Conversazione con Carlo Lizzani un regista di sinistra che sogna Hitler e Mussolini

da Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura

Lizzani: Devo confessarle che in quel periodo (parliamo del 1942-1943) cominciavo a sognare di diventare un rivoluzionario politico di professione. Ma già nel ‘44-’45, con Roma liberata, e l’attività politica legalizzata, la vicinanza con Berlinguer mi fece capire che non avevo la tempra di tessere quella rete fitta di rapporti e conoscenze, fatta di pazienza che ci vuole per un vero politico.

Caruso: Ho letto infatti che subito dopo la guerra Lei lavorò fianco a fianco con Enrico Berlinguer alla Federazione Giovanile Comunista ma come dice Gualtiero De Santi nella bella biografia a Lei dedicata e pubblicata da Gremese nel 2001 “La strada del rivoluzionario di professione non gli era congeniale, ed in ogni caso non ebbe il sopravvento”. Credo però che la formazione politica Le sia servita come scuola di rigore intellettuale e di onestà formale per il suo cinema, che comincerei a distinguere come psicologico soprattutto rispetto alle immagini, nel senso che la sua capacità di ottenere uno scandaglio profondo del comportamento umano consiste nel mostrare crudamente ciò che gli uomini e le donne fanno, e mi riferisco a film come “Actung banditi”, “L’oro di Roma”, “Il gobbo”, “Kleinhof Hotel”, “Banditi a Milano”, “Svegliati e Uccidi”, “Storie di vita e malavita”, “San Babila ore 20”. Ma torniamo alla Sua biografia.

La mia autobiografia comincia proprio con il sogno in cui mi apparve Hitler. Hitler in realtà lo avevo visto già la prima volta nel 1938 quando mi trovavo tra i giovanissimi avanguardisti che lo salutavano in via IV Novembre a Roma. Ne avevo sentito però l’odore malsano anche a Berlino nel 1947 dove mi trovavo come aiuto regista di Rossellini per “Germania Anno Zero”. Dalle macerie del bunker e della Cancelleria, esalavano ancora miasmi che sapevano di putrefazione, di morte. Il sogno viene a visitarmi nel 1960, o forse era il ‘61. Sto girando un film. Durante la pausa mi accorgo che una delle comparse è proprio lui, Adolf Hitler. Chiedo al maestro d’armi di procurarmi subito una pistola che mi viene fornita. Sono così deciso ad affrontarlo ma mi accorgo di procedere molto lentamente perché in realtà sono diviso interiormente tra due grandi possibilità: diventare un eroe, il giustiziere del secolo che passerà alla storia per aver cancellato dalla faccia della terra l’artefice dell’Olocausto oppure l’artista, l’autore che riesce a farsi raccontare i segreti del Bunker, colui insomma che mette a punto uno scoop mondiale, che gli consente di entrare nel labirinto del cervello del più malefico criminale della storia, intervistandolo in un posto tranquillo. Sono deciso però a spaventarlo, a metterlo in ginocchio e la pistola serve proprio a questo… ma nell’attimo in cui sto per premere il grilletto mi sveglio e resto con una sensazione di amaro e il desiderio di saperne di più. Come ho scritto nella mia biografia, continuo ancora oggi ad interrogarmi sui molteplici significati di quel sogno.

Abstract

Amedeo Caruso continua la sua investigazione psicologica sulle tracce junghiane del Cinema Italiano d’Autore. Questa volta intervista il Regista Carlo Lizzani che è stato quando era giovanissimo, assistente di Roberto Rossellini. Scopriamo in questa conversazione che Lizzani ha effettuato due importanti incursioni cinematografiche nel campo psicologico. La prima è un film piuttosto raro, intitolato “La casa del tappeto giallo” con un quartetto di attori bravissimi, nel quale viene inscenato un vero e proprio psicodramma volto a curare la moglie del protagonista, con un finale amaro ma giusto, forse per mettere in guardia contro gli impostori della psicoanalisi. L’altro film, “Cattiva”, è dedicato alla figura del giovane Jung alla Clinica Burgholtzi, prima di conoscere Freud, alle prese con uno dei suoi primi casi clinici, del quale lo psicoanalista svizzero parla nel suo libro più intimo, “Sogni ricordi e riflessioni”. L’autore riceve anche le confidenze oniriche di questo maestro del Cinema Italiano, che non ha paura di sognare Hitler e Mussolini e che ha attraversato “il secolo breve” segnandolo con film incisivi come “Celluloide” e “Il processo di Verona”, “Cronache di poveri amanti” e “L’oro di Roma”.

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L'autore
Amedeo Caruso