Jung l’antisemita

A. Maidenbaum-S.A.Martin (a cura di), Wotan e Mosé. Jung, Freud e l’antisemitismo, Milano, Vivarium, 1998

Il volume ripropone alcuni contributi presentati alla Conferenza Internazionale di New York (1989) sul tema “Ombre sospese: junghiani, freudiani e l’antisemitismo” (è questo il titolo originale) e dal Workshop su Jung e l’antisemitismo svoltosi in occasione dell’XI Convegno Internazionale della IAAP, nello stesso anno. I contributi sono preceduti dagli articoli di Ernest Harms (1946), che a suo tempo cercò di liquidare la questione dell’antisemitismo di Jung come frutto di errori e distorsioni, e di James Kirsh (1982), che risponde alle accuse di antisemitismo lanciate contro Jung da Robert Hammond. Nella parte finale del volume compare una nutrita cronistoria, compilata da M.V. Adams e Jay Sherry e nella quale figurano le parole e i fatti significativi.

In appendice, infine, viene brevemente illustrato l’iter che portò alla risoluzione della IAAP (Chicago 1992) a protestare contro il Club di Psicologia Analitica di Zurigo per non aver fatto pubblica ammenda della politica discriminatoria condotta a partire dagli anni trenta in via non ufficiale (fu formalizzata il 7 dicembre 1944), e fino agli anni cinquanta, contro gli psicologi analitici ebrei (in virtù della quale era limitata al dieci per cento l’ammissione di membri che professavano la fede ebraica) e a chiedere che le società facenti parte della IAAP stabilissero e rispettassero una “politica di non discriminazione verso la razza, la religione, l’origine etnica, il genere, l’orientamento sessuale” di coloro che facevano domanda per diventare membri. I documenti concernenti la politica discriminatoria antisemita avallata dal Club di Psicologia Analitica di Zurigo compaiono in questo volume per la prima volta.

E veniamo ai contributi, opera per lo più di psicologi (in gran parte psicologi analitici) di fede ebraica. Nel suo articolo “Carl Gustav Jung e gli ebrei: la vera storia” Kirsch difende a spada tratta Jung da ogni accusa di antisemitismo per quanto riconosca come, agli inizi, Jung non solo fosse affascinato dal fenomeno nazionalsocialista, ma alimentasse la speranza “che ci sarebbe stato un esito positivo del movimento nazista”. Riconosce inoltre, Kirsh, la presenza d’un complesso “ebreo” personale rimasto irrisolto in Jung, il che confligge non poco con la pretesa secondo cui lo psicologo svizzero “era molto consapevole sia della sua Ombra personale sia della sua Ombra svizzera”. Una tesi molto significativa, che suggella l’articolo e che non viene ulteriormente esplicitata, è quella che vede la risoluzione del complesso, la liberazione dell’antisemitismo, coincidere con la stesura di Risposta a Giobbe (e si tratta di una tesi che in modi diversi si ritrova in Neumann e in altri psicologi junghiani).

Quanto all’accusa secondo cui Jung sarebbe stato agito “da una pulsione inconscia di potere” (il riferimento è soprattutto all’accettazione da parte di Jung della Presidenza Internazionale Generale per la Psicoterapia e agli eventi ad essa connessi), Kirsch nega che una tale pulsione ci sia stata. L’atteggiamento che avrebbe informato le iniziative di Jung nella circostanza, così suona l’adagio dei difensori di Jung, coinciderebbe con una sorta di “salviamo il salvabile”, adagio, come si può ben comprendere, che lascia più o meno le cose al punto di partenza.

La questione del potere viene diversamente valutata, insieme ad altre, da Andrew Samuels nel suo intervento che reca il titolo “nazionalismo, psicologia nazionale e psicologia analitica”. A partire da questo contributo ci troviamo in un terreno per il quale non viene più messa in discussione l’esistenza d’un antisemitismo di Jung. Jung fu antisemita e si tratta di affrontare la questione a partire da questa ammissione. Non è casuale che Samuels parli di esplorazione che è “inoltre già di per sé un necessario atto di riparazione” e che leghi lo sviluppo ulteriore della psicologia analitica a una “elaborazione del lutto per Jung” da parte degli psicologi analitici. Il che implica il confronto con quella che Samuels chiama “la parte decadente e la parte degenerata della psicologia analitica”.

Una delle tesi sviluppate da questo autore è che Jung sia stato molto interessato alla questione della leadership e che va criticato nella misura in cui se ne servì “per scopi non psicologici”. Samuels ricostruisce quest’ulteriore tranche dell’Ombra di Jung a partire dalla rottura con Freud (in cui giocò un ruolo ancora sottovalutato il desiderio di potere dello psicologo svizzero), la selezione dei suoi seguaci (in questo caso la tecnica adottata era quella di adularli “e quindi legarli maggiormente a sé, sostenendo che egli non aveva discepoli e non voleva averne”), il suo interesse per il Führer e, anche, l’essere a capo della professione terapeutica in Germania, un vantaggio, quest’ultimo, troppo grande perché Jung “lo buttasse via”.

Il tutto improntato a un elitarismo che il fondatore della psicologia analitica ha anche teorizzato (la natura è aristocratica). Ma non è questo, il desiderio di potere, il punto che preme più a Samuels. Ciò che ha condotto Jung “all’interno dello stesso quadro dell’ideologia nazista antisemita” è stato il suo tentativo di “istituire una psicologia delle nazioni”. Il contributo di Samuels è rivolto soprattutto a sviscerare Jung come psicologo della nazione e a individuare gli errori in cui è scivolato per aver fatto degenerare la psicologia nazionale in tipologia.

La tesi di Samuels è che “le idee di nazione e di diversità nazionale formano un’interfaccia tra il fenomeno hitleriano e la psicologia analitica di Jung”. La teorizzazione di Jung, la sua psicologia nazionale era minacciata dall’esistenza degli ebrei, “questa strana nazione senza terra” e quindi mancante, secondo Jung, di “qualità ctonia”, ovvero di “una buona relazione con la terra”.

Nel suo intervento “La relazione tra Erich Neumann e C.G.Jung e il problema dell’antisemitismo” Micha Neumann, figlio di Erich, pone una questione dalla forte eco: perché Jung, così pronto ad aiutare sul piano individuale gli ebrei, si è mostrato indifferente e insensibile nei confronti della loro tragedia sul piano collettivo?

L’antisemitismo di Jung era parte della sua Ombra, qualcosa con cui lo psicologo svizzero non si sarebbe mai veramente confrontato. Motivo conduttore dell’epistolario è costituito dai reiterati tentativi messi in atto da Neumann per coinvolgere profondamente Jung nella questione ebraica e dalle risposte insensibili, estraniate di questi. E’ forse perché ha voluto a tutti i costi “mantenere una relazione positiva con Jung” che Neumann ha voluto leggere in Risposta a Giobbe una sorta di esaudimento delle proprie preghiere.

Paul Roazen, nel suo contributo su “Jung e l’antisemitismo”, sostiene che le idee politiche dello psicologo svizzero hanno non poco contribuito a determinare una generale resistenza nei confronti delle sue idee. Lamenta anche Roazen il fatto che Jung non abbia mai fatto pubblica ammenda per ciò che era successo prima della e durante la seconda guerra mondiale.

In “Ombre sospese: una prospettiva personale”, uno dei curatori del libro, A. Maidenbaum, riprende la questione della quota massimale di membri ebrei ammissibile nel Club di Psicologia Analitica di Zurigo. Jung ne era al corrente, ma la restrizione venne meno solo nel 1950, cinque anni dopo la fine della guerra.

Nel contributo di Adolf Guggenbühl-Craig “Riflessioni su Jung e l’antisemitismo” si respira un’aria completamente diversa. La tesi è che l’antisemitismo di Jung fu profondo, più di quanto ritenga Samuels, esso fu anche meno ideologico e meno conscio, una banalità inseribile nella sua Ombra di credenze collettive. E’ arrivato il tempo di concedere a Jung quest’Ombra per liberarci “dalla nostra proiezione messianica su di lui”. Per gli junghiani della seconda generazione i lati oscuri di Jung costituiscono, a detta dell’autore, un falso problema. Se ci riguardano, scrive, allora “c’è qualcosa di sbagliato in noi”. E questo qualcosa emerge nella delusione che un genio psicologico come Jung possa essere attratto dal potere, da Hitler e Mussolini. Il fatto è che “anche il più grande genio può essere originale soltanto in una piccola parte della sua psiche; la maggior parte di essa appartiene alla psiche collettiva”.

E alla psiche collettiva appartengono anche le disquisizioni di Jung sul carattere delle nazioni, disquisizioni che assommano a fantasie potenti, che Jung prese troppo alla lettera, e che “possono essere trattate come pure immagini psicologiche”. Quanto alla delusione, essa deriva dal bisogno profondo di un leader perfetto, di qualcuno che ci guidi. Il fatto che Jung sia stato affascinato dal fenomeno nazionalsocialista la dice lunga sulla sua forza. Ed è stato del resto Jung, nel suo Wotan, a darci quella che “è ancora oggi la migliore, la più terribile descrizione mitologica del nazismo”.

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli