Dalla crisi in analisi, all’analisi in crisi

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 16, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2013 – Estratto

Quale è oggi il senso dell’analisi in relazione alla crisi globale? Domanda che fino a qualche decennio sembrava essere relegata ai margini dell’epistemologia analitica, scivolando in direzioni sociologiche, economiche o quant’altro. Forse perché alla parola crisi, in senso psicoanalitico, è stata data sempre una connotazione legata all’interiorità, allo stare dentro, all’andare giù, alla stanza, alla coppia analitica e all’Anima individuale. E l’Anima del mondo? Hillman in uno dei suoi tanti saggi, poneva il problema, già allora, della malattia del mondo e di come questa entrava nell’analisi e lo psicoanalista pur senza negare il luogo dell’alterità del soggetto e della relazione hic et nunc, non poteva chiudere la finestra sul mondo. Ma cosa comporta aprire la porta della analisi e far entrare il mondo in crisi? E l’analista seduto sulla sua amabile poltrona, come accoglie tutto ciò?

Una giovanissima ragazza, con un forte disturbo ossessivo compulsivo, in cura farmacologica, decide di iniziare il percorso terapeutico. Arriva in seduta, passa tutto il tempo in silenzio e l’unica cosa che fa è quella di utilizzare il telefonino per messaggiare con un suo amico. Ascolta quello che dico, ma con occhio vivace e con dita veloci chatta in seduta. Mi sento disorientato, spiazzato, in crisi, poiché il mondo è entrato con le sue tecnologie ed Hermes, signore della comunicazione appare furtivamente ed impone la sua presenza. Seguendo il mio istinto decido di far parte di questa conversazione e mi trovo a vivere in seduta un triangolo virtuale e reale, ad accogliere la crisi del tempo lento, della riservatezza, del setting, della coppia analitica, esposto alla velocita’ del mondo, della comunicazione e di riti diversi. Il mondo là fuori era entrato in analisi e ancora una volta la sofferenza del sintomo, aveva aperto la strada allo straniero e il telefonino mi metteva in contatto, attraverso la paziente, col mondo ed il mondo era in contatto concretamente e psichicamente con l’analisi.

Avvertivo nuove metafore, cambiamenti di rotta, aggiustamenti della barca e partendo dall’esperienza clinica della giovanissima ragazza di un dolore mutacico e di una sofferenza senza ferita, ma intrisa di vuoti. Tutto ciò si presentava contemporaneamente e m’invitava mercurialmente parlando, pur senza colludere massivamante, ad entrare nel mondo della paziente, nel suo stile comunicativo. Occorreva partire dal mondo là fuori, non come metafora simbolo, ma al confine, al limite tra mondi diversi. Lentamente e gradualmente lavorando, anzi giocando intorno a questo tema proveniente contemporaneamente dall’interno e dall’esterno, la giovane paziente, apriva i vuoti delle parole e comunicava, sorrideva, consapevole della complicità avuta: il varco si era aperto e la fluidità lentamente usciva per irrigare le zone aride della propria psiche fino a parlare, comunicare, raccontarsi e condividere in seduta, nella coppia del qui ed ora nello spazio dell’analisi. Non più chattava in seduta, ma le mani venivano usate per giocare con la sabbia, affondavano nella terra madre, in uno spazio definito all’interno del setting e lasciavano una traccia, una scena, una storia reale e psichica, materiale e spirituale tra di noi, visibile. La crisi dell’analista, lo stile comunicativo della paziente, l’autenticità della relazione, l’abbandono di modelli teorici, ma lo sguardo verso la dimensione immaginativa e controtransferale avevano dato senso e significato al virtuale e tutto era stato riportato nel campo esperienziale con se stessi e con la propria creatività: le immagini e i vissuti attivati dalla sabbiera, terra di accoglienza per la nascente cura.

Esperienza clinica questa che aveva aperto un mondo di riflessioni, pensieri, connessioni simboliche e non sul senso di essere analista junghiano in un mondo che ogni mattina prega per lo spread e non per Dio, e che le difficoltà economiche non sono solo resistenza, ma realtà oggettiva con le quali occorre relazionarsi, mediare e tenere conto ai fini della cura e del progetto terapeutico. Allora l’analisi, campo gravitazionale in cui si incontrano due soggettività e due mondi, senza snaturare le fondamenta del suo essere luogo di cura, deve volgere il proprio sguardo a ciò che accade nel mondo, ai diversi stili di comunicazione, a giovani che portano non il dolore ma il vuoto in seduta, non la ferita, ma il nulla, non il desiderio mancato, inibito o castrato, ma l’eccitazione, non la povertà simbolica del sacrificio, dell’attesa, della fatica e della conquista, ma l’esigenza spirituale nascosta in piani apparenti, fatti di vuoti profondi.

Di fronte a questo nuovo esistere la visione junghiana deve fare i conti col tempo, non quello saturnino, ma con la velocità mercuriale e del suo complesso negativo, l’anomia, l’indifferenziazione degli opposti, il mescolamento uroborale, la distanza e il non incontro col corpo dell’altro. In questa dimensione l’occhio dell’ analista deve prestare una particolare attenzione al corpo/materia, come portatore di una visione simbolica ed immaginale, concreta e spirituale con le sue manifestazioni psicosomatiche e gli acting out che bussano alla porta del tempio rituale dell’analisi.

Abstract

L’autore in tale lavoro mette in evidenzia la crisi della dimensione psicoanalitica nel suo ruolo individuale ed istituzionale, alla luce dei cambiamenti storici che riguardano le coscienze collettive ed individuali. Partendo da esperienze cliniche, l’autore delinea in senso prospettico e costruttivo tali cambiamenti, allargando gli orizzonti del pensiero analitico e restituendo allo stesso energia vitale e creativa attingendo al mundus imaginalis e alle strutture archetipiche-mitologiche. In tale senso il pensiero analitico non sottraendosi alla crisi globale ne fa di questa, occasione epistemologica e poetica per re-visionare le fondamenta del suo stile, alla ricerca di nuovi stili di incontro di cura e di cultura.

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L'autore
Ferdinando Testa
Ferdinando Testa