Un labirinto di cristalli e di specchi

Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 51, Roma, Di Renzo Editore, 2002 – Estratto

Nel 2001 di Kubrick tutto ciò che non viene detto né mostrato acquisisce man mano la stessa forza delle immagini che sfilano dinanzi ai nostri occhi. Un film da essere scrutato “dietro le quinte”, letto “tra le righe”, proprio come alcuni libri indimenticabili che ci accompagnano lungo la nostra crescita, in quanto ad ogni tappa della nostra evoluzione personale riusciamo a scorgere tra le loro pagine consumate ancora una volta un nuovo e più profondo messaggio.

E’ questa caratteristica di “pozzo senza fondo” che dà a “2001 Odissea nello spazio” la sua peculiare fecondità, il suo carattere dinamico e propulsivo di “creatore di miti”, pulsanti e vivi verso i quali si può rivolgere un’umanità che ha perso il timone per contattare la propria fonte. Inquesto senso possiamo parlare di un film autenticamente religioso nel senso etimologico della parola.

Raccordi paradossali, immagini laconiche, vuote, a volte noiose, gesti ed espressioni che incarnano un’ambiguità che ci appartiene così intimamente da metere scompiglio, scardinare il nostro sentire abituale, rimandandoci sempre e comunque a qualcos’altro…

Una proiezione quindi che cattura proiezioni, un film “experience” durante il quale veniamo interrogati su cose alle quali non sappiamo dare risposte. Nulla viene mai affermato né negato. Le domande incalzano, esigono risposte, ci costringono a guardare il cielo stellato con lo stesso stupore di un bambino, con la stessa genuina meraviglia e a porci le stesse domande … ma noi non siamo più bambini…

2001, Odissea nello spazio incarna così il sogno di Kubrick del “cinema assoluto” attraverso il quale, lungo i sentieri di un linguaggio che si riduce al nulla del simbolo puro, veniamo trasportati, spinti a vivere fino all’estremo come se fossimo pazzi, un’esperienza non verbale e universale: l’incontro con il “non io”, il “totalmente altro”, che va molto al di là del riconoscimento di se stessi dinanzi a uno specchio.

E’ da questa esperienza di incontro con il “totalmente altro” che nasce una nunova coscienza di sé e per la priam volta l’instancabile monologo dinanzi agli infiniti specchi della nostra esistenza cede il posto a un autentico “dialogo” e una voce-parola, rompendo il silenzio, si alza verso il cielo in una preghiera.

Palcoscenico di questa moderna Odissea, quello spazio interstellare che un tempo era dimora degli dèi e da dove i pianeti ancora oggi dall’alto dei cieli proclamano il nostro destino. Ma di quale destino ci parla Kubrick?…

Nel cristianesimo come in altre religioni si intende la liberazione dalla prigione dell’ego come grazia di Dio. Fra le diversità di vedute e discussioni rispetto a come l’uomo possa prepararsi, disporsi, aprirsi o sintonizzarsi con questa grazia, alcuni ritengono che sia merito della persona che agisce, altri credono che sia lo spirito di Dio che l’ha motivata a cercare, lottare, pregare.

Kubrick ripropone questo paradosso insolubile tra lo sforzo personale e la grazia di Dio che ci ricorda alcune riflessioni di Jung e che Paolo esprime con le seguenti parole nella Lettera ai Filippesi: “Lavorate per la vostra salvezza con timore e tremore perché è Dio che, secondo il suo benevolo arbitrio, realizza in voi il volere e il fare” (Fl 2.12 sgg.).

Dave ha gli occhi ben aperti, spalancati, la pupilla pulsante, viva. Qualcosa che non è più mondo, qualcosa fatta della stessa sostanza dei sogni sta lì dinanzi a lui, in tutta la sua schiacciante superiorità… Luci strabilianti, esplosioni di colori, sinistre e inquietanti forme, Dave, come un moderno Amleto spaziale, oltrepassa la soglia, varca i confini di quelle regioni proibite che ci conducono lontano dal grembo della ragione. Secondo quanto sentenzia il personaggio shakespeariano, da questi territori maledetti non si fa ritorno.

L’astronave finalmente “atterra” in un luogo stranamente familiare: una stanza stle Régence, fin troppo conosciuto, un luogo “di ritorno”, come il grembo materno. E’ in questo tempio che verrà rappresentato un dramam di morte.

C’è qualcosa nell’aria, un freddo sepolcrale che penetra fino al midollo delle ossa. Mi ricorda un “Limbo”, quei 49 giorni di attesa nell’esistenza intermedia, in quello spazio gremito di uteri di cui parla il Bardo Thodol. Ma dove sono le terrificanti apparizioni, le nere serpi, i tridenti, le teste appena mozzate? La luce della verità o ancor auna volt ail teschio ricolmo di sangue?…

Così puntato verso l’alto, il Monolito con la sua solenne presenza suggella un nuovo patto tra le cose del cielo e quelle della terra e scioglie l’eterna tensione. Un patto che ripropone l’essere umano come veicolo fondamentale del significato di un universo che si svela. E’ attraverso gli occhis paventati di Dave che un mondo intero, specchiandosi, esprime il suo più profondo Essere…

Il feto astrale che risplende luminoso in grembo al cosmo, figlio dell’infinito e della prigionia, è una promessa di Kubrick che va al di là del terrore e scommette sulla vita. Una vita che affonda le sue radici nel più profondo Nulla e nel suo moto perpetuo, nel suo eterno divenire, rinasce ancora una volta.

Condividi:
L'autore
Virginia Salles
Virginia Salles