Mito e psicoterapia. Borderline e visione del mondo

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 8, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2009 – Estratto

Nel racconto mitico possiamo cogliere alcune metafore ed immagini che appartengono alla visione del disturbo borderline di personalità, che si colloca non più solo ai confini tra la nevrosi e la psicosi, ma come un terzo campo con una sua dignità e specificità psichica oltre che psicopatologica.

Nel racconto il tema dell’abbandono, della separazione/unione ed in fondo della rabbia accanto all’amore, sono aspetti che costellano la vita e la visione del mondo del borderline. Su questo sfondo mitico, il mio commentare parla dall’esperienza clinica e degli approfondimenti epistemologici della psicologia analitica, poiché se è vero che per “la nevrosi è in relazione al disagio del tempo” , allora la presenza crescente di tale disturbo potrebbe rappresentare il significato del nostro tempo storico. Capire, comprendere e curare comporta una attenzione anche dell’Anima mundi sempre più al confine tra mondi diversi e non più con una precisa e chiara collocazione di identità.

Per questo la cura dell’Anima e delle distorte relazioni col reale di cui soffrono i pazienti, presuppone un cambiamento di rotta della visione della psicoanalisi che tende ad affiancare ad un lavoro interiore anche una attenzione alla rete sociale sul territorio, soprattutto con i pazienti istituzionalizzati.

L’invalidità di Efesto, colui che è claudicante, riporta al rapporto con la terra, la solidità e la stabilità, quella piattaforma sicura, compatta e unita a cui ci richiama l’archetipo della Madre nelle sue funzioni di sostegno, nutrimento ed amore.

Nella storia clinica del borderline, un trauma forse reale, rimosso ma fortemente fantasticato ed investito narcisisticamente, è avvenuto: il nodo d’amore si è sciolto, non ha retto all’impatto con gli eventi personali ed archetipici. Pertanto si è creata una breccia, un varco nella personalità innestando il passaggio verso una condizione in cui il primitivo e l’arcaico hanno aperto le porte delle zone oscure e della distorsione tra fantasia e realtà, della sofferenza impotente con la nascita di un “amore liquido” .

La menomazione fisica di Efesto è anche una vulnerabilità psichica, perché qui la manifestazione del corporeo e del mentale viene vista in una dinamica psicosomatica di unione degli opposti; non la completa assenza del contatto con la terra, ma una presenza a metà, determinando nel borderline scissione tra lo spirito e la materia, il reale ed il fantastico, dando spazio e consistenza a quella area intermedia che a che fare con il concetto di”corpo sottile” . Questo campo interattivo contiene la sfumature dello psichico e del fisico, qui vengono vissute esperienze liminali, ovvero archetipiche vere e proprie iniziazioni all’esperienza fenomenica del numinoso e dello straordinario.

La vulnerabilità del dio Efesto sul piano delle relazione umane è compensata inoltre, a mio avviso, dalla sua permanenza nella fucina sotto la montagna dell’Etna, vero e proprio luogo sacro e spirituale dove il rapporto col fuoco diventa centrale nella costruzione delle armi e degli oggetti di bellezza, ovvero l’unione di Ares con Afrodite.

Nella dimensione del borderline la vulnerabiltà relazionale, l’essere zoppicante nei rapporti umani, vivere l’esperienza della separazione, l’abbandono e la ferita dell’amore primario, coesistono accanto ad una altra dimensione fatta di creatività, di arte, di oggetti che possono essere deputati alla guerra e alla distruzione, come avviene nel lavoro di Efesto.

Uno dei punti focali della visione del mondo del borderline è proprio la scissione tra gli opposti che vengono estremizzati quasi che il soggetto è come se vivesse e sperimentasse una condizione di aggressività derivante dalla sua incapacità a relazionarsi, avendo il terrore panico nella sua totale apertura di autenticità verso l’altro. Tutto ciò accompagnato dal timore di rivivere il trauma originario impregnato di fantasie arcaiche e mutilanti, espressione di un Sé che è rimasto incapsulato in un processo psicotico.

Nel racconto di Omero assistiamo ad un altro aspetto importante che può essere utile per il nostro lavoro che all’inizio potrebbe lasciarci alquanto perplessi e meravigliati: Afrodite, la dea della bellezza e della sensualità è moglie del dio Efesto, sicuramente non bello e rinchiuso sotto la montagna. Cosa fà la bellezza sull’Etna e come vive tale esperienza Efesto il claudicante?

Forse sono domande che richiedono un pensiero analogico e simbolico dal momento che il compito di uno che fa “un mestiere difficile” così come disse un paziente borderline sulla porta della stanza analitica al termine di una seduta durata solo un breve tempo, è quello di potere usare le capacità immaginativa ed artistica per sondare terreni inesplorati e aggirarsi tra spazi sconosciuti e privi della coerenza dell’Io.

Come Efesto, il paziente borderline vive un’esperienza inflattiva rispetto alla dimensione dell’amore, vero nodo cruciale di tale condizione, archetipo dell’unione…

Abstract

L’autore in tale lavoro focalizza l’attenzione sull’importanza dell’arte e dell’attività immaginativa come strategia terapeutica, all’interno della cura e della comprensione del disturbo borderline di personalità. La conoscenza del pensiero artistico e mitico apre le porte alla dimensione archetipica, il cui studio risulta necessario per il terapeuta all’interno del pensiero junghiano, accanto alla storia personale e agli eventi più o meno traumatici, per avere una visione completa di tale disagio che investe non solo il singolo individuo ma anche il sociale. In particolare l’utilizzo del mito e delle varie strategie artistiche, rappresenta un valido contenitore in cui si ritrovano emozioni e immagini a forte tonalità affettiva che il borderline si trova a vivere nella sua esistenza e spesso nei suoi agiti, senza possedere quella consapevolezza riflessiva così importante nella cura psicoterapica. La conoscenza del mito con la trama delle sue storie si pone pertanto, accanto ad altre modalità in sintonia con il mondo dell’arte, come uno specchio in cui il terapeuta e il paziente possono ritrovare percorsi unici ed individuali lungo la strada del processo individuativo. La conoscenza del mito si pone altresì come crogiuolo alchemico dal quale attingere intuizioni anche per la cura e la conoscenza dell’Anima mundi, in un periodo storico attuale in cui i confini sono sempre più dilatati e permeabili. Gli strumenti legati al mondo dell’arte rappresentano pertanto delle chiavi per poter penetrare nel mondo del borderline, aggirando le rigide difese messe in atto per allontanarsi dalla realtà psichica Interna ed esplorare le aree di vulnerabilità patologica.

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L'autore
Ferdinando Testa
Ferdinando Testa