Cosa è uno psicoterapeuta

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 2, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2006

Articolo completo in formato PDF

Il nostro essere liberi coincide con il nostro essere anime. Specchi viventi. Indistruttibili. Almeno per il tempo dell’analisi. Perché il tempo dell’analisi contiene tutto il tempo. Perché di tutto il tempo in analisi si dà specchio. E perché l’analisi è luogo di forza, di passaggio di forze. C’è una forza del setting. C’è una forza che si sprigiona dall’incontro. Specchio e forza qui si corrispondono. Convengono. Conversano. Tra paziente e analisi, tra paziente e il terzo dell’analisi, (perché c’è un quarto, che tiene tutto, di cui dirò presto), lo psicoterapeuta occupa il luogo di mezzo. Se l’analisi è l’attraversamento di una forza, la sincrona rêverie di due promeneurs solitari, lo scioglimento di un confine dell’Io, il decostruirsi di un’abitudine, il venir meno di una sofferenza che il paziente difende a oltranza, lo psicoterapeuta, facendosi attraversare, sciogliendosi, fa in modo che l’analisi sia. Perché l’analisi sia, lo psicoterapeuta deve essere. Non fare. Essere, prima che fare. Deve essere quella non-azione che si compone di attraversamenti, di occulti processi, Okkulte Vorgänge come li ha chiamati Helene Deutsch. Essendo, essendo attraversabile, essendo scioglibile, lo psicoterapeuta mantiene la dynamis, la potenza dell’analisi, il suo fuoco, l’esser liberi che nel setting analitico si consuma come un essere anime.

Se è vero, come sostiene Carotenuto, che un essere umano può considerarsi veramente libero solo quando il suo corpo e la sua anima gli concedono ciò che sembra impossibile, allora è di questo che si tratta nel setting, dell’impossibile, anche dell’invisibile, dell’invisibile potenza di movimenti sottili. È allora con questo che si misura l’essere dello psicoterapeuta. Quell’impossibile e quell’invisibile sono della stessa sostanza di quanto nomino come attraversamento. Il corpo s’apre, e anche l’anima è aperta, e niente ferma niente. Questo propriamente, radicalmente è analisi: lo sciogliersi. Lo psicoterapeuta serve lo sciogliersi.

Da anni vado argomentando la tesi di un’equazione gnostica della psicoterapia dinamica, in particolare nella sua derivazione junghiana, nonché eretico-freudiana (in particolare ferencziana e rankiana), e con diretta attinenza alla variante docetica. Buber accusava Jung di aver riesumato la gnosi carpocraziana, cioè di aver divinizzato ogni istinto, di aver santificato il male (l’ombra). Io ritengo, e non è certo un’accusa, che la psicologia analitica sia l’erede, anche trasvalutante, del docetismo. Se Cristo ci salva e quella di Cristo è soltanto un’immagine cui non corrisponde un corpo che soffre, allora dobbiamo ritenere che al fondo della lezione gnostica, rivisitata sub specie analytica, la vera posta in gioco sia la dimensione salvifica dell’immagine. Lezione che non è dato per lo più trovare dalle parti di Freud e dei suoi epigoni, ma soprattutto dalle parti di Jung e, in particolare, dell’immaginale di Corbin e Hillman.

Cosa sia uno psicoterapeuta ha dunque a che vedere non soltanto con l’immaginale, ma con la potenzialità salvifica dell’immagine, con il suo primato, con l’essere prima dell’immagine e cioè con la sospensione di ogni suo supposto carattere di rimando. Nell’ottica gnostica valentiana appunto di questo si tratta, come leggiamo nel Vangelo di Filippo, della necessità di rinascere per mezzo dell’immagine. Si dirà che, in lessico valentiniano, immagine vale sacramento, ma ciò non toglie nulla a quest’ulteriore equazione gnostica che coniuga rinascita e immagine.

Il sacramento, in effetti, non è forse, una volta attraversato, immagine? In relazione poi al quinto dei sacramenti elencati dall’anonimo gnostico, quello della camera nuziale, non siamo qui ancora una volta resi testimoni di un’ascendenza gnostica (per quanto non soltanto gnostica, ovviamente) del mysterium coniunctionis alchemico-junghiano?

Un altro probante esempio di equazione gnostica della psicoterapia sono le tesi avanzate da Hillman e Carotenuto sul tradimento, tesi che rinvengono le loro lontane ascendenze nel sacramento, cioè mistero, celebrato dagli gnostici Cainiti (Giudaiti). In un certo senso la psicoterapia è una forma eonica di tradimento. In relazione a quanto sostenuto a più riprese da Carotenuto, e sulla scia della concezione ferencziana del gruppo psicoterapeuta-pazienti come banda di gangsters, si potrebbe sostenere che la diade analitica, diade creativa, generante, moltiplicante per definizione, si costituisca come tradimento dei valori collettivi (ilici, si direbbe con terminologia gnostica), cioè come loro consegna, trasposizione, riconversione sub specie individuale.

La gnosi è essenzialmente, autoconoscenza, cioè conoscenza della propria origine e della propria origineadesso. In altri termini della propria divinità. Nessuna psicoterapia può dirsi veramente tale se astrae dall’invisibile e dalla libertà che inerisce all’invisibile. Nessuno psicoterapeuta può dirsi veramente tale se vive l’invisibile soltanto come perturbante, cioè come se non fosse, in definitiva, l’invisibile anche casa sua, il suo luogo d’elezione

Lo psicoterapeuta è vuoto e generante, si fa vuoto perché si diano generazioni. Se non fosse vuoto non potrebbe essere attraversato dai fantasmi dei suoi pazienti. Di questo appunto si tratta, come anche sostiene Carotenuto, nel setting analitico, di un confronto continuo coi fantasmi dei pazienti. Direi anzi che si fa analisi soltanto là dove i fantasmi attraversano il setting. Quante analisi, invece, presunte analisi, si snodano nel tempo (che è allora un tempo soltanto immaginario) senza che veramente emergano i fantasmi?

Il fantasma è anche l’insostenibile della vergogna e la vergogna può non essere attraversata. Se però il paziente non l’attraversa, lo psicoterapeuta non ha fatto granché perché fosse attraversato. E dico “non ha fatto” impropriamente, dovrei piuttosto dire che non è stato. Se è vero che la resistenza in analisi è la resistenza dello psicoterapeuta, ciò significa che mentre il paziente non attraversa il proprio fantasma, lo psicoterapeuta non si lascia attraversare dall’analisi. Non lo fa perché non si fa vuoto.

A me sembra che l’assunto valentiniano (lo si trova nel Vangelo di Verità e nei frammenti, del valentiniano orientale Teodoto, raccolti da Clemente Alessandrino) secondo cui lo gnostico, cioè chi sa veramente, sa da dove è venuto e dove va, abbia a che vedere con un compiuto attraversamento del fantasma. Lo psicoterapeuta che non sa farsi vuoto, dunque, non sa. Il non sapere, che si coniuga all’ombra del non godere, e dunque del godimento, è fatto della stessa sostanza dell’interrompere, del riempire, del bloccare.

Condividi:
L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli