Rassegna bibliografica – I silenzi e la psicoanalisi

Rassegna bibliografica a cura del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, coordinata da Giorgio Antonelli, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 43, Napoli, Liguori, 1998

La rassegna prende in considerazione i contributi pubblicati su “silenzio e psicoanalisi” a partire da Freud.

Ferenczi è stato il primo degli psicoanalisti a pensare il silenzio nella sua singolarità, il primo a offrigli un breve tributo. Lo ha fatto in un lavoro del 1916, a partire dalla concezione intrattenuta da Freud circa l’esistenza di precisi rapporti tra erotismo anale e linguaggio. Sarebbe stato comunque Ferenczi il primo psicoanalista ad aver posto in relazione il silenzio con l’erotismo anale.

Il silenzio è d’oro, così suona la frase pronunciata da un paziente ossessivo dello psicoanalista ungherese. Solitamente laconico il paziente si mostra particolarmente loquace. A Ferenczi che glielo fa notare, il paziente ci scherza su dicendo appunto che, dopo tutto, “il silenzio è d’oro”. Prendendo spunto da questa sua idea, Ferenczi gli fa “rilevare l’identità simbolica dell’oro e delle feci” e aggiunge “che evidentemente egli è solito lesinare le parole così come lesina l’oro e le feci, e solo in via eccezionale oggi si trova in uno stato d’animo di prodigalità”. Il silenzio è d’oro nella misura in cui “non parlare significa in se e per sé un risparmio”.

Per altri versi l’equazione stabilita da alcuni pazienti tra verbalizzazione e azione ha come conseguenza che la paura di agire inibisca la parola nel corso del trattamento analitico. Il fatto poi che Ferenczi abbia consigliato di rispondere al silenzio col silenzio è un riflesso dell’orientamento degli psicoanalisti del suo tempo unilateralmente centrati sul paziente. Tale (contro)misura tecnica era stata criticata anche da E. Glover nella sua “Tecnica della Psicoanalisi” pubblicata nel 1955.

Il primo scritto della psicoanalisi specificamente dedicato al silenzio risale al 1916. Dalla nascita della psicoanalisi, ovvero, dalle nascite della psicoanalisi sono dovuti passare molti anni prima di approdare al silenzio. Non basta ovviamente il breve scritto di Ferenczi a costruire una psicologia del silenzio. Non è comunque casuale che il contributo di Ferenczi sul silenzio acquisti in profondità a misura del (relativo) allontanarsi dello psicoanalista ungherese dall’alveo freudiano. Ciò appare del tutto evidente nelle annotazioni del 1930-32 e nel “Diario Clinico”.

Va comunque riconosciuto che il contributo di Ferenczi al silenzio si affina negli anni dell’ortodossia psicoanalitica. Il che è possibile constatare al meglio in uno breve contributo del 1915 dal titolo Anomalie psicogene del timbro della voce. In esso Ferenczi elabora la feconda nozione di “dialogo degli inconsci”, da lui riferita, nella circostanza, non tanto alla modalità della sana comunicazione silenziosa, quanto a una sorta di collusione, ovvero di invasione silenziosa dell’altro, di controllo silenzioso dei comportamenti dell’altro. Se, infatti, in via del tutto generale Ferenczi ritiene che s’instauri un dialogo degli inconsci quando “due persone si capiscono e si lasciano capire reciprocamente a fondo, senza che la coscienza di entrambi ne abbia sentore”, nel proprio contributo egli offre la declinazione umbratile di quanto appena asserito.

Si tratta del caso del ragazzo dalle due voci (voce di falsetto e voce di basso). La voce di basso era stata decodificata dalla madre come segnale d’una virilità incombente, che si stava risvegliando in modo pericoloso, nel modo cioè che annunciava un possibile legame incestuoso. A sua volta il figlio aveva chiaramente compreso il fastidio che derivava alla madre dall’udire al voce di basso e aveva interpretato le sue reazioni come improntate a un “divieto dei desideri incestuosi”.

Assoggettandosi a tale divieto egli era ritornato alla voce di falsetto e, contemporaneamente, aveva sviluppato sintomi ipocondriaci e disturbi della potenza. Per amore della madre, ovvero per ottemperare al desiderio della madre (per esserne a tutti gli effetti il fallo, coprirne la beanza), il ragazzo aveva conservato i propri tratti femminili. Con altra terminologia ferencziana, precorritrice di quello che sarà il doppio legame, si potrebbe qui parlare anche di “co-subordinazione reciproca”.

E’ soprattutto nel silenzio che il desiderio (dell’altro) trionfa su noi. Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso. Quello che gli psicologi pragmatisti avrebbero chiamato livello metacomunicativo, lo psicoanalista ungherese aveva già individuato sotto il nome di “dialogo rilassato”. Il silenzio è un dialogo rilassato, dunque. L’altro livello, linguistico, viene inteso da Ferenczi come “comunicazione attenta”.

L’iter analitico di Ferenczi coincide con una progressiva utilizzazione del dialogo rilassato e, con esso, del silenzio. A tale progressione corrisponde inoltre un allontanamento dalle posizioni freudiane.

Il discorso sul dialogo degli inconsci è in realtà molto più complesso di quanto non appaia da queste brevi note. Esso investe, infatti, la relazione analitica (come aveva ben compreso Rank, che fa riferimento alla nozione ferencziana ne “Il trauma della nascita”) e la sperimentazione condotta da Ferenczi nel campo della trasmissione del pensiero. I cui esiti si trovano soprattutto esplicitati nell’epistolario con Freud, nelle annotazioni del 1930-32 e nel “Diario Clinico”, con riferimento particolare alla paziente regina Elizabeth Severn (ivi indicata con la sigla R.N.).

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli