Creare nemici, creare mondi

in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 53, Roma, Di Renzo Editore, 2003

Due sono quindi i movimenti di cui si tratta nella creazione del nemico: la costruzione di un confine e il bisogno che l’altro, posto in quel confine, mi riconosca. La guerra che si genera nella costruzione dei confini cela l’aspirazione a cancellarli. Il bisogno che l’altro mi riconosca viene agito, per così dire, dal di fuori. L’altro può solo riconoscermi se io lo vinco. Paradosso indistruttibile, ineludibile, letale: perché nel momento in cui io vinco l’altro, che è il solo a potermi riconoscere, l’altro viene meno e dunque soltanto la sua morte può farsi veicolo del riconoscimento. Là dove era il nemico, avviene la morte. Se di questo avvenire veramente si tratta, allora l’ultimo riconoscimento ha come oggetto la mia immortalità. Hobbes e Rank, dunque, il filosofo politico e lo psicoanalista, anzi il postpsicoanalista, stanno dicendo, in modi diversi, il medesimo.

Il medesimo è la paura, la paura originaria. Il medesimo è l’origine che per ogni uomo prende il nome di paura. Il medesimo, nel linguaggio di Heidegger, è l’apertura. Ma l’apertura non ha confini e il “senza confini” semina paura. Dunque Hobbes, Rank e Heidegger stanno ancora dicendo il medesimo: paura, paura cosmica, paura della morte, trauma della nascita, apertura. La paura cosmica è il corrispettivo dell’apertura, l’apertura l’altra faccia della paura cosmica.

In cosa consiste, di cosa è fatta la paura originaria, quella stessa che gli uomini, creando, s’illudono di distruggere? La paura originaria possiamo provvisoriamente definirla come quella di essere confusi, di non avere Io. Se la paura originaria ha a che vedere con il non esserci, il disesistere, il desêtre dei confini, allora un modo di renderla vivibile, abitabile, di farla traslare, per così dire, a geografia delle dimore, consiste nell’erezione di confini, nel mettere al di là di un confine e, ancora, di un altro confine, un altro da me.

All’inizio è la paura cosmica, il terrore dell’indistinzione, l’angoscia primordiale di non esserci, di non consistere. Questo intende in ultima analisi Rank quando parla di trauma della nascita. La filosofia, l’arte, la psicoanalisi appaiono a Rank altrettanti modi di superare l’originario, ineludibile trauma della nascita, altrettanti modi di venire a capo della paura della morte. In ciò artista e fruitore dell’arte, psicoanalista e psicoanalizzato sono compagni di percorso, partecipi dello stesso rito ripetuto nel tempo. La creazione di confini costituisce il risultato, anche nascosto, anche sotterraneo, ma non per questo meno reale, di un tentativo che gli uomini producono da sempre di sedare la paura originaria. La guerra, per quanto paradossale ciò possa suonare, appare suscettibile di essere inserita in tale contesto di creatività. A ben vedere, poi, il trauma della nascita è già di per sé una creazione di confini, una creazione che ha a che vedere con una lotta, quella ingaggiata dal nascituro e dalla nascitura per emergere dal corpo della madre.

Come viene dunque creato un nemico? Il nemico si costituisce a partire dall’erezione di una barra, di un limite, di una scissione, fessura o, come direbbe Lowen sulla scia di Reich, di un blocco.

Il nemico si costituisce in base a un mancato riconoscimento. Un mancato riconoscimento è quanto attiene a una mancata simbolizzazione. Per accedere al mondo del simbolo devo necessariamente procedere a un riconoscimento. Perché però questo accesso si costituisca come necessario, deve esserci stata una separazione. Il simbolo ha sempre a che vedere con una separazione. Dal canto suo la separazione ha a che vedere con una generazione e, meglio, un’autogenerazione.Il nemico viene creato a partire dall’erezione di un confine oltre il quale un Io proietta. A partire da questo assunto si potrebbe anche ragionevolmente affermare che il primo nemico creato dall’Io sia il corpo.

Che il corpo sia oggetto di proiezione e che tale proiezione sia seguita da una radicale opposizione è tesi sostenuta da Ken Wilber. Se si proietta il corpo come oggetto là fuori, l’Io si identifica come Io opposto al corpo. Ora, appartiene alla logica, al destino di tutte le proiezioni, che anche questa, del corpo, si risolva in una persecuzione. L’alienazione del corpo assume i connotati di un corpo proiettato che inizia a tormentare l’individuo colpendolo nel modo più esiziale, rivolgendogli contro la sua stessa energia. Una volta posto al di là del confine e relegato dalla regione Sé alla regione non Sé (e dico questo perché di luoghi si tratta e di creazione di luoghi), il corpo diventa naturalmente un nemico. A questo infatti serve il confine, a individuare la geografia Freund/Feind. A partire dall’erezione di questo confine inizia la guerra, sottile, invisibile (ma anche visibile), sotterranea (ma anche superficiale, evidente, fatta di sintomi) tra Io (Freund) e corpo (Feind), una guerra di opposti. E di guerra di opposti si tratta nella misura in cui ogni erezione di confine crea, per ciò stesso, opposti in conflitto tra loro.

Tale conflitto di opposti è qualcosa che gli uomini portano dentro da sempre. E portandola dentro, portano dentro anche le ragioni seminali della guerra. La semina del conflitto Io /corpo diventa il raccolto della guerra. Le origini della guerra partono insomma da molto lontano e nello stesso tempo sono dentro, calate in una geografia che abitiamo ogni giorno, la geografia che vede un corpo proiettato oltre un confine. Ora appare chiaro come la concezione che vuole l’Io nelle vesti di Freund e il corpo in quelle di Feind vada rivista. L’asse Reich-Lowen e la sua prosecuzione negli psicologi transpersonali, in particolare Stanislav Grof, molto ha fatto, e in modi che vanno attentamente riconsiderati, in questa direzione. Il corpo va riportato al di qua del confine. Se il corpo viene riportato al di qua del confine ciò che ne deriva assomiglia a qualcosa come a un’uccisione dell’Io che quel corpo ha proiettato. È appunto in prossimità di quell’uccisione che entra in gioco la paura. Ed è in virtù della paura, e dico “virtù” con l’occhio rivolto alla dote etimologica di questa parola, che non ci si arrende al corpo. Nella virtus risuona il vir, l’uomo. La questione della resa al corpo sembra riguardare in prima istanza gli uomini, quelli stessi che tradizionalmente fanno la guerra e, nella guerra, danno o subiscono morte, violando quel comandamento del volto che, nel pensiero di Lévinas, suona: non uccidermi. Quale Io potrebbe infatti percepire il volto dell’altro come fosse il proprio? Non è il volto dell’altro appunto il confine che alimenta la geografia della guerra che portiamo dentro da sempre?

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L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli