Gnostica Imago

in Putti, S. – Testa, F. (a cura di), Corpo. Riflessione. Immagine, Alpes, 2011

Occorre rinascere attraverso l’immagine: così scrive l’anonimo seguace di Valentino nel Vangelo di Filippo. L’immagine è quella della camera nuziale, definita mistero, cioè sacramento. Immagine vale sacramento. La rinascita è un sacramento. La verità, si legge ancora nel Vangelo di Filippo, non è venuta nuda al mondo, ma in simboli e immagini. Il mondo non può riceverla che immaginalmente. Nel passo valentiniano tutto appare consistere di immagine, riflettere immagine e rimandare a immagine. Occorre che il seme pneumatico, sprofondato nella materia in seguito all’egoistico peccato dell’eone Sophia, risorga mediante l’immagine. Se la camera nuziale è immagine, allora l’immagine è originariamente luogo, e se l’immagine è luogo, allora l’immagine è fatta della stessa incorporea sostanza dell’attraversabilità. È alla luce dell’immagine, dell’immagine/sacramento, dell’immagine/attraversabilità che si celebra il mysterium coniunctionis con l’invisibile, col sacro. E ciò vale anche per il setting analitico cui non sono certo estranee le movenze valentiniane della camera nuziale. Non è un caso che Lacan sia arrivato a chiamarlo, il setting, un lit d’amour. D’amore inteso gnosticamente, dobbiamo però aggiungere.

Occorre che si rinasca per mezzo dell’immagine viene allora a significare: occorre che si risalga per mezzo dell’immagine, ma trapassando l’immagine, trapassando le occlusioni opposte dalle potenze intramondane, patendo angoscia ad ogni stazione, a ogni confine, riguadagnando, proiezione dopo proiezione, l’origine. Ciò appare evidente in un rituale valentiniano sul quale riferiscono Ireneo e la Prima Apocalisse di Giacomo. Si tratta di un’istruzione resa al morente riguardo alle parole che questi dovrà pronunciare, durante il suo viaggio ultraterreno, al cospetto delle potenze che lo afferreranno e dalle quali dovrà liberarsi. Corrispondono quelle potenze ai principati e le potestà che il Cristo della Lettera ai Colossesi (2.15) ha spogliato. Nella sua ascensione il morto provvisto di gnosi saprà dire alle potestà che gli occludono il passaggio le parole dell’attraversamento. Dirà loro di essere figlio del padre preesistente, al quale sta facendo ritorno. E ancora dirà, pervenuto a ulteriori altezze, e analogamente affrontato da ulteriori potenze, di conoscere se stesso, laddove Sophia, madre delle potenze, ignora la propria origine.

L’agnosia di Sophia, l’ignoranza che innesca il dramma divino, pone l’interrogativo circa le relazioni tra gnosi e immagine. Gnosi significa conoscenza, conoscenza di Dio, conoscenza dei misteri divini e anche consapevolezza della divinità che dimora nell’uomo. Tale consapevolezza comporta la liberazione da questo mondo della materia nella quale lo spirito è sprofondato. Liberando se stesso lo gnostico, cioè colui che possiede la gnosi, libera anche Dio, scioglie cioè quel dramma divino iniziato con la caduta di Sophia. Lo gnostico, dunque, ha compiuta consapevolezza di sé nella misura in cui conosce le trasformazioni e la destinazione ultima dell’immagine. Lo gnostico sa che la destinazione ultima è l’afanisi, il dissolversi dell’immagine nel nulla.

Che tutto consista di rimandi immaginali è illusione, angoscia. Che il tutto immaginale si componga della stessa sostanza dell’attraversabilità è liberazione dalla proiezione e dall’angoscia. Il rimando immaginale, in altri termini, promette un raccolto assoluto: l’attraversabilità dell’angoscia. L’angoscia, dal canto suo, è enantiodromicamente prossima al non esserci dell’angoscia. Un confine, un’immagine separa e, al tempo stesso, tiene avvinte angoscia e liberazione dall’angoscia.

In relazione a quanto precede il nome degli gnostici Perati, interpretato dall’eresiologo Ippolito come connotante “coloro che attraversano la corruzione”, meglio sarebbe intenderlo come “coloro che attraversano gli strati del mondo” o “coloro che attraversano le riflessioni del mondo”, che attraversano dunque proiezioni e angoscia.

Nell’ideologia gnostica, tipologicamente improntata, l’attraversamento delle riflessioni immaginali che compongono il mondo (e i mondi) non spetta a tutti: non agli ilici, o materiali, i destinati a dissolversi, forse neanche agli psichici, cui è tutt’al più riservata una salvezza relativa, ma ai soli pneumatici, o spirituali. Si tratta qui di un analogo del fare coscienza di Jung, un fare coscienza cui gli esseri umani sono chiamati e che paradossalmente comporta come esito la sparizione.

La cosmologia gnostica, in particolare valentiniana, è fatta di una digradante traslazione di immagini e rimandi immaginali, corrispettivi di altrettante digradanti proiezioni e altrettante promesse di (o resistenze all’) attraversamento. Essere immagine di significa in altri termini essere proiezione di. In relazione a Sophia, e al versetto della Genesi (1.27) in cui si dice di Dio che crea l’uomo (maschio e femmina) a sua immagine, il valentiniano Teodoto impiega espressamente il termine probolè che vale, appunto, proiezione, per quanto sia comunemente tradotto emissione. È in ultima analisi come proiezione che lo gnostico vive il corpo e comprende la sua destinazione, come proiezione della volontà del demiurgo, ad esempio, nonché di quella pensata da Schopenhauer.

Ogni ente si costituisce in quanto immagine di altro, in quanto proiettato da altro e dall’alto. Nella logica del pensiero gnostico l’essere stesso è immagine. L’eone Limite è immagine del Padre. Ennoia, definita la forza anteriore al costituirsi del tutto, la prescienza (pronoia) del tutto e, anche, la somiglianza della luce, è definita immagine dell’invisibile. Immagine del Padre invisibile è analogamente definita Sophia, la cui caduta mette in moto il moltiplicarsi dei mondi e, in essi, l’avvento dell’episodio storia. L’invisibilità si dà a noi nell’immagine. Analogamente le opere dell’eone Sophia sono a immagine di quelle pleromatiche. Il pleroma, la spirituale pienezza degli eoni, il senza confini, si manifesta nell’immagine. Nell’immagine siamo gettati a un riflesso di pienezza. L’immagine è quanto di pleromatico possiamo esperire su questa terra. L’immagine è una riflessione del pleroma. Immagine del pleroma è il Cristo, che proviene dal pensiero (Ènnoia) di Sophia. Il Demiurgo è l’immagine del Monogeno (il Gesù eterno). Gli angeli, gli stessi coi quali si celebra il mysterium coniunctionis nella camera nuziale, sono immagini degli Eoni. Quando Gesù appare a Giacomo, cui si rivolge come a un fratello non secondo la materia, si definisce innominabile e, nello stesso tempo, immagine di Colui che è. Nel darsi dell’immagine, dunque, ci si offre la nominabilità degli enti.

L’immagine è il temporaneo riflesso dell’immortalità. È il modo, potremmo anche dire, in cui l’immortalità riflette su se stessa. Così si trova scritto, nel trattato gnostico Natura degli arconti, in un passo che amplifica Gen 1.2: L’Immortalità guardò giù nelle regioni delle acque. Sulle acque apparve la sua immagine. E le potenze delle tenebre se ne innamorarono. L’immagine, riflessione d’immortalità, è generatrice di desiderio.

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli