Recensione al libro di Nicastro M., Pensieri psicoanalitici

Con il suo “zibaldone clinico”, saggio aforistico a metà strada tra riflessione teorica e diario di bordo, vibrante testimonianza di un’esperienza professionale vissuta con intensità e passione, Marco Nicastro si propone di risvegliare il lettore da “una sonnacchiosa indifferenza” per la psicoanalisi, senza perciò provocare un atteggiamento “formicolante”(p. 11). L’obiettivo, centrato con semplicità ed efficacia, è infatti piuttosto quello di suscitare un interesse dinamico, fecondo, in grado di stimolare il pensiero ad uscire da tutti i binari per immergersi nel vivo dell’avventura psicoanalitica. Anzi, delle avventure psicoanalitiche, rigorosamente al plurale, perché i sentieri della psiche sono tanti,molteplici, infiniti, e chi li esplora per professione e per vocazione non smette mai di stupirsi di come possano ramificarsi, cambiare direzione, invertire la rotta, aprirsi vie del tutto impreviste ed imprevedibili. Questo stupore, nel libro, si trasforma in materia di riflessione.

Aiuta l’impegno teorico dell’autore la sua adesione ai presupposti della clinica, adesione peraltro raffinata da un orientamento psicoanalitico che attinge in modo libero e competente alla lectio magistralis di Freud e di Jung. Così, mentre in nome di una clinica che non vuol rinunciare ad esser tale, “il nevrotico”, “il narcisista”, “l’ossessivo”, ”l’anoressica” e “la bulimica” vengono assunti senza troppa problematicità come schemi di classificazione indispensabili per l’inquadramento della personalità, il senso della cura viene riposto altrove, al riparo da pericolose tendenze autarchiche del terapeuta, che troppo facilmente può illudersi di “analizzare oggettivamente le dinamiche transferali e le difese del paziente” (p. 19). Nel temenos del setting, infatti, la verità parla alla prima persona plurale: va scoperta e ricostruita in due.

Al duale lo psicoterapeuta deve ritemperare tutti gli strumenti che gli sono stati consegnati dalla tradizione. A partire dallo strumento principe, l’interpretazione, che trova il suo spazio proprio di realizzaizione ben al di là della tecnica applicata, nell’immersione empatica nel vissuto del paziente, nella condivisione, in uno scambio trasformativo che coinvolge attivamente entrambe le parti e che viene innescato e costantemente alimentato dall’alleanza terapeutica. Ne risulta un’attenzione particolare e continuamente ricorrente sull’atteggiamento affettivo, relazionale esistenziale del terapeuta, che, in posizione asimmetrica ma speculare rispetto al paziente, viene posto al centro del processo di cura. Qui risiede, a mio parere, uno degli aspetti di maggiore audacia ed originalità dei Pensieri : mettendo in guardia i professionisti della psiche dalle cadute narcisistiche e megalomani, l’autore esorta, se stesso in primis, a prendere atto delle proprie lacune, delle proprie fragilità, e perfino della depressione, delle frustrazioni e del senso d’impotenza che inevitabilmente lo accompagnano nell’esercizio della professione. Esortazione in cui sembra risuonare l’invito a tramutarsi da professionisti talvolta troppo sicuri delle proprie tecniche, in artigiani che si affidano alla forza creativa del proprio corpo e della propria mente, una forza paradossalmente attinta dall’angoscia della propria debolezza.

L’autenticità della persona, scopriamo infatti sin dalle prime pagine del libro, si regge in precario equilibrio tra l’Es e l’Io, o, più precisamente, sul cammino in progressione del “depotenziamento dell’Io” a favore di “un’angoscia potenzialmente creativa”(p.20). Come non pensare ai timori e tremori di Kierkegaard, al tormento e all’estasi di Michelangelo, alle angosciose depressioni di Freud, alle visioni apocalittiche di Jung, alle inquietanti allucinazioni di Sartre? Quale grande opera non è stata concepita dal seme tormentoso dell’angoscia di essere vivi e di dover morire? E’ a quest’angoscia che lo psicoterapeuta deve educare e deve educarsi, imparando a sostare nell’abissale profondità del qui ed ora, senza appiattirla con schemi mentali rigidi o eccessi di difese che paralizzano la piena espressione di sé (p. 24).

Ma l’apertura all’imprevedibilità dell’attimo è anche l’arma segreta di chi da professionista si è trasformato in artigiano della psiche, magari seguendo i suggerimenti di Bion. Costui ha il coraggio di affrontare ogni seduta come se fosse la prima (p. 24), perché in questo modo lascia al paziente la libertà di condurre il percorso, facendosi invece per suo conto portatore di quella capacità negativa che la psicologia bioniana ha ereditato dal romanticismo inglese, ed in particolare dal poeta William Wordsworth. Di qui la necessità, per chi lavora con artigianale pazienza ed umiltà, di fare i conti con Freud, e i ritocchi apportati alla sua concezione della relazione terapeutica.

E il dialogo con Freud prosegue in forma carsica anche nella seconda sezione dei Pensieri, “Considerazioni soggettive su teoria e prassi”, in cui Nicastro mette a nudo la propria anima di psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico, confessando tutti i dubbi e le incertezze di un mestiere che richiede rigore e scientificità ma che, per la sua abissale profondità, rifiuta ogni chiusura teorica. Anche qui, in sintonia con la posizione epistemologica dell’autore, gli argomenti non seguono una traiettoria preordinata e non vogliono servire alcun intento sistematico, ma sembrano piuttosto rincorrere la traccia di una pressante esigenza meditativa. Si spazia dal ricorso alla farmacologia all’empatia, dalle considerazioni di durata del percorso psicoterapeutico alla riflessione sul setting, dalla sessualità femminile ai risvolti più delicati della crescita adolescenziale. Un tema già presente nella prima parte e su cui risuona particolarmente l’accento è quello della creatività dello psicoterapeuta, al quale viene attribuito un ruolo centrale, almeno pari a quello della formazione personale e professionale. Dal momento che la complessità della psiche e dei suoi percorsi mette fuori gioco ogni pretesa di completa oggettivazione, resta solo la forza creativa per supplire alla carenza strutturale delle teorie. Ma non è poco.

Da un’interpretazione creativa e personale del luogo della cura, l’autore trae anche importanti spunti critici ed autocritici, che premono in direzione di un ridimensionamento delle pretese del terapeuta, che anziché puntare a una verità stabile, dovrebbe piuttosto imparare a lasciarsi sorprendere dal paziente (p. 80), e da questa sorpresa imparare a imparare. Trapela inoltre un certo scetticismo quanto alla possibilità di poter trasmettere un sapere psicoanalitico che sembrerebbe invece poter essere conquistato soltanto al prezzo di una forte motivazione personale e di un investimento in prima persona di energie intellettuali, creative e relazionali.

L’ultima sezione del libro, “Adagi psicoanalitici, vagheggiamenti e giochi di parole” ha un andamento decisamente aforistico. La brevità è compensata dall’intensità: ogni paragrafo meriterebbe un’attenta riflessione, tanto più che ha un accento dialogico e poco o nulla assertivo. L’autore resta comunque fedele ai temi di fondo già al cuore delle prime due sezioni: valore della creatività, centralità della relazione, insufficienza della tecnica, declinazione soggettiva e soggettivante dell’interpretazione, capacità negative del terapeuta, esigenza di limitare il tempo del percorso terapeutico, specificità del rapporto con gli adolescenti.

In conclusione, un libro che invita a pensare, e che ha il merito di farlo con impegnata leggerezza.

Condividi:
L'autore
Luisa De Paula
Luisa De Paula