La presenza delle automobili ne “I cento passi” e ne “La meglio gioventù”

 La presenza delle automobili  ne “I cento passi” e ne “La meglio gioventù”

I Cento passi, La Meglio gioventù. Due film di successo che hanno descritto la trasformazione della società italiana dagli anni 50 ai nostri giorni.

Film di sentimenti buoni, non di buoni sentimenti; film di profondo amore famigliare e non di bigotta esaltazione dei valori della famiglia tradizionalmente intesa.

Entrambi i film sono costruiti in modo da offrire il loro messaggio sia attraverso la riproposizione alla nostra memoria di avvenimenti clamorosi svoltisi in ambienti esterni che hanno scandito e determinato cambiamenti nella nostra società, sia attraverso la descrizione dei vissuti dei personaggi coinvolti in quegli avvenimenti, nel chiuso di ambienti interni.

Senza pretesa di valutazioni da critica cinematografica, in una personale lettura – forse arbitraria- osservo che nell’architettura delle due opere si riscontra un elemento comune e significante di non secondaria importanza, essenziale per il racconto che ci propone l’autore.

Si celebra in questi giorni il cinquantenario dell’inizio delle programmazioni televisive ed è scontato che la TV sia stata, tra gli altri, elemento motore e testimonianza della crescita del nostro Paese. Rifacendomi ai due film in questione, rilevo tuttavia che un altro importante mezzo di comunicazione, stavolta inteso in senso non metaforico, ha segnato in maniera forte i cambiamenti della nostra vita nel periodo storico rappresentato.

Questo altro strumento è l’automobile, oggetto significativamente presente nei due film e nel mio immaginario.

Come corollario voglio ancora osservare che se televisione e automobile hanno comportato per l’italiano medio una grande occasione di cambiamento dei comportamenti di vita, sono stati al tempo stesso strumenti di una sua trasformazione interiore.

Tornando ai film , credo – in sostanza – che il regista abbia deliberatamente voluto descriverci quegli anni, oltre che con la rievocazione, talvolta poetica, dei drammi personali dei personaggi in relazione agli eventi , anche attraverso la fedele riproposizione alla nostra memoria delle automobili dell’epoca, elemento di impatto visivo ed emotivo importante per attivare i ricordi di come eravamo.

I Cento passi inizia con una riunione di famiglia in un piccolo paese della Sicilia sul finire degli anni cinquanta , nel cui contesto il personaggio principale è un capo mafia locale. Sullo sfondo compaiono due automobili: Un’Alfa Romeo Giulietta e una Fiat Belvedere.

La Giulietta, è il modello T.I., quello più potente, è l’auto che necessariamente doveva possedere il boss mafioso, appunto per differenziarsi dagli altri non in grado di permettersela, segno e prova evidente del suo potere.

E che la macchina assurga al ruolo di simbolo lo si vede dal fatto che lui, il capo mafia, la conduce personalmente con ostentazione, quasi a sottolineare la sua funzione di Guida, di Capo clan.

L’auto in quegli anni era un accessorio importante della persona e rappresentava un valore di riferimento cui aspirare se non la si possedeva. Ne è prova la scena in cui il mafioso davanti agli occhi sorpresi e compiaciuti dei presenti, come segno della propria benevolenza nei confronti della famiglia prende sulle ginocchia un bambino, il figlio del compare, e gli fa guidare la macchina. Come a dirgli: sotto la mia protezione e con il mio aiuto potrai diventare come me.

Non termina qui il ruolo dell’automobile, perché con essa il capo clan inizia a fare giravolte spericolate sfiorando i passanti, per dimostrare a tutti quelli che assistono alle sue evoluzioni che attraverso questo strumento del suo potere egli può operare il bene ed il male.

Ad effetto la conclusione dell’episodio: Il Boss mafioso va incontro alla sua fine in una situazione in cui è sempre protagonista l’automobile.

In una stradina di campagna il passaggio è interrotto da un’auto, uguale alla sua, senza guidatore. Il mafioso che non accetta sbarramenti di strada, in un impeto di rabbia che gli ottunde la ragione, proprio per dimostrare la sua autonomia si mette al volante dell’altra Giulietta per toglierla di mezzo. Con una fragorosa esplosione di tritolo toglie di mezzo sé stesso. Secondo la tradizione mafiosa.

Sono passati alcuni anni e il bambino è diventato un ragazzo pensante

Nell’episodio di prima la Fiat Belvedere che si era solo intravista per far risaltare le caratteristiche dell’altra auto, assume ora il suo significato.

Siamo alla fine degli anni sessanta e la Fiat 500 C Belvedere è una macchina da sfigato, da non inserito nel sistema della borghesia che iniziava a possedere altre auto. Ma ci troviamo sempre nello stesso piccolo paese della Sicilia ed è funzionale al racconto che la Belvedere, auto allora già vecchia, sia posseduta da un pittore, un artista senza soldi né potere, per di più di sinistra che combatte contro la piovra mafiosa.

Anche in questa circostanza il tipo di automobile funge da simbolo.

Alla presenza del giovane di prima, in periodo di campagna elettorale, l’artista, in piedi all’interno della sua auto con il tettino aperto, la fa diventare un improprio e modesto pulpito per poter fare un comizio contro il potere.

In contrasto con la veemenza delle argomentazioni la misera vettura rappresenta visivamente l’inutilità, quasi la sprovvedutezza dell’artista nel suo tentativo di opporsi al vero potere che dispone di ben altri mezzi.

Il giovane pensante cresce e diventa un giovane parlante perché impianta una radio privata con la quale cerca di diffondere idee progressiste e contesta, come si diceva allora, il sistema: nello specifico quello mafioso.

Per la sua attività di comunicatore il giovane di sinistra ha pur bisogno di un minimo di organizzazione e il regista ce lo fa vedere sul finire degli anni settanta possessore di una Fiat 850, un’auto già fuori produzione indicativa di una diversità, perché i giovani suoi coetanei avevano o desideravano altre auto.

Il comunicatore usa invece la macchina come strumento di lavoro per percorrere il tragitto da casa alla Radio privata.

Proprio in uno di questi percorsi il tipo di automobile diviene essenziale nel racconto che il regista ci fa sulla fine del giovane.

Fermo nella sua modesta vettura davanti ad un passaggio a livello, egli non può certo sfuggire alla potente auto nera dei suoi assassini che lo seguono, minacciosi. Questi, raggiuntolo, anzitutto buttano fuori strada la sgangherata 850, come a voler simbolicamente distruggere il suo mondo; quindi procedono all’uccisione del ragazzo, sempre con una rituale esplosione

La storia de la Meglio Gioventù inizia nel 1966. Sono gli anni del post miracolo economico nella capitale d’Italia. Dopo una breve iniziale apparizione di un’auto commerciale, una Seicento multipla (fa quasi tenerezza rivederla oggi) utilizzata dal padre del protagonista per trasportare un televisore, compare un’auto simbolo del benessere di quegli anni: la Giulia Alfa Romeo.

E’ inserita nel contesto di un gruppo di giovani della borghesia benestante che, al termine della sessione estiva degli esami universitari, decidono di fare un viaggio all’estero con questa macchina data loro in prestito dal padre di uno di essi. A differenza di oggi, l’auto utilizzata se potente e costosa costituiva allora non solo fattore di prestigio ma anche, per la sua efficienza, garanzia della buona riuscita del viaggio.

Interessante notare che attraverso il discorso sull’auto viene riprodotta la tipologia dei rapporti famigliari e interpersonali. Siamo poco oltre la metà degli anni sessanta, il ’68 non è ancora arrivato e vige ancora un grande paternalismo soprattutto nelle famiglie bene. Ricordo padri che, potendo, gratificavano economicamente i figli, soprattutto i maschi, sia per confermare con elargizioni la loro personale posizione, sia per avviare i figli alla vita in condizione di privilegio facendoli usufruire dei vantaggi materiali di cui loro potevano godere.

In genere, per non apparire troppo permissivi i padri ponevano, comunque, condizioni. Nel film – dice il ragazzo che ha avuto in prestito la macchina – la condizione è che la Giulia sia trattata con la dovuta attenzione e che non siano mai superati i 4000 giri.
La scena successiva è una di quelle tipiche di quegli anni. I quattro giovani in macchina subiscono l’ affronto da parte di un’altra auto che li sorpassa; una Jaguar, certamente più prestigiosa ma meno corsaiola. Un attimo di esitazione per valutare se accettare la sfida tenuto conto del divieto di spingere sull’acceleratore, e poi, anche per il rispetto di quelle regole non scritte che i giovani si sentono di dover seguire per sentirsi liberi e “ grandi” soprattutto agli occhi degli amici, via a tutto gas, come si diceva allora, per ingarellarsi.

Al di là degli aspetti collegati all’auto è interessante in questo episodio l’elemento della trasgressione. Il giovane alla guida si confronta con la figura paterna, e deve infrangere il suo divieto per sentirsi adulto.

Sotto il medesimo profilo, ma in questo caso non compare un’auto ma solo una vecchia corriera, un episodio clou del film quando i due fratelli portano via dall’ospedale la giovane disturbata mentale per condurla al paese dove vive il padre. Anche in questo caso la trasgressione rappresentata dal quasi rapimento della ragazza, comportando assunzione di responsabilità diviene, in definitiva, fattore di crescita e l’atto in sé costituirà, come è descritto nel seguito del film, un impegno che li coinvolgerà per tutta la loro vita.

Viene quindi rappresentato l’episodio dello straripamento dell’Arno a Firenze nel novembre del 1966.. Grosso modo in quel periodo, da militare, mi trovavo in quei luoghi.

I miei ricordi si sovrappongono alle immagini del film e il via vai dei mezzi militari- i pesanti C.P. e le camionette – utilizzati per portare in salvo libri e opere d’arte sono stati fedelmente raffigurati. Non è stato mai messo in discussione il contributo offerto dalle forze armate per la salvaguardia dei nostri tesori d’arte, ma al tempo stesso non è stato mai rimarcato che quella meritoria attività si è potuta svolgere proprio grazie all’utilizzo di mezzi meccanici su quattro ruote.

Le stesse camionette militari si chiamavano A.R. 51- si rivedono nel film, ma ambientate negli anni successivi, alla guida di celerini che facevano caroselli per sedare le proteste dei contestatori e degli operai nelle manifestazioni di piazza. Era cambiata un’epoca, se nel 1966 quelle auto erano state utilizzate per un fine nobile, ora le stesse servono per reprimere movimenti di libertà e istanze sociali.

Lo stesso mezzo, in differenti contesti, assume ruoli e funzioni antitetiche.

Il film va avanti e vengono descritti gli anni a cavallo tra la fine dei ‘70 e gli ’80. Anche in questa parte del film non è casuale il possesso da parte dei due personaggi principali del film, delle rispettive auto.

Uno dei due fratelli, Matteo, possiede un’Alfa Sud, un’auto allora non troppo dispendiosa, (Matteo infatti è poliziotto) al tempo stesso brillante e veloce. Quasi a voler significare che egli, carattere chiuso con problemi, l’abbia scelta per sfogarsi, per compensare le proprie frustrazioni sulla strada come nella vita. E che sia così ne è prova una scena in cui alla guida di quella macchina in autostrada con suoi familiari in una drammatica situazione emotiva, Matteo si mette a correre oltre ogni ragionevolezza in un impeto autodistruttivo. L’auto, in altri termini, diviene l’elemento scatenante che fa emergere in modo definitivo il profondo contrasto con la cognata che diventerà brigatista e le diversità con fratello, stemperate, alla fine dell’episodio, da un doloroso abbraccio tra i due che conferma, nella diversità dei percorsi di vita scelti, una comunanza d’affetti.

L’altro fratello, psichiatra, ha viceversa un’auto lenta, una Volkswagen Maggiolino, oramai vecchiotta ma affidabile, perfettamente in linea con il suo stile di vita di uomo di sinistra tutto proteso ed impegnato in iniziative ed attività professionali dal forte contenuto sociale, e poco incline alle lusinghe del consumismo. Ma che quell’auto rappresenti comunque una stonatura è descritto in una scena in cui la figlia piccola dello psichiatra, preoccupata, chiede al padre se il possesso di quell’auto sia il segno una condizione di povertà.

In termini garbati il regista ci vuole rappresentare che la bambina, che, va alla scuola elementare, è già entrata nella spirale dei confronti basati sul possesso di certi beni considerati status symbol e ha bisogno di sentirsi rassicurata.

La comparsa di altre automobili nella parte seguente del film la cui storia giunge fino ai nostri giorni forse presenta un significato meno pregnante per il racconto. D’altra parte compaiono macchine a noi più vicine.

A parte una fugace apparizione delle auto della scorta assegnata al dirigente della Banca d’Italia nel mirino dei brigatisti, tutto diviene a noi più riconoscibile, in linea cioè con i comportamenti degli anni ’90 quando le auto hanno quasi completamente perduto la caratteristica di segni di condizione socio – economica divenendo semplicemente beni di consumo.

Anche in questi casi la rappresentazione è fedele. Lo psichiatra oramai non ha più bisogno di farsi riconoscere con un’auto che poteva essere un biglietto da visita, i tempi sono cambiati e può permettersi la normalità di comprarsi un’auto appropriata alla sua situazione professionale, una Volvo Station Wagon; la figlia divenuta grande va alla ricerca della madre ex brigatista uscita dal carcere utilizzando una macchina assolutamente comune: una Fiat Punto.

Anche per il vecchio amico di famiglia, ex operaio divenuto dopo varie traversie impresario edile l’auto “assegnatagli” dal regista risulta particolarmente azzeccata e cala a pennello nel carattere del personaggio: utilizza un fuori strada che gli consente di andar per strade dissestate e per cantieri, ma non un fuoristrada alla moda di quelli che vanno per la maggiore oggi pieni di cromature e con i quali al massimo si sale sui marciapiedi per parcheggiare, ma uno quelli ancora un po’ rustici, da lavoro: un Nissan Patrol.

Sara forse che, tra gli altri più importanti, il regista ci abbia voluto anche suggerire il messaggio che l’auto è parte della “persona”?

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L'autore
Roberto Cantatrione
Roberto Cantatrione