Cavarero Adriana, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 1997

a cura di Chiara Illiano

Il libro è un tentativo di esplicitare, mediante il contributo della filosofia, le varie forme in cui un individuo crea e plasma il proprio ritratto mediante la narrazione. Nell’opera viene presentata una carrellata di personaggi mitologici e letterari: da Edipo ad Ulisse, da Orfeo a Sheherazade. E’ la filosofia ad insegnarci per prima che, per quanto possiamo sforzarci, non potremo mai arrivare a comprendere in pieno l’ “unicità dell’esistenza umana”, la particolarità di ogni individuo. Filo logico di tutta l’opera è proprio il concetto di unicità, così come è stato elaborato da Hannah Arendt.

Paradossalmente a volte è proprio, e solo, la narrazione a svelarci chi siamo in realtà e quindi è la narrazione che ci mostra la nostra identità, identità che comincia invariabilmente con la nascita: ne è un esempio Edipo che scopre chi è solo grazie alla narrazione altrui. Egli ignora la sua nascita, è un individuo, quindi, che ha vissuto per anni senza conoscere la sua vera identità: non sa chi è finché non incontra qualcuno che gli rivela la verità. Questo svelamento, però, è comunque infelice in quanto egli scopre dell’incesto e del parricidio commesso.

Altro esempio è Ulisse, in incognito presso i Feaci, che piange sentendo un aedo cieco che narra la sua storia. Ulisse che finalmente riesce a comprendere e a dare un senso profondo e reale alle sue vicende che, forse, fino ad allora non era stato in grado di cogliere. Ulisse, al contrario di Edipo, sa chi è, ha la propria identità; ma, nonostante questo, è grazie al racconto altrui che riesce ad acquisire in pieno il significato della propria storia.

“La categoria di identità personale postula sempre come necessario l’altro”: l’identità non ha solo un carattere proprio e oggettivo, bensì ha sia un carattere espositivo, l’uomo si manifesta e si espone agli altri, che relazionale, nell’ambiente circostante è impossibile non instaurare rapporti interpersonali. “Si appare sempre a qualcuno, non si può apparire se non c’e nessun altro”. Ogni individuo, volente o nolente, sa di essere un “sé narrante, immerso nell’autonarrazione spontanea della sua memoria”. Ogni individuo si vive mediante la propria storia, mediante i ricordi, senza che questo processo sia necessariamente cosciente. Ad ogni modo, il Sé narrabile non viene definito come il prodotto della storia di vita raccontata dalla memoria, non è una costruzione, bensì corrisponde alla pulsione narrativa della memoria.

Tra identità e narrazione ci sarebbe, inoltre, un profondo rapporto di desiderio. Il racconto viene desiderato in quanto si ha bisogno dell’unità donata all’identità, unità che deriva dalla narrazione della propria storia.

Una parte del libro è anche dedicata a quella che viene definita la tipica pulsione femminile all’autonarrazione, pulsione che si manifesta in pieno nei gruppi di autocoscienza propri del femminismo italiano degli anni ’70. Un desiderio di esprimersi, di narrarsi, che trova terreno fertile nello scenario politico dell’epoca. Sullo sfondo di questa scena viene rintracciato un desiderio di identità che sembra poter essere raggiunto solo mediante la parola, la narrazione e, allo stesso tempo, viene generato uno spazio relazionale di reciproca esibizione, definibile come politico. Solo che in questo contesto si corre un grave rischio, quello di mettere a repentaglio la propria unicità, confusa, mescolata e influenzata dalla sensazione di rientrare nell’esser donna: “Io sono te, tu sei me, le parole che una dice sono parole di donna, sue e mie”.

Gli uomini dalle origini sono impegnati in due attività: raccontare le loro storie e riportare storie di altri; ed è alla seconda che appartengono Sheherazade e Karen Blixen. Quest’ultima può essere definita la moderna incarnazione di Sheherazade: scrittrice di storie avvincenti che si dipanano in un mondo “pieno di storie, circostanze e situazioni nuove che aspettano solo di essere raccontate”. La prima, invece, è una figura molto particolare nello scenario femminile della narrazione: donna destinata a leggere, ricordare e raccontare. Ella non è l’autrice delle storie ma colei che le tramanda, è una sorta di eroina dei suoi tempi, destinata a rischiare la propria vita per salvare quella di altre fanciulle.

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