Mitoletteratura dell’oggetto di valore

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 7, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

È questa, in fondo, la pretesa del denaro, la cui indifferenza è indifferenza nei confronti degli oggetti e, nello stesso tempo, loro totalizzante abbraccio. Una pretesa che è della stessa sostanza del divino. Equazione, questa, presente, tra gli altri, in Simmel, che parla del denaro come della massima astrazione cui sia giunta la ragione pratica (analoga della massima astrazione, Dio, cui sia giunta la fede), in Marx che chiama il denaro Dio reale, in Shakespeare che, approvato da Marx, parla del denaro come di un Dio visibile. Nell’ottica della mitoletteratura dell’oggetto di valore quella del denaro è la pretesa di cogliere l’integrale défilé del significante, di abbracciare l’integrale traiettoria dell’oggetto prezioso, di non soffrirne mai le evanescenze. La pretesa di non mancare mai la presa su quel maledetto sistema che non sappiamo encore, noi umani, in quanto iocratici e dunque bisognosi di erigere confini, cosa sia, perché sia lì e dove voglia portarci.

Abstract

In questo articolo si fa discorso di anima, d’immagine, di significante e di oggetto di valore. Prima del denaro c’è il valore e un oggetto che lo significa disegnando una traiettoria. L’anima, come sosteneva Senocrate, è numero che si muove da solo e le immagini sono i suoi significanti. Gli oggetti di valore sono rivisitati nella duplice, correlata, specie della mitologia e della letteratura. Protagonisti di queste pagine diventano tripodi e anelli, collane e mele d’oro, scudi e veli, palladi e fazzoletti ricamati, croce e angeli, giardini e castelli incantati, boschi e città di potere, Graal e avorio, Helena e Omero, Enea e Virgilio, Pulci e Boiardo, Gerusalemme e Tasso, Othello e Shakespeare, Léandre e Rotrou, Kurtz e Conrad. Gli oggetti significano il valore in virtù di un inarrestabile tracciare traiettorie delle quali non si dà un soggetto reale. Dal canto loro le traiettorie si snodano, per lo più inosservate, irriconosciute, e appunto per questo ancor più seminatrici di effetti, tra una supposta origine che non necessariamente ci precede, e una supposta morte che non necessariamente implica una fine. Una metafora eccellente, questa, del fare analisi, un modo di illuminare quanto accade nel setting analitico: un défilé di numeri che si muovono da soli.

Condividi:
L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli