Pazzi per il cinema – Follia, psichiatria, psicologia e psicoterapia nel cinema italiano

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 51, Roma, Di Renzo Editore, 2002 – Estratto

La primissima esperienza cinematografica del padre indiscusso della psicoanalisi Sigmund Freud avviene in Italia. In una lettera da Roma datata 22 settembre 1907, egli comunica alla famiglia questa sua avventura:

Miei cari,

in piazza Colonna, di fronte alla quale risiedo, come sapete, migliaia di persone confluiscono ogni notte. L’aria della sera è veramente deliziosa: il vento di Roma gode di fama meri-tata. Di fronte alla colonna c’è una banda militare che suona ogni notte, e sul tetto di una casa, sul lato opposta della piazza c’è uno schermo su cui la Società italiana [si tratta della Cines] proietta immagini di lanterna magica (fotoreclami). Si tratta di pubblicità, ma per ingannare il pubblico le lastre alternano anche immagini di paesaggi, negri del Congo, ar-rampicate sui ghiacciai e così via. Ma dal momento che questo non è sufficiente, la noia è interrotta da brevi scenette cinematografiche per amore delle quali i vecchi bambini (incluso vostro padre) sopportano con pazienza la pubblicità e le monotone fotografie. Tutti sono colpiti da queste leccornie, ma in ogni caso io sono spinto a vedermele molte e molte volte.

Quando è il momento di andarmene, scopro una certa tensione nella folla, che mi fa guardare di nuovo e rimanere nella speranza di vedere un nuovo spettacolo. Fino alle nove di sera, in genere, rimango completamente ammaliato; poi comincio a sentirmi troppo solo in mezzo alla folla, così me ne torno nella stanza per scrivere a tutti voi dopo aver ordinato una bottiglia di acqua fresca”. (citato da Gian Piero Brunetta, Buio in sala, Marsilio, 1989, Venezia)

E fu soltanto un anno dopo in America che Freud, insieme a Jung e a Ferenczi, prima di iniziare il ciclo di conferenze che rappresentava la ragione del viaggio, tornò al cinema per vedere un film di caccia grossa. (come ricordano Simona Argentieri e Alvise Sapori in Freud va a Hollywood, Nuova ERI ed. RAI, 1988, Torino).

Se Freud va a Hollywood, Jung si aggira a Cinecittà. Il merito è di Carlo Lizzani che nel 1991 racconta nel film “Cattiva” la storia di una avvenente e ricca signora svizzera affetta da una presunta schizofrenia insorta dopo la morte della figlioletta.

La pellicola è quasi interamente girata in una ricostruzione del Burgholzi, la clinica dove la-vora il giovane Jung. Questi, alla luce dei suoi studi ancora ispirati al maestro viennese, riesce a guarirla liberandola dall’ossessione del senso di colpa ingiustificato instauratosi con la tragedia. L’episodio è ispirato da un racconto contenuto nella autobiografia di Jung Ricordi, sogni, e riflessioni (Rizzoli, Milano, 1978). Lizzani non solo è il primo regista italiano che si occupa di Jung, ma annovera altre frequentazioni psicoanalitiche. Nel 1983 aveva già firmato l’interessante “La casa del tappeto giallo” tratto da una commedia di Aldo Selleri. La scelta di Giuliana De Sio nel ruolo di una borghese zurighese, è decisamente felice in Cattiva così come lo è quella di Vittorio Mezzo-giorno nel ruolo del marito di “La casa del tappeto giallo” (’83) che, per guarire la moglie dagli incubi notturni, ricorre a una coppia di veri psichiatri-attori per imbastire uno psicodramma. Ma nonostan-te le buone intenzioni del protagonista e la bravura dei “professionisti” il dramma esiterà in tragedia.

Da notare che in entrambi i film sono presenti sia Erland Josephson, attore prediletto da Bergman, sia Milena Vukotic, sempre perfetta in caratterizzazioni psicodrammatiche. E ancora: la sceneggiatura di Cattiva è stata scritta da Francesca Archibugi che ci regalerà solo due anni dopo l’intenso Il grande cocomero (’93) ispirato a esperienze vere del neuropsichiatra infantile Marco Lombardo Radice, precocemente scomparso. Film quest’ultimo che affronta l’universo infantile con la giusta dose di coraggio e utopia e, pur nelle incertezze dei risultati, consente al medico di operare con passione lodevole e ce lo mostra in tutti i suoi limiti umani.

L’esordio della giovanissima Archibugi, a soli 27 anni, è con una vera perla cinematografica “Mignon è partita” (’88): una storia di educazione sentimentale. Torna nel 1998 alla psicologia adolescenziale con “L’albero delle pere”, dove un quindicenne, Siddharta Pelosi si ingegna, nella assenza e noncuranza più totale degli adulti, per aiutare la sorellastra Domitilla feritasi con un ago di siringa utilizzata dalla comune madre tossicodipendente.

Facendo un balzo indietro nel mondo della cinematografia psicoanalitica italiana troviamo, nel 1968, il medico regista e poeta Nelo Risi che realizza, dal libro di Marguerite Andrée Sechehaye, Diario di una schizofrenica, film che è stato meritevole, all’epoca, di segnalazioni internazionali. Così scrive Morandini di questa pellicola “È uno dei rari film di contenuto psicanalitico corretti, accettabili ed emozionanti”. Forse perché si è giovato della consulenza di un grande psicoanalista italiano, Franco Fornari (allievo di Musatti) e della collaborazione di un sensibile e acuto sceneggiatore, e regista a sua volta, Fabio Carpi.

Sicuramente è Fabio Carpi il regista che meglio si è preoccupato di trasferire sullo schermo aspetti della psicoanalisi italiana freudiana sia dal punto di vista della documentazione che da quello della rappresentazione cinematografica. Per incarico dell’Istituto Luce cura nel 1985 Cesare Musat-ti matematico veneziano, sessanta minuti di intervista al più vecchio e famoso psicoanalista italiano. Sulla scorta di una esperienza come questa e forte della sua preparazione psicoanalitica realizzerà nel 1988 Barbablù, Barbablù, film che si avvale dell’interpretazione di grandi attori come John Gielgud (nel ruolo dell’anziano psicoanalista) e Susannah York. Sentendosi prossimo alla fine un luminare della psicoanalisi chiama a raccolta nella sua magione sul lago di Como i più stretti familiari, l’allievo prediletto e finanche una troupe televisiva. Nessun dubbio che si tratti di un’opera ispirata a Musatti la cui frequentazione ha consentito all’autore di descrivere, con tocco magistrale, splendori e miserie di un grande vecchio che per tutta la vita ha interpretato sogni e confortato anime dimenticandosi ogni tanto di se stesso e dei suoi cari. Da una forte miscela di tematiche che comprende rapporti con i figli e relazioni con le mogli, rampogne con gli allievi e narcisismo dilagante, vita professionale e privata, emerge un ritratto poliedrico di un uomo difficile e speciale. Mi sembra quasi un film per addetti ai lavori, non tanto per il valore innegabile della pellicola, ma per la impossibilità di completo godimento da parte del comune spettatore laddove invece chi è del ra-mo riesce a cogliere le sfumature più nascoste.

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L'autore
Amedeo Caruso