La terapeutica filosofica. Sul paradigma platonico

Balistreri, La terapeutica filosofica. Sul paradigma platonico (a cura di Daria Filippi)

Guidato principalmente dal paradigma platonico l’autore ci presenta la filosofia nella sua accezione di terapeutica della condizione umana.

L’esistenza è per l’uomo un compito. Ognuno deve ricercare il proprio Sé, entità che attende di essere raggiunta con il continuo tentare. Conoscersi, però, significa aver chiari i propri limiti, visto che è attraverso l’esperienza del limite che la vita acquista la sua forma specifica. Saper vivere significa quindi saper rinunciare a ciò che non è alla nostra portata. L’esperienza è così, afferma Balistreri, “nient’altro che occasione per un’anamnesi di se stessi…per praticare l’esperire in vista dell’anamnesi ciò che ci serve allora è l’ascesi, come capacità di rinuncia a ciò che eccede noi stessi…una forma di potenziamento del Sé che si esprime nella capacità di saper dire di no a se stessi per diventare padroni di sé, anzi semplicemente per avere un Sé”.

Non potendo sopravvivere nella natura l’uomo s’installa nello spazio della cultura, che è la forma di disciplinamento della pulsione. Ma il caos pulsionale non viene meno, anzi, proprio perché costretta a scopi che non le sono propri, la pulsione esce fuori dagli schemi impostigli. L’uomo è attraversato pertanto da una dualità pulsione/cultura e di conseguenza ogni progresso culturale è accompagnato da un crescente disagio nella civiltà.

La prima coscienza dell’uomo è quella della propria determinatezza rispetto a tutto il resto. La vita cosciente è la superficie che modella e ordina le spinte provenienti da un sottofondo caotico dominato dalla forza dell’immagine.

La malattia mentale non è dunque l’irrompere di un’estraneità, ma lo sprigionarsi del nostro essere oltre i limiti della coscienza. Si suppone così un nesso tra coscienza e sofferenza e si arriva all’assunto che l’uomo sia un essere bisognoso di cura.

Nel Timeo Platone afferma che l’anima divenne priva di senno quando si venne a trovare con un corpo mortale così esposto alle affezioni più disparate, e che la natura ha lasciato all’uomo il compito di pervenire alla propria forma. L’uomo deve plasmarsi. L’esistenza umana è un progetto che attende da ognuno la sua realizzazione. L’uomo avrà quindi sempre il peso di doversi prendere cura di se stesso.

Balistreri paragona ciò che Platone chiama “arte della politica” alla psicoterapia. Platone infatti dice: “Per l’arte che si prefigge di curare le anime non ci sarebbe nulla di più vantaggioso che conoscere le loro naturali disposizioni. E proprio questo noi affermiamo essere il compito della politica”. Platone concepisce quindi la politica alla stregua di una terapeutica dell’anima: la legislazione è ciò che disciplina e plasma l’anima, mentre la giustizia costituisce l’intervento che mira al ristabilimento dell’equilibrio al presentarsi di una patologia. C’è un rapporto di implicazione profondo tra polis e anima: la polis non è meno realtà psichica di quanto l’anima non sia realtà politica, entrambe si costituiscono intorno allo stesso criterio di giustizia.

La politica, dunque, chiama in campo la filosofia in quanto questa è ricerca ed esercizio della vita buona in vista della salvezza dell’anima. Il progetto politico si inscrive in un più ampio disegno filosofico e, dato che la filosofia è superiore alla politica, i filosofi devono avere come missione specifica quella di agire e pensare in modo da interpretare il mondo.

Il criterio costitutivo della politica non deve essere la lotta per il potere tra individui e gruppi sociali, afferma Balistreri, ma il conflitto interiore che spinge alla cura e alla formazione del Sé.

La guida politica comporta tecnica e virtù: l’arte politica è esercizio in vista delle virtù dell’anima. Così il politico deve occuparsi della salute della nostra anima, risulta essere il vero “psico-terapeuta”.

Per diventare politico serve esercizio, disciplina ed educazione, è una vera e propria competenza: “la competenza politica risulta essere il risultato di una tecnica, la quale però abolisce la limitatezza e la settorialità di tutte le tecniche”. L’acquisizione della tecnica politica coincide con la formazione del filosofo, formazione dell’uomo nel suo genere più proprio e compiuto.

La salute dell’anima è in rapporto con la disposizione corporea ed è importante l’equilibrio e l’armonizzazione dei nostri stati corporei. Di conseguenza i mali dell’anima sono in un rapporto di equivalenza con i mali del corpo, la natura del male è la stessa, ma cambia l’ambito, l’oggetto e le forme con cui si manifesta. Ciò che per il corpo è malattia, per l’anima è l’essere dominata da passioni e inclinazioni insane. Il giudizio è in questo caso competenza della morale e non della medicina. La morale è dunque un’arte terapeutica. È possibile ricondurre l’anima dal vizio alla virtù sottoponendola ai giusti discorsi, illuminandola sulla natura del bene visto che questo si può compiere solo conoscendolo.

È necessario purificare l’anima dal corpo, sospendere la dimensione corporea. Questo lavoro su di sé, con cui si identifica la stessa pratica filosofica, è ciò che Platone chiama “terapia dell’anima”, il filosofo sarà quindi l’esperto nella cura dell’anima. E la cura dell’anima consisterà nell’instaurare il giusto ordine, in modo che ad ogni parte (dell’anima e del corpo) venga dato ciò che è proprio e ognuna possa armonizzarsi con l’altra. La terapia deve potersi prospettare come intervento sull’anima perché questa a sua volta operi favorevolmente sul corpo. Bisogna prendersi cura della totalità dell’uomo.

Platone pur non negando l’esistenza delle patologie mentali, le esclude dalla terapeutica filosofica consegnandole alla medicina, poiché in questo caso i mali della mente sono da assimilare alla malattia corporea. Il filosofo si occupa dell’uomo che sa condurre discorsi e ragionare, che però è smarrito e pensa di poter arbitrariamente porre una cosa per l’altra divenendo estraneo a se stesso. La filosofia ha l’intento di portare gli uomini a vivere conformi a se stessi, portando il loro asse di riferimento dal fuori al dentro, per ricercare in questo modo il vero essere.

Il vero medico comunque deve essere allo stesso tempo filosofo perché così può tenere conto oltre che agli aspetti fisici della malattia anche a quelli etici inerenti la terapia. Nessuna terapeutica può fare a meno di quella filosofica.

La verità costituisce per Platone una pratica terapeutica che si colloca al vertice della filosofia e che coincide con essa. La ricerca filosofica della verità ha valore in sé in quanto chi ricercando ha compiuto il cammino filosofico, anche se non ha trovato quello che cercava, è stato trasformato dal cercare stesso. “Se la filosofia vuole essere una cura, e se essa non può che operare con l’arte del discorso, allora è necessario che il discorso sia disposto in modo da produrre una modificazione interiore di chi lo fa proprio”. Quindi solo la corretta forma discorsiva consente di raggiungere la verità.

Il discorso filosofico è il completo disporsi dell’uomo con il suo corpo e con la sua anima all’attività del pensiero. Chi parla opera una sospensione della propria soggettività ponendosi al servizio della natura. L’enunciato filosofico infatti non può presentarsi nell’ottica relativa di chi lo esprime perché in filosofia esistono solo verità assolute. Parte integrante della terapeutica del discorso filosofico è sia l’elemento ascetico che quello estetico, ossia la sua capacità di suscitare piacere.

Il discorso filosofico inoltre fa emergere la dimensione della temporalità entro cui l’uomo si situa. La filosofia è infatti una forma di cura che si occupa della determinazione del presente in vista del futuro poiché, senza anticipazione del futuro, non ha senso nessun discorso sul bene dell’uomo.

Il discorso è dunque uno strumento di conoscenza, e la filosofia una pratica discorsiva che ha effetti sull’ordine del reale collaborando a definire ciò che è bene e ciò che è male per gli individui nelle loro relazioni sia private che politiche.

La terapia filosofica mette in atto una pratica di dialogo diretto e adeguato all’interlocutore ed in questo modo avvera quella “conversione” dell’anima a cui mira.

Balistreri espone inoltre le proposte di pedagogia estetica avanzate da Platone: il cursus terapeutico pone l’accento sulla ginnastica e il movimento, sulla danza e la musica, l’arte e la poesia, la religione. Educare non significa mettere dentro qualcosa di nuovo, ma portare fuori ciò che già è presente, “l’educazione è l’arte di rivelare ad ognuno il proprio destino” ed ha come fine la formazione dell’uomo.

La terapeia non si distingue sostanzialmente dalla paideia: curare l’uomo significa educarlo e l’educazione è la forma specifica per soddisfare il bisogno di cura dell’uomo. Ne consegue che per la terapeutica filosofica non c’è altro sapere che possiamo fare nostro se non quello che è già in noi, ma che non sappiamo ancora di sapere.

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L'autore
Daria Filippi
Daria Filippi