Psicoterapia cognitivo-interpersonale. Compendio al manuale di psicologia cognitivo-interpersonale

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 5, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2007 – Estratto

Le Scuole di Psicoterapia

La psicoterapia è l’arte della relazione, hanno scritto alcuni.

In maniera meno incisiva ma più dettagliata, possiamo dire che la psicoterapia è l’arte di una relazione terapeutica che ha come oggetto il disagio psichico. E che -attraverso l’uso del colloquio- pretende di curare quel disagio, o quantomeno: comprenderlo e contenerlo. Ma vi è in più un elemento peculiare della psicoterapia e inusuale per tutte le altre professioni di aiuto. La psicoterapia si sforza di interpretare e valorizzare il disagio come stimolo al reperimento e alla espressione creativa della proprie dimensioni buie. Il disagio indicherebbe le coordinate per riscrivere una rotta, fino a quel punto troppo unilateralmente direzionata.

Una ipotesi di lavoro suggestiva e difficile, che è possibile verificare solo all’interno di una salda relazione terapeutica.

Secondo un punto di vista strettamente relazionale, la nevrosi potrebbe essere riepilogata come una modalità sofferente di relazionarsi, indagata attraverso la relazione con un terapeuta, il quale la connette alle antiche, distorte relazioni con i caregivers, in particolare dell’infanzia, al fine di accompagnare il paziente alla elaborazione personale e consapevole di un nuovo stile di contatto con se stesso e con gli altri. Riprendendo l’epigramma d’apertura possiamo allora dire che l’arte della relazione, cioè la formulazione di legami vivificanti, è alla partenza (relazione terapeuta-paziente) e alla fine (relazione paziente-mondo) del processo terapeutico.

La nevrosi origina e si risolve nella scoperta della unicità del proprio esser-ci.

Ma se la psicoterapia è l’arte delle relazioni e la vera relazione è ciò che spezza i vecchi legami a favore di altri più dotati di senso: le scuole di psicoterapia che cosa sono? Quale è il loro ruolo nell’apprendimento di una relazione che sappia curare il disagio?

Le scuole di psicoterapia sono i cenacoli di una ‘scienza’ della relazione, che fatica ad essere accettata come tale. La psicoterapia infatti è una scienza sui generis in cui la dimensione soggettiva, per la maggior parte del tempo, predomina su quella oggettiva. Una scienza in cui l’individuo è al contempo il campo dell’indagine e il metro di misura della validità della terapia. Una scienza in cui la qualità dell’alleanza terapeutica fra il paziente e il suo analista –come hanno finemente documentato Safran e Muran – è considerata il fattore più efficace di risoluzione e di evoluzione dalla sofferenza.

Per l’indiscusso primato del gioco interpersonale, non credo fino in fondo nelle sigle che pretendono di classificare e di giudicare le psicoterapie unicamente in base a criteri ‘scolastici’ esterni. La realtà di una buona pratica è molto più eclettica e complessa della teoria a cui proclama di appartenere. E ancor meno mi affido acriticamente ai modelli e alle tecniche che le diverse scuole pongono come vie maestre per il superamento delle angosce che agitano le analisi.

L’opportunità (e l’efficacia) di un metodo dipende dal contesto in cui viene replicato e dagli attori che lo realizzano.

Spesso le etichette e il menù delle procedure che le scuole insegnano diventano le bandiere di una identità più agitata che reale. Un biglietto da visita più utile per la presentazione di un programma didattico distintivo che per qualificare una concreta differenza operativa.

Il paradosso è qui. La psicoterapia è un’arte della relazione giovane e leggera; le scuole di psicoterapia amano presentare la loro scienza in forma altisonante e storicamente documentata. Una compensazione che crea barriere dove non ce ne sono, illude gli studenti -affrancandoli dal coraggio della sperimentazione individuale- e frastorna gli utenti in cerca di aiuto e non di divise.

Bisogna essere sinceri. Le scuole di psicoterapia sono pleonastiche. Ridondanti. Eccedenti la loro reale necessità. Sia per il numero di anni di frequenza, che un prossimo intervento legislativo allungherà dagli attuali quattro a cinque anni di corso. Sia -soprattutto- per i tirocini ai quali gli allievi sono obbligati per un parco-ore di circa 200 incontri annuali. Tirocini, formalmente, che solo dal terzo anno di scuola possono essere esercitati dagli alunni in forma di psicoterapia, sotto la supervisione dei didatti. Tirocini infine vincolati dal divieto di stipulare convenzioni con le strutture private (come ad esempio il nostro Centro Studi) ma soprattutto asfissiati dalla desolazione del panorama sanitario pubblico. E ancor più condizionati dalla indisponibilità degli Enti più validi a collaborare con masse di alunni di non uniforme motivazione.

E ancora, le scuole di psicoterapie sono pleonastiche per i loro contenuti, che abilmente prolungati in vari corsi con obbligo di firma (a cadenza generalmente di tre giorni ogni tre settimane) potrebbero essere con maggiore efficacia circoscritti attraverso la presentazione di esempi clinici, analizzati alla luce del metodo e delle tecniche proposte. Lasciando alla pratica dello studente la necessità di approfondire tematiche che -esposte sui banchi- incidono e interessano molto meno di quello che potrebbero.

Le scuole di psicoterapia sono ridondanti infine perché al centro di un business ormai saturo, che diventa aggressivo e intraprendente per difendere la sua quota di mercato.

Ma le scuole di psicoterapia sono inevitabili per chi desideri esercitare la professione, perché previste da una legge dell’´89. E in fondo rappresentano dei cantieri aperti. Producono nella misura in cui ci si lavora.

Al di là del loro specifico contenuto formativo, le scuole di psicoterapia si dimostrano valide quando permettono allo specializzando di rielaborare il materiale didattico in uno stile personale. In riferimento ai principi della scuola, lo studente deve avere lo spazio per sperimentare una sana originalità d’intervento. Il nucleo -a nostro giudizio- del sapere psicoterapeutico è nella specificità di ogni incontro clinico; nella cultura e nella sensibilità per l’eccezione; nel gusto saporito per la ricerca del particolare inedito, che imprime un sigillo nuovo e più vivo all’indirizzo teorico della propria corrente.

Insomma l’interesse della didattica dovrebbe rivolgersi meno alla affermazione di identità dell’Istituto e più all‘equazione personale’ dell’aspirante stregone. O –in un lessico cognitivista post-razionalista-: deve rivolgersi alla consapevolezza e all’aumento di flessibilità della organizzazione di significato che guida e ispira l’azione del terapeuta.

Da questa angolatura (soltanto) la sfida delle scuole di psicoterapia è avvincente. Promuovere in ogni nuovo psicoterapeuta l’impegno a risolvere il dilemma di una professione (irriducibilmente) divisa fra arte e scienza, intuito e regola, prassi e teoria.

Abstract

Questo contributo è un compendio al manuale (in press) della scuola di psicoterapia cognitivo-interpersonale. In genere il panorama didattico appare pleonastico, ridondante ed eccessivo: sia in riferimento alla varietà dei modelli proposti, sia agli anni di corso, sia ai programmi, sia in riferimento all’obbligatorietà dei tirocini. Il paradosso è qui. Mentre la psicoterapia è una arte della relazione giovane e debole; le scuole di psicoterapia amano presentare la loro dottrina sotto forma di scienza robusta e storicamente radicata. Una compensazione che crea barriere dove non ce ne sono, illude gli studenti -affrancandoli dal coraggio della sperimentazione individuale- e frastorna gli utenti in cerca di aiuto e non di divise. Così come ogni insegnamento che riguarda la condotta dell’individuo, le scuole di psicoterapia – al di là del loro valore formativo – possono tuttavia essere valutate dalla possibilità che offrono al singolo specializzando di rielaborare il materiale didattico in uno stile proprio. Quello che alcuni chiamano l’equazione personale del terapeuta. L’autentico, profondo nucleo del sapere psicoterapeutico risiede nella specificità di ogni incontro clinico; nella cultura e nella sensibilità per l’eccezione; nel gusto saporito per la ricerca del particolare inedito, che imprime un sigillo nuovo e più vivo all’indirizzo teorico della propria corrente. Nel tentativo di coniugare scienza e arte si può dire che gli avvenimenti della vita presente, la biografia significativa e lo stile di personalità del paziente sono i tre ambiti di ricerca che ogni scuola – in diversa misura – dovrebbe stimolare ad indagare, per rendere il paziente più consapevole dei suoi limiti e più libero e attivo nei confronti delle proprie zone d’ombra. La psicologia cognitiva-interpersonale (PCI) cerca di raccogliere queste tre istanze di ricerca clinica, provenienti dalla analisi psicodinamica, da quella sistemica–relazionale e da quella cognitivista. In particolare fra i tre contributi della PCI – attaccamento di Bowlby, SASB di Benjamin e psicologia cognitiva post-razionalista di Guidano (1944-1999) – probabilmente questo ultimo, italiano, costituisce all’interno della scuola l’insegnamento più fertile e più utilizzato.

Condividi:
L'autore
Antonio Dorella
Antonio Dorella