Cavallo Michele, Il racconto che trasforma, EDUP, Roma, 2002

a cura di C. Illiano

“Aspetti linguistici, comunicazionali, relazionali, storici, influiscono nel determinare la nostra soggettività”: è da qui che parte e si dipana l’opera di Cavallo, un’opera che raccoglie numerosi contributi e che si focalizza sul tema dell’identità. Dagli autori viene espressa la possibilità di riformulare i problemi dell’identità e del linguaggio in termini retorico-narrativi, intendendo per “retorica” la “scienza della costruzione che non esclude l’analisi, la logica, l’interpretazione ma le contiene, ponendosi (…) ad un livello logico superiore”. Retorica come forma universale di comunicazione umana, in grado di specificare la vita sociale. La narrazione viene definita da Cavallo come un modello di analisi e di costruzione del Sé e la retorica può essere ricondotta a tre sensi principali: un processo che porta alla produzione di un discorso argomentativo (ambito della psicologia e della filosofia), lo studio del discorso persuasivo (semiologia) ed un magazzino di soluzioni comunicative (linguistico e semiotico).

La retorica viene configurata come scienza cognitiva grazie ai contributi di studiosi che riprendono i lavori di Ricoeur, Lacan e Lotman. Le figure retoriche assumono una specifica funzione di elaborazione degli aspetti della narrazione, in quanto traducono dinamiche e conflitti intra e intertestuali in cui “il lettore può muoversi per trasformare dei segni in unità semantiche vive ed evocative”.

Un’ampia parte è destinata alla trattazione dell’aspetto retorico di costruzione d’identità: il Sé nasce dal racconto, sia esso scritto o orale, che si fa di esso e la condizione di patologia può essere definita come un’incapacità di raccontare. Per tutta l’esistenza si cerca costantemente di riconfigurare la propria vita in una storia coerente: tutti possono raccontare, ma il vero significato della vita può essere raggiunto solo se si creano ricostruzioni più “analitiche” e meno autobiografiche. L’identità non è un qualcosa di semplice ed immediato, non è ciò che il soggetto conosce, ciò che sa di se, bensì è proprio quel qualcosa che si posiziona tra ciò che sa e ciò che non sa, tra il conscio e l’inconscio; ed è qui che trova un posto importante la scrittura: proprio questo scarto può essere rappresentato come spazio tra ciò che viene pensato e ciò che viene scritto. Secondo Cavallo, la scrittura è un utile metodo di cura che può essere usato per superare un trauma, un lutto o una perdita, in quanto ha una potente capacità riparativa e favorirebbe la conoscenza ed il contatto con i propri vissuti. Mentre si scrive, si collegano passato e presente, tutti gli eventi confluiscono in un unico momento. È a questo che può essere collegato il contributo di Cavallo su Sant’Agostino: “la memoria rende presente il passato e permette di far coincidere passato e futuro assoluto come se il futuro fosse già stato vissuto; (…) l’inizio e la fine diventano interscambiabili per la vita che esiste fattualmente e che nella relazione retrospettiva si interroga sul proprie essere”. Riportato al presente, il passato può finalmente assumere un nuovo senso. La pratica dello scrivere è in grado di sviluppare una “coscienza metalinguistica. (…): instaura, infatti, una rappresentazione particolare della realtà esterna e interna di un individuo, determinando un movimento continuo che tende ad una sempre maggiore comprensione, includendo un sapere linguistico ed extralinguistico, un sapere nel mondo”.

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