Roy Schafer, Rinarrare una vita. Narrazione e dialogo in psicoanalisi, 1992, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 1999

a cura di C. Illiano

Come affermato nell’introduzione dallo stesso autore, il libro trova collocazione e origine all’interno della ricerca condotta da Schafer sul “linguaggio d’azione”, inteso come un nuovo linguaggio per la psicoanalisi, volto a superare quello meccanicistico della metapsicologia freudiana, ancora presente all’interno del pensiero di molti psicoanalisti. Schafer pone in risalto la capacità umana di agire e di assumersi un ruolo ben definito all’interno delle proprie esperienze di vita: l’uomo agisce, percepisce, ama, ricorda etc… Egli non è solo un essere in balia degli eventi esterni, ma li modella e li influenza sia a livello conscio che a livello inconscio. L’esperienza soggettiva è una costruzione umana, non qualcosa di indefinito, presente a priori nella mente umana, che deve solo essere decifrato dall’analista; bensì è qualcosa che gli individui creano grazie a ciò che vivono soprattutto nel corso dell’infanzia, periodo in cui si manifestano le prime forme di esperienza cognitiva ed emozionale. Uno degli assiomi di questa concezione è che le azioni esistono solo grazie alla descrizione che si fa di esse ed è a questo che si riconduce il tema della narrazione: narrazione di un fatto, di una storia, di un evento. “Intendo per narrazione tutto ciò che riguarda il racconto o la presentazione di un’azione e anche, tutto ciò che si intende per versione di un accadimento, di un evento o di un episodio qualsiasi, in quanto anche essi vengono sempre presentati sotto forma di descrizione”. La narrazione, quindi, non rappresenta una verità assoluta, ma è semplicemente il modo in cui questa verità viene presentata, modo che riflette non solo il narratore, ma anche il contesto in cui tale narrazione avviene. D’altronde non si può neanche pensare di tralasciare l’influenza dell’analista: tra paziente e terapeuta si svolge un dialogo fatto di parole ma anche di silenzi, narrazioni e interpretazioni, le quali non sono altro che rinarrazioni dell’analista ricche di significato. Il concetto di interpretazione può essere descritto come un modo di narrare qualcosa che non è stato ancora espresso oppure rinarrare qualcosa già narrato da qualcun altro. Il fine ultimo di ogni analisi è, secondo Schafer, “ rinarrare una vita al passato e al presente e come potrebbe essere nel futuro”; il paziente giungerà così alla fine dell’analisi con la consapevolezza di aver creato una serie di trame narrative migliori che potranno aiutarlo a vivere un’esistenza migliore, sia in rapporto a se che in rapporto agli altri.

A causa dell’enorme quantità di materiale presente nel libro e dell’eterogeneità dello stesso, Schafer riesce a rendere chiarezza al tutto dividendo l’opera in quattro parti.

Nella prima parte viene affrontato il tema della narrazione del Sé: il Sé del paziente non è un qualcosa di statico, creato e posizionato in un mondo che lo determina, bensì è una costruzione narrativa dello stesso soggetto ed è quindi da esso interamente definito. Esso si genera dal dialogo, dallo scambio di parole, rappresentazioni e immagini, il tutto narrato dall’individuo e rinarrato dagli osservatori esterni che contribuiscono con i propri valori e le proprie finalità. L’autore non parla di un unico Sé, ma di un insieme di narrazioni diverse prodotte da un complesso di Sé diversi (il vero Sé, il falso Sé,il Sé ideale, il Sé frammentato, il Sé pubblico, il Sé privato…): il Sé viene definito come una serie di strategie narrative, o trame narrative, seguite dall’individuo che tenta di creare un resoconto emotivamente coerente della propria esistenza inserita in un contesto relazionale. Con il concetto di trama narrativa, Schafer indica “tutto ciò che può essere utilizzato per stabilire una serie di linee guida e di restrizioni per narrare una storia che trasmetta ciò che convenzionalmente si dice abbia un certo tipo di contenuto generico”. La trama narrativa serve per generare nuovi modi di rinarrare gli eventi negli stessi termini, potendo così creare diverse versioni della storia di base.

Ad esempio, durante l’analisi si possono riscontrare numerose dimostrazioni degli aspetti narrativi dell’auto-inganno e delle difese: per diminuire la tensione e ristabilire un senso di sicurezza in situazioni minacciose, il paziente è solito impiegare forme di pensiero in grado di trasformare il pericolo in qualcosa di innocuo, o comunque meno minaccioso, soprattutto mediante i meccanismi della negazione, formazione reattiva e idealizzazione. Agendo in maniera difensiva egli sarà in grado di diminuire la propria vergogna, il senso di colpa e la depressione. L’auto-inganno si basa su una specifica trama narrativa (il Sé che mente a se stesso) e può essere considerato come una descrizione generata dall’ unione di due trame narrative (il Sé e l’inganno). Un paziente arriva in analisi narrando e mostrando una determinata struttura di personalità, formatasi con il tempo e a causa delle influenze passate. Il più delle volte essa serve a garantirgli un equilibrio nel rapporto con gli altri, ma, nel corso dell’analisi, si verificano dei cambiamenti all’interno di questa organizzazione ed il paziente inizia a diventare più “egoista”, meno interessato ad acquisire i favori altrui, più centrato su se stesso e maggiormente in grado di riconoscersi e nello stesso tempo in grado di interessarsi autenticamente agli altri. Con l’avvicinarsi della fine dell’analisi, infatti, si sentiranno resoconti di esperienze positive con il genitori e con le altre figure significative, nel tentativo di costruire quei rapporti buoni negati per così tanto tempo; si manifesteranno trame narrative migliori da poter creare e narrare sulla capacità di relazionarsi con gli altri.

Nella seconda parte viene affrontato il tema della narrazione dell’identità di genere ed il focus principale riguarda la teoria freudiana ed il suo rapporto con le posizioni maschiliste e femministe. Da sempre, infatti, sono state mosse a Freud numerose critiche per un suo presunto maschilismo e Schafer affronta questo problema ricollocando le teorie della psicoanalisi nel suo contesto originario, ossia in quella tradizione patriarcale medico-biologica del diciannovesimo secolo che predilige una visione meccanicistica ed evolutiva della scienza. Nonostante l’accertata carenza di contributi freudiani alla psicologia femminile, egli si trovava ad agire in un ambiente che credeva nei principi generali di attività-passività e mascolinità-femminilità; da queste concezioni derivava un’idea e una narrazione della donna come oggetto passivo e dell’uomo come essere forte e potente in grado di influenzare non solo la medicina dell’epoca ma anche le interpretazioni degli psicoanalisti nel setting. Lungi dall’essere conforme a questa posizione, Schafer identifica, come uno degli obiettivi dell’analisi, la creazione di una “persona completa”: una persona che agisce consapevolmente nel proprio ambiente, senza remore, difese o conflitti, e, nello stesso tempo, cosciente di non essere l’unico agente, ma di essere inserito in un contesto di relazioni. La persona completa non si nasconde dietro gli stereotipi di attività e passività, di impotenza e frigidità, come se fossero qualcosa di determinato a priori, ma, mediante l’elaborazione analitica, è in grado di rinarrarli e di donargli il significato di azioni complesse che si connettono a varie situazioni psicologiche, portando ad una modificazione della stessa struttura frigida o impotente.

Allo stesso modo anche altre problematiche devono essere analizzate in termini di trame narrative utili a organizzare le interpretazioni dell’analista:

– La sofferenza cronica, ossia il masochismo: le trame narrative proposte dall’autore per questo scopo sono due, ossia la ricerca del fallimento e l’idealizzazione dell’infelicità. Tali pazienti si presentano come vittime, perennemente afflitti da fallimenti, spesso inconsciamente ricercati e incapaci di portare in analisi narrazioni positive del Sé.

– La lotta contro il sentimentalismo: uomini nati e cresciuti accanto a persone con conflitti irrisolti nei confronti del sentimentalismo che gli hanno trasmesso proprio questa conflittualità; uomini desiderosi di ciò che non hanno avuto, bisognosi di affetto ma anche terrorizzati dalla possibilità di perdere. I confini delle narrazioni del sentimentalismo non sono ben definiti e, anche nella società, non si osserva una presa di posizione chiara nei confronti del significato di questo termine, sebbene si tenda a collocarlo nella sfera femminile e a ricollegarlo a termini come debolezza, fallimento, infantilismo. A causa dell’imbarazzo e della vergogna, questi pazienti cercano di nascondere ogni manifestazione che possa palesare questa loro struttura: sono fortemente ironici e autoironici, parlano di cose futili e si mostrano solitamente irritabili. Una trama narrativa costante è la lotta contro la regressione: ogni analizzando avrebbe una propria configurazione di specifici pericoli regressivi e nel libro ne vengono presentati alcuni, ossia il sogno ad occhi aperti, l’essere un neonato, l’identificazione con la madre, l’analità e la fanciullezza del periodo di latenza.

– Rabbia e potere nell’analisi: si manifesta in pazienti che mostrano narrazioni in cui si delineano prevalentemente come vittime che soffrono, sono persone spaventate che si sentono in colpa per aver usato strategie masochistiche e sadiche ma che sono sempre state inserite in un ambiente ricco di violenza etero e autodiretta. Nel corso della loro esistenza hanno creato introietti crudeli e terrificanti, figure, soprattutto madri, immaginate amplificandone a dismisura le caratteristiche più spaventose (le madri della realtà psichica, non quelle reali), figure che vengono riportate nel setting analitico e che prendevano vita nel rapporto di transfert con l’analista.

Nella terza parte il tema principale è spostato sulle teorie come narrazioni principali.

Inizialmente viene presentato un resoconto in termini moderni della prospettiva freudiana. Tradizionalmente la psicoanalisi viene intesa come una cura che avviene mediante l’uso delle parole, grazie alla verbalizzazione di ciò che il paziente ha vissuto nel passato e vive tuttora; tra i metodi usati per raggiungere questo obiettivo troviamo le associazioni libere e le interpretazioni dell’analista, interpretazioni volte a destrutturare le difese, poste in atto dal paziente nel corso della sua vita, e che si riflettono nelle abituali narrazioni riportate nel setting, sviluppando così una nuova e più costruttiva versione della propria vita passata, presente e futura. “Le narrazioni degli analizzandi vengono destrutturate dalla ferma attenzione dell’analista, in primo luogo, sulle contraddizioni interne, sui dislocamenti, sulle condensazioni e sulla tendenza a porre in secondo piano o a cancellare del tutto esperienze fondamentali ad alta intensità emotiva, in secondo luogo sulle gerarchie di valori nascosti nelle ovvie serie di opposti, quali maschio-femmina, attivo-passivo, dominante-sottomesso”.

Successivamente Schafer si focalizza sull’importante ruolo che assume la narrazione nell’interpretazione psicoanalitica clinica e applicata. Quest’ultima molto spesso criticata a causa della non presenza di un paziente, delle presunte speculazioni condotte senza una controparte, basando il tutto solo su materiale non scientificamente verificabile; mentre nella psicoanalisi clinica c’è interazione, c’è una comunicazione continua e costante tra un analista e il suo analizzando. La posizione dell’autore su questo punto è ben chiara: ci sarebbe solo una sottilissima linea di confine tra le due, bisognerebbe arrivare ad affermare che esiste “soltanto una psicoanalisi e che nella sua pratica si possano incontrare una varietà di problemi, la cui natura dipende da alcune peculiarità del contenuto specifico, definito all’interno di un particolare contesto” , e ancora “l’analisi clinica e applicata hanno in comune la creazione e la compenetrazione di testi da interpretare o di testi come interpretazioni”. All’interno della pratica clinica, la seduta di analisi si configura come un testo da interpretare e sviluppare grazie all’uso di interventi adeguati che confluiranno nell’interpretazione analitica. Il ruolo dell’analizzando in questo processo è quello di narratore ma anche di consulente dei propri enunciati, colui che, grazie anche, e soprattutto, alle interpretazioni dell’analista, è in grado di esprimere le proprie idee su ciò che riporta in seduta. L’analista è il co-autore del testo presentato dal paziente, attraverso un dialogo continuo, verbale e non, tra i due. Il significato dei fatti, all’interno dell’analisi, “è stabilito dall’interno e all’interno di un contesto di domande e di metodi che sono coerenti con una serie di scelte narrative. Queste scelte sono di solito chiamate teorie”.

Ultimo tema trattato nella terza parte riguarda i problemi che solitamente si incontrano quando si cerca di trovare un terreno comune all’interno della moltitudine di scuole psicoanalitiche attualmente presenti. Schafer parte da un punto che le accomuna tutte: un paziente porta in seduta una narrazione con un evidente contenuto manifesto che va trasformato in utile materiale analitico, per essere analizzato e ricostruito, sebbene cambi il modo di revisionare il materiale a seconda della teoria seguita dall’analista. Le differenze all’interno della psicoanalisi ci sono, secondo l’autore, e non vanno abolite o livellate; l’auspicio di Schafer è solo quello di riuscire ad usarle strumentalmente per crescere e per poter prendere da ogni scuola quegli insegnamenti utili a comprendere meglio il paziente.

La quarta e ultima parte rappresenta l’aspetto più pratico del libro ed è ricca di esempi e materiale clinico. Inizialmente vengono esaminati gli aspetti narrativi dell’interpretazione clinica, della difesa e, nello specifico, di una particolare difesa, denominata “prima le brutte notizie”. una modalità di comportamento che si manifesta con movimenti regressivi, soprattutto nella fase di avvicinamento alla conclusione dell’analisi, volti a distruggere tutto ciò che di buono è stato fatto nel corso della stessa.

Successivamente il focus è rivolto alla realtà psichica e alle influenze dello sviluppo e della comunicazione inconscia: “l’inconscio è sia scoperto che creato, più esattamente, il prodotto di un dialogo o un testo prodotto da più autori e progressivamente revisionato da due membri della stessa comunità narrativa e interpretativa”, così scriveva Schafer alcune pagine prima. Nell’analisi il paziente attribuisce determinati significati, in modo conscio o inconscio, alle esperienze del passato e del presente, significati basati sui conflitti e fantasie infantili; le interpretazioni dell’analista riguarderanno sia queste attribuzioni soggettive che un contesto più ampio, il quale include non solo le rappresentazioni del Sé dell’analizzando, ma anche quelle dell’analista e degli altri. Ovviamente le rappresentazioni che il paziente ha degli altri non vengono prese come vere e reali sull’analista, vengono piuttosto viste come un atto comunicativo che si basa sulla sua realtà psichica: sono “un resoconto narrativo dell’esperienza soggettiva che l’analizzando ha degli altri”. Ci sono due modi di ascoltare le descrizioni fatte riguardo agli altri: seguendo un approccio genetico, tali descrizioni vengono trattate come il contenuto manifesto di un sogno, oppure, seguendo l’approccio evolutivo, i racconti sono considerati come la storia di un caso e l’attenzione è focalizzata sul funzionamento cognitivo del narratore. Ad ogni modo, gli analisti cercano di porsi all’esterno della realtà psichica, senza prendere come vero ciò che viene affermato sugli altri; in quanto dal loro punto di vista le rappresentazioni dell’analizzando rispettano i criteri di adeguatezza narrativa, derivanti in gran parte dal buon senso, in modo tale da permettere al paziente di costruire resoconti di azioni dell’altro secondo modelli analiticamente significativi.

Altro concetto trattato da Schafer in questa parte del libro è quello della resistenza. Nonostante la poca chiarezza attribuita alle concezioni freudiane sulla resistenza, lo psicoanalista viennese ha comunque creato una grande eredità per i suoi successori, rendendoli in grado di riconoscere le varie possibilità interpretative e diminuendo così la potenza delle resistenze attuate dal paziente. Fondamentalmente, secondo l’autore, “gli aspetti verbosi, confusi e superflui della narrazione freudiana della resistenza possono facilitare ed aiutare la razionalizzazione del controtransfert nel lavoro analitico”. La seduta di analisi non è fatta solo di comunicazioni verbali, ma anche di enactment, ossia “il modo e il momento di dire o non dire le cose (…), l’uso fatto o non fatto di interpretazioni, i ritardi, le assenze, le regressioni sintomatiche…” . Se l’analista sarà capace di prendere in considerazione tutto ciò, sarà anche in grado di non percepire il paziente come un “nemico” che ostacola il lavoro con le sue resistenze, bensì come un individuo costantemente al lavoro, ma con proprie modalità di agire.

Dopo aver dedicato un capitolo alle difficoltà che si riscontrano all’interno del training analitico, ed ai limiti che questo comporta all’interno della psicoanalisi, ed un altro alla narrazione sulle differenze di contenuto e di metodo esistenti tra psicoanalisi, pseudoanalisi e psicoterapia, differenze riassunte dall’autore nella conoscenza del dialogo che avviene nel setting e delle trasformazioni che esso comporta, l’attenzione si sposta sulle questioni dialogiche relative alla pratica clinica. Il tema trattato si apre subito con una critica alla maggior parte degli psicoterapeuti ad orientamento psicoanalitico, accusati di non far sufficientemente ricorso alla preziosa risorsa del “parlare con il paziente”: seguendo forse sin troppo alla lettera la teoria psicoanalitica classica, gli analisti si limitano a fare interpretazioni e a non essere direttivi, creando un’atmosfera di ascolto riflessivo e intervenendo solo se necessario. Secondo Schafer, sarebbe importante, in certi casi, parlare al paziente e questo sarebbe possibile in due modi:

– Parlando in modo personale, esprimendo il Sé del terapeuta, rispettando sempre, ovviamente, i bisogni e la tollerabilità del paziente.

– Parlando pedagogicamente al paziente, fornendo indicazioni e punti di vista diversi sul lavoro analitico, sempre rispettando le direttive narrative del paziente. Il paziente si sentirà più sicuro di potersi esprimere se percepirà un’attenzione da parte dell’analista e un suo vero atteggiamento empatico. Ovviamente questo approccio non è privo di rischi, si possono infatti trovare alcune reazioni da parte del paziente: eccessiva intellettualizzazione, seduzione a collaborare, idealizzazione dello psicoterapeuta.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato all’amore analitico, ossia all’amore sublimato degli analisti nei confronti dei pazienti. Concetto coniato da Loewald, esso non si riferisce all’intensificazione di un controtransfert disturbante, sebbene includa il transfert in relazione al paziente, bensì all’amore, alla comprensione totale dell’analizzando, all’unione e al raggiungimento dell’interezza del suo essere. Secondo Loewald non sarebbe possibile amare la verità della realtà psichica senza provare amore anche per l’oggetto di cui si tenta di raggiungere la verità: “il nostro oggetto, in quanto tale, è l’altro in noi stessi e noi stessi nell’altro. Scoprire la verità sul paziente significa sempre scoprirla insieme a lui e per lui, ma anche per noi stessi e su noi stessi. Significa scoprire una verità reciproca, la verità degli esseri umani in relazione fra loro”.

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