La psicoterapia senza denaro. Casi clinici di pazienti cefalgici in un Centro Specialistico convenzionato

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 7, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2008 – Estratto

IL TEMPO È DENARO

Mi ha sorpreso. Gli storici dell’economia hanno notato una significativa coincidenza. L’apogeo dell’uso del denaro, nel XVII° secolo, si avvia in contemporanea con l’evoluzione dei sistemi di misurazione del tempo. Con la nascita degli orologi, insomma. Sia gli orologi pubblici delle torri delle grandi cattedrali come S. Marco e Westminster (non a caso due culture –quella veneziana e inglese– fortemente sensibili alle attività di mercato); sia degli orologi a pendolo e a bilanciere che Huygens e Harrison costruiscono applicando i principi di Galileo. Sia degli orologi da tasca, che si diffondono a partire dal ‘600 .

A causa del denaro, si passa –direbbe Modell , psicoanalista americano– da una concezione del tempo come Kairos, momento presente che agisce qualitativamente sulla vita dell’individuo, ad una concezione del tempo come Kronos. Tempo quantitativo e lineare.

Eppure l’attenzione al Kronos –così come al denaro– è un elemento del principio di realtà. Per questo la seduta ha una durata fissa, ad eccezione delle analisi ‘carismatiche’ di stampo lacaniano (e talora carotenutiane). Ed è per questo che è necessario rispettare la inevitabile frustrazione economica del terapeuta senza parcella, il quale può sopportare di essere ‘sfruttato’ solo nella stretta misura in cui il tirocinio lo richiede. Un ‘rischio di trascinamento’ analogo a quello che Cummings (1995) rileva negli psicoterapeuti rimborsati dalle assicurazioni. Lì il pericolo per il terapeuta consisterebbe nell’’unconscious fiscal convenience’ (la convenienza economica inconscia) -per essere chiari: l’avidità- che farebbe proseguire la terapia, anche quando il lavoro è finito. Qui, nei tirocini, il pericolo da scongiurare è ‘tirare avanti’ per completare il parco ore richiesto, senza un adeguato monitoraggio della propria aggressività e della tendenza anaclitica del paziente non pagante.

Insomma le sole gratificazioni legate all’affinamento della capacità di lavoro e al feedback positivo che ritorna al terapeuta dai benefici che il paziente dichiara o mostra, non possono essere sufficienti a giustificare la fatica –ad libitum– di un professionista. A meno che il terapeuta possegga ideali che lo motivino in questa direzione.

La psicoterapia gratuita può esistere, anche se molti autori la contestano . Ma è essenziale circoscrivere l’assenza di parcella a due casi: alle eccezioni dettate dalla coscienza individuale, come anche lo stesso maestro viennese faceva. E all’utilizzo propedeutico, direi esplorativo, della terapia convenzionata, che non deve accettare deleghe universali di responsabilità riguardo a pesi che altri –magari i familiari o istituzioni diverse– dovrebbero perlomeno condividere. Mi riferisco in particolare alla tendenza dei genitori (e delle scuole) a portare in terapia i ragazzi per problemi di rendimento scolastico, camuffandoli da pazienti cefalgici.

La terapia convenzionata abitualmente deve essere breve, come lo è una terapia d’emergenza o un esame diagnostico con referto. E occorre all’interno di questa brevità trovare le formule per la sua efficacia e per la sua apertura ad ulteriori approfondimenti psicoterapici, che non escludano quelli di natura privata.

La maggior parte dei pazienti preferirebbero non pagare, dice Giusti con una provocazione. Non solo i passivo-aggressivi, i borderline o gli psicopatici. E in genere inviano un messaggio di svalutazione della propria situazione finanziaria, per avvisare il terapeuta della difficoltà a continuare al di fuori del contesto ‘convenzionato’. Concordiamo quindi con la conclusione di quella provocazione che ‘l’educazione del paziente riguardo al ruolo della parcella è una delle responsabilità del terapeuta e ciò richiede che lo stesso psicoterapeuta abbia un atteggiamento chiaro su tale argomento’ . Così come è avvenuto con il seguente –e ultimo– caso, che illustra in parte le fasi e le tecniche della Dinamica Cognitiva.

Abstract

Due le novità nel campo della psicoterapia. La sua sempre più estesa applicazione nelle patologie mediche ad eziologica incerta. Dette idiopatiche o psicogene. Patologie in cui lo psicoterapeuta è chiamato ad indagare lo stile disfunzionale della personalità del paziente in relazione alla insorgenza della malattia. E – seconda novità – il tentativo non ancora pienamente varato di ‘convenzione’ della psicoterapia da parte del Servizio Sanitario Nazionale. In questo contributo – attraverso i reports di alcuni casi clinici – si vuole avviare una riflessione sulla funzionalità dell’intervento pubblico, in cui l’assenza del pagamento diretto della parcella al terapeuta costituisce uno degli elementi più anomali e scabrosi rispetto alla tradizione psicoterapica. Il saggio mira a due conclusioni: la prima riguarda la necessità di aggiornare continuamente i costrutti dell’intervento psicoterapico in funzione sociale. La volatilità della moneta – come i mercati finanziari continuamente ci ricordano – è l’elemento che condensa le caratteristiche delle nuove patologie dell’esistere, legate alla dipendenza da realtà virtuali. La Cashless Society, la società fluida delle Carte di Credito si basa su una mobilità ‘carsica’ del denaro, che perde del tutto la sua materia. Per questo la dissipazione delle risorse del disturbo borderline – più che l’avidità di accumulo del disturbo ossessivo-compulsivo – è la più rappresentativa delle inquietudini della nostra era. Il secondo obiettivo – superando le interpretazioni (selvagge) di Freud, Abraham, Ferenczi e di Jones, e le omissioni del DSM IV – è di riflettere sul significato concreto del denaro all’interno del setting. In particolare il testo si sofferma sulla gestione del livello motivazionale del paziente non pagante, sulla durata e sul numero delle sedute in sede di tirocinio, sulla gratificazione e il riconoscimento di ruolo che il terapeuta percepisce in assenza di parcella, sulle modalità con cui il terapeuta ‘convenzionato’ è chiamato a contenere la richiestività dei pazienti e infine sulla spinta alla sperimentazione a cui il tirocinante è indotto dalla sua condizione di precariato.

Condividi:
L'autore
Antonio Dorella
Antonio Dorella