Roy Schafer – L’atteggiamento analitico

Roy Schafer, L’atteggiamento analitico, 1983, Feltrinelli, Milano, 1984

a cura di Maria Themeli

Secondo Schafer, ogni resoconto del passato è una ricostruzione guidata da una strategia narrativa che aiuta a selezionare da una moltitudine di particolari possibili, quelli che possono essere riorganizzati in un altro racconto che abbia un filo e che esprima il punto di vista desiderato sul passato. Tale ricostruzione è suscettibile al cambiamento. Ogni volta che si stabiliscano dei nuovi obiettivi e si sollevino nuove questioni, si svilupperanno nuove versioni del passato. Così ogni resoconto, analiticamente revisionato, del passato è necessariamente una ricostruzione di ciò che è gia stato costruito in modo diverso. La ricostruzione viene attuata con vari mezzi interpretativi che sono fra loro collegati, come la revisione tematica, il completamento, la ricontestualizzazione e riduzione e la nuova valutazione. Servendosi di questi mezzi lo psicoanalista aiuta l’analizzando a sviluppare molteplici racconti della propria vita, ciascuno dei quali è specificamente psicoanalitico.

Il processo analitico è costituito sia da un ripetuto esame di come nel corso di un’analisi cambi il racconto del passato, sia da un tentativo di spiegare come, quando e perchè, in tale processo cambi il racconto stesso. Narrare è un’azione presente, ed è un’azione che non può essere separata dal modo in cui l’analista vive soggettivamente il racconto.

Allo stesso modo come i resoconti del passato anche i resoconti del presente sono ricostruzioni, solo che hanno per protagonisti atti di percezione invece che di ricordo. Così la formulazione del qui ed ora di ogni analisi è un progetto interpretativo o narrativo proprio come la formulazione che ricostruisce il passato. In questo senso, sostiene Schafer, sono ricostruzioni le manifestazioni del transfert nel qui ed ora. Sono cioè versioni psicoanalitiche di fatti che vengono narrate (dall’analizzando), rinarrate (dall’analista) e potrebbero essere sempre narrate in modo diverso. Così è coerente parlare di ricostruzioni in analisi, indicando, se la ricostruzione è opera dell’analista, dell’analizzando o di entrambi.

Dal punto di vista temporale, il lavoro analitico è circolare. Nella storia psicoanalitica della vita, ciò che era è e ciò che è era. Il presente ricostruito narrativamente ha origine dal passato ricostruito narrativamente, e viceversa. Viene così attualizzata nell’analisi l’atemporalità dell’ inconscio.

Gli analizzandi parlano all’analista di se stessi e degli altri, nel passato e nel presente. Con le interpretazioni l’analista rinarra queste storie. Nel rinarrarle, alcuni aspetti vengono accentuati mentre altri vengono posti in secondo piano. Le rinarrazioni dell’analista influenzano progressivamente il cosa e il come delle storie raccontate dagli analizzandi. Il prodotto finale è un modo di lavorare radicalmente nuovo, creato insieme dai due coautori. Nel corso dell’analisi si sviluppa un gruppo di nuove narrazioni più o meno coordinate, ciascuna delle quali corrisponde a periodi di lavoro intensivo su certe questioni fondamentali. Queste narrazioni si focalizzano sul posto e sulla modificazione di tali racconti entro il dialogo psicoanalitico. Specificamente le narrazioni vengono considerate sotto l’aspetto del transfert e della resistenza identificati e analizzati in momenti diversi in relazione a domande diverse. Lo stesso transfert e la stessa resistenza possono essere visti come delle strutture narrative. Come tutte le altre strutture narrative, prescrivono un punto di vista da cui parlare degli eventi dell’analisi in maniera regolata, e perciò coerente. Inoltre, l’analisi della resistenza può essere narrata in termini di transfert, e viceversa.

Schafer sottolinea che bisogna tener conto del fatto che i dati analitici sono sempre funzione del metodo usato e del posto ad essi assegnato nel processo analitico. Così i resoconti di casi analitici invece di pretendere di dire qual è la verità sull’individuo, dovrebbero dire qual è la verità in relazione ai particolari delle diverse indagini svolte in ogni analisi. In questo modo avviene che approcci analitici diversi basati su assunti diversi producano dei complessi di biografie diverse.

È un progetto utile, sostiene Schafer, presentare la psicoanalisi in termini narrativi e per portare avanti tale processo occorre in primo luogo accettare la proposizione secondo cui non esistono dati oggettivi, autonomi o puramente psicoanalitici che costringano un individuo a trarre certe conclusioni. Affermando quindi che non esiste un’unica realtà conoscibile che serva come verifica definitiva della realtà, si crea una base per caratterizzare la psicoanalisi come un metodo narrativo per costruire una seconda realtà.

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