte, l’attenzione viene posta sul rapporto tra la narrazione e lo sviluppo cognitivo e precisamente sul ruolo svolto dai processi cognitivi nella capacità di capire l’ambiente sociale e nella realizzazione di storie. Si parte dal presupposto che ogni individuo sente il bisogno di interpretare soprattutto quegli eventi che violano la canonicità, che superano i luoghi comuni e si posizionano oltre, necessitando così di una comprensione maggiore. “Le narrazioni possono essere considerate come dei testi con i quali è possibile interpretare altri testi quali sono le azioni sociali. (…) L’interpretazione del testo delle azioni sociali avviene, dunque, attraverso la costruzione di narrazioni o resoconti narrativi”. È questo il presupposto da cui parte Andrea Smorti per affermare l’idea secondo cui le storie servono ad interpretare le incongruenze sociali, le violazioni della canonicità, per dirlo con le parole di Bruner, ossia quelle azioni che vanno contro le aspettative dell’ambiente circostante. Ovviamente questa violazione dipende esclusivamente dal punto di vista in cui si pone l’osservatore.

Oltre a questo argomento, viene affrontato anche il tema del testo come strumento per comprendere le relazioni umane e come espressione del livello di sviluppo sociale e cognitivo raggiunto dall’autore. Il pensiero narrativo è una forma di pensiero che si basa sulla produzione e sulla comprensione di storie. Esso trae le sue origini sin dall’infanzia nel rapporto con i genitori e le idee alla base delle storie del bambino si generano simultaneamente alla comprensione del mondo sociale. Nelle storie del bambino rientrano le tradizioni di una determinata cultura, ma è proprio quando egli impara a scrivere storie che comprende veramente di essere parte di quella cultura. Lo sviluppo del pensiero e della conoscenza narrativa è, come evidenziato nel contributo di Anne McKeough, un processo molto lento che impegna l’individuo per gran parte della sua vita. Nell’infanzia, il piccolo ordina gli eventi sottoforma di copioni costituiti da “stati e azioni stereotipici” che rendono il bambino in grado di collegare gli eventi in modo coerente; nella fanciullezza questa organizzazione assume un carattere intenzionale; nell’adolescenza, in fine, si costituisce una struttura interpretativa in grado di ricollegare le azioni degli individui alle proprie storie personali.

L’ultimo tema affrontato riguarda lo sviluppo del ragionamento metarappresentativo. La narrazione viene considerata un’attività in grado di collegare gli eventi narrati ai pensieri ed alle emozioni del narratore, è un ragionamento rappresentativo e un comportamento cognitivo che richiede una certa consapevolezza. La rappresentazione mentale di un determinato evento, infatti, viene connessa ad una rappresentazione mentale di Sé come agente, come colui che ha un ruolo di protagonista all’interno di quella esperienza. Il ragionamento metarappresentativo implicato nella narrazione “consiste nel giustapporre la rappresentazione mentale che un individuo ha di un evento, i suoi pensieri e sentimenti ed il senso dell’esperienza fatto dal Sé”.

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