L’abbandono attivo tra ossimoro ed aporia

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, n. 17 “Abbandoni”, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2013 – Estratto

Qualche nota introduttiva

L’espressione abbandono attivo presenta una ambiguità. Il primo termine – abbandono – evoca primariamente il lasciare e l’esser lasciato, il lasciarsi andare, la passività mentre il secondo – attivo – evoca l’azione, la decisione… l’attività, appunto.
Taluni – ascoltatori o lettori – potranno trovare nell’espressione la configurazione di un ossimoro2 e qui
mi piace ricordare quanto scritto da Jorge Luis Borges:

“Nella figura retorica chiamata ossimoro, si applica ad una parola un aggettivo che sembra contraddirla; così gli gnostici parlavano di una luce oscura; gli alchimisti di un sole nero”

Luce oscura e sole nero… immagini s-paesanti ed in un certo modo de-stabilizzanti; qui osservo che altri potranno scorgere nell’espressione in questione un’aporia3, ovvero una difficoltà, una strada senza uscita, un concetto contraddittorio che getta il soggetto in un momento di vuoto.. ma in quel vuoto si può cercare il senso.
Nel percorso analitico di matrice junghiana l’abbandono attivo allude a quella particolare dimensione interiore in cui il soggetto modula e fa interagire passività e attività rispetto ai contenuti dell’inconscio ed agli accadimenti
esterni. Di questo scriverò brevemente.

Sintetica storia di una scoperta

Nel 1973 iniziai la mia analisi personale con Aldo Carotenuto, analista junghiano di cui molto si è detto e scritto, spesso rasentando i più opposti estremismi, ed al quale abbiamo dedicato un numero della nostra rivista4. In quel percorso, durato quattro anni, andavo scoprendo me stessa ed il senso del mio agire anche attraverso i sogni che venivano analizzati.
Capitò allora, più di una volta, che taluni sogni presentassero immagini non facilmente decodificabili, o significati contraddittori, o ancora che – discorrendo sui sogni medesimi – non riuscissimo a trarne un messaggio. In quei frangenti, Carotenuto mi invitò ad adottare un atteggiamento di abbandono attivo.
Pressochè in tutti i percorsi analitici, ed in special modo quando si tratta della propria prima analisi personale, a volte le parole dell’analista (poche e centrate) lasciano una traccia profonda, non si dimenticano, e – per usare l’espressione di Carlo Levi5 – restano ferme come pietre.
Con questo vissuto accolsi e memorizzai l’abbandono attivo.

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L'autore
Simonetta Putti
Simonetta Putti