L’immagine di Jung negli epistolari freudiani

L’immagine di Jung negli epistolari freudiani, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 36, Napoli, Liguori, 1994 – Estratto

Nella lettera successiva, inviata il 25/5/1914, Jones si interroga su un’altra frase di Freud relativa stavolta alla tecnica di Jung e alla sua assimilazione ai metodi terapeutici di Paul Dubois. Dubois, che insegnava neuropatologia a Berna, trattava le nevrosi col metodo della persuasione e, più specificamente, della esortazione morale.

Ferenczi aveva già stigmatizzato la “terapia moralizzatrice” di Dubois in una sua conferenza tenuta nel 1909 alla Società reale di medicina di Budapest, e in occasione del suo intervento al congresso dell’Associazione psicoanalitica internazionale svoltosi a Monaco (1913) aveva affermato che “il metodo razionale e moralizzatore di Dubois si esclude da sé come il più inutilizzabile di tutti”.

A ulteriore chiosa dell’assunto di Freud, Jones si chiede se l’avvicinamento di Jung a Dubois (Freud aveva scritto di una deviazione attraverso Vienna che aveva portato gli zurighesi alla vicina Berna) non possa significare l’ulteriore passaggio (“l’ultimo passo” lo chiama Jones) di Jung a un atteggiamento conciliante nei confronti dei suoi pazienti (l’aggettivo impiegato da Jones è “kind”).

La degradazione della tecnica di Jung a tecnica suggestiva significa la definitiva uscita di Jung dal solco della psicoanalisi. E’ comunque interessante rilevare la compresenza, negli spunti offertici da Freud e Jones, d’uno Jung spietato nelle relazioni sociali, ma “generoso” nella relazione analitica. Una giustapposizione forse solo apparente, dal momento che vi si possono scorgere le tracce d’una relazione compensatoria che certo varrebbe la pena di indagare più a fondo.

Un aspetto fondante di questa generosità di Jung nei confronti dei propri pazienti potrebbe essere letto tra le righe della già citata lettera inviata da Ferenczi a Freud il 26/12/1912. In essa Ferenczi critica l’insolenza del comportamento di Jung, il quale non solo, come abbiamo visto, aveva rinfacciato a Freud il fatto di non essere stato analizzato e, dunque, di essere rimasto un nevrotico, ma anche il truc, così lo chiama, di trattare i suoi discepoli come altrettanti pazienti.

E’ comunque stato Jung, osserva Ferenczi, “a pretendere la comunità analitica dei discepoli e che questi venissero trattati come pazienti.” Ora che è lui a essere in causa, però, il trattamento non appare più di suo gradimento. Ferenczi crede dal canto suo nella comunità analitica, ma non nell’analisi reciproca.

Quest’ultima viene giudicata “priva di senso, oltre che impossibile”. Ciascun analista (Jung compreso) “deve essere capace di sopportare che venga esercitata su di lui un’autorità dalla quale accettare le correzioni analitiche'”.

Jung, come sappiamo, intendeva la comunità analitica come inclusiva di Freud. Ferenczi dichiara qui di intenderla come non inclusiva di Freud. Ho buoni motivi per ritenere che lo psicoanalista ungherese stia evitando di dire tutta la verità. E’ un fatto che la critica di Jung al Freud non analizzato sarà protagonista del “Diario Clinico” redatto da Ferenczi nel 1932.

Nell’occasione Ferenczi si mostrerà molto più duro di Jung nei confronti di Freud. E’ anche un fatto che Ferenczi lamenterà la penuria di confessioni analitiche da parte di Freud e gli proporrà persino di analizzarlo. Ma non è questo il punto che qui mi interessa. Il punto è che l’espressione “analisi reciproca” può essere intesa in un’accezione che Freud e Ferenczi a quel tempo non potevano contemplare.

Freud, come abbiamo visto, sospetta che la signorina Moltzer abbia analizzato Jung e comunica il suo sospetto a Ferenczi e Jones. D’altro canto a noi risulta che sia stato Jung ad analizzare la signorina Moltzer. Ora, da un punto di vista strettamente psicoanalitico, l’un movimento esclude l’altro. Ciò non impedisce però l’affiorare di inquietanti interrogativi: e se Jung si fosse fatto analizzare da una sua analizzata? O se avesse analizzato la sua analista? Se si trattasse qui, insomma, di analisi reciproca?

Ferenczi arriva a praticare l’analisi reciproca soltanto negli ultimi anni della sua vita, quando è ormai pressoché ostracizzato dal movimento psicoanalitico. L’ipotesi indimostrabile, stando ai documenti in nostro possesso, d’uno Jung che pratica l’analisi reciproca mi sembra comunque affascinante anche in considerazione degli estremi sviluppi impressi da Ferenczi alla tecnica psicoanalitica. A ridosso delle esperienze riferite dallo psicoanalista ungherese nel suo Diario Clinico sembrerebbe delinearsi l’ombra lunga e lontana dell’influenza di Jung. Un’ipotesi, anche questa, difficilmente dimostrabile.

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli