La morte al lavoro: accostamenti psicoanalitici alla tanatologia cinematografica
La morte al lavoro: accostamenti psicoanalitici alla tanatologia cinematografica

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 10, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2010

Torniamo indietro nel tempo incontro a uno dei film più intensi e memorabili della storia del Cinema: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, del 1956. Ho rivisto intenzionalmente il film in occasione di questa disquisizione psico-cine-tanatologica, e ho capito perché, con sorpresa e soddisfazione dello stesso regista svedese, il film “attraversò il mondo come un incendio”. Ispirato a Pittura su legno, atto unico dello stesso Bergman, fu girato con poche risorse in appena cinque settimane, quasi interamente in studio con minime riprese all’esterno. Quest’opera rimane un capolavoro perché nella sua intensità scarna ed essenziale riesce a rappresentare, in un bianco e nero nitido e significativo, l’incontro dell’Uomo con la Morte – e tutta l’angoscia umana relativa alla fine – e per la prima volta assistiamo a una lotta giocata sulla scacchiera (la morte pesca il colore nero e il cavaliere commenta che le si addice) ma che si basa su un rapporto dialettico sui massimi sistemi del vivere e morire, che nessun regista era mai riuscito a mettere in scena in modo così magistrale. Reduce dalle crociate insieme al suo scudiero (che ricorda un Sancho Panza o un Leporello, in bilico tra l’umorismo della spalla di Don Chisciotte e il cinismo del servo di Don Giovanni), il difensore della cristianità, che ha sulla coscienza l’uccisione di chissà quanti infedeli in nome del Santo Sepolcro, è pervaso dalla straziante ferita del dubbio, che lo spinge a pregare con la disperazione di chi sta perdendo la fede. Così ingaggia questa partita con la Morte per dimostrare, quantomeno a se stesso, che non può essere soltanto una sua vittima, ma anche un difensore della Vita intesa come puro amore per tutte le espressioni del creato. Nei vari incontri a scacchi Bergman riesce a fare esprimere al Cavaliere tutto il suo dolore e tutta l’angoscia per un mondo che anela al divino, ma ne sente tragicamente l’assenza. Insieme al suo scudiero deplorano inermi la messa al rogo di una presunta strega. Il tempo stringe, ma sebbene la Morte vincerà con uno scacco al re, il protagonista indimenticabile di questo film riuscirà a ingannarla consentendo all’unica coppia giovane della brigata – che si è venuta a formare lentamente durante il ritorno a casa e che è tutta condannata a morire – insieme al figlioletto di fuggire e sfuggire alla morsa della Padrona delle Tenebre. Questo è il modo in cui l’insuperabile talento di Bergman chiude i conti con l’Esecutore Ufficiale della Fine Umana: alla domanda del Cavaliere se sappia qualcosa di Dio le fa rispondere che a Lei non interessa sapere, ma che ciò che deve fare è soltanto portare a termine il suo compito. Lo spettatore viene lasciato in bilico tra la pietà per il dolore umano, spesso assurdo e incomprensibile e il desiderio di dare un assenso alla verità divina, sospeso tra il coraggio e la forza di chi si sente perduto e abbandonato nell’universo da un Dio muto e crede soprattutto nel futuro dell’uomo (come sembra propendere il regista con il messaggio di speranza espresso nella salvezza della coppia di attori – l’arte insomma) e l’atto di fede di chi si lascia andare, disarmato dalla ragione, alla fede e alla Divina Provvidenza. Ingmar Bergman coesiste in entrambe le figure e ci dimostra che ciascuno di noi vive sempre nel contrasto e nel dubbio, che sono gli unici valori che possono aiutarci a vivere coscientemente.

Dopo la morte di Bergman (che incontrò e affrontò la morte in compagnia di Antonioni il 30 luglio 2007) il regista tedesco Wim Wenders ha realizzato un film che ripropone oltre cinquant’anni dopo un nuovo incontro dell’Uomo con la Morte cominciato nel Settimo Sigillo. Nel film Palermo shooting del 2008 l’ultima mezz’ora (a nostro parere la più bella e drammatica nonché la più incisiva di tutta la pellicola) l’autore fa impersonare la Regina della Notte Eterna da un perfetto Dennis Hopper che sembra completare dopo mezzo secolo il discorso iniziato ne Il settimo sigillo di Bergman. Wenders riesce a dare un senso compiuto, quasi fraterno e cameratesco all’ignaro oscuro Padrone del Mondo Infero con un dialogo che riportiamo nei passi più significativi:

La morte è un freccia dal futuro che vola verso di te. Un amico, una guida, il guardiano del tempo. Non c’è nessuna uscita, non c’è uscita dall’uscita, sono io l’uscita. Io sono dentro di te lo sai. Perché hai tanta paura? Non sostenevi di aver perso ogni paura della morte? (…) È soltanto un passaggio, io sono la tua uscita, devi passare attraverso di me, lo fanno tutti. Non chiamare felice un uomo finché non è morto…

Abstract

In questo articolo l’autore Amedeo Caruso sceglie un insieme di film di vari registi cinematografici italiani e stranieri che nelle loro opere hanno toccato con particolare sensibilità e profondità il tema della morte. Da Bergman ad Antonioni, da Fellini a Truffaut con l’inclusione di un film di Mike Nichols mai proiettato nelle sale in Italia e di qualche altra rara perla o dimenticato gioiello della cultura di celluloide, Caruso adopera il suo occhio psicoanalitico per scandagliare i migliori fotogrammi tanatologici inseriti nei film di questi autori.

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L'autore
Amedeo Caruso