Carattere e nevrosi. L’enneagramma dei tipi psicologici

Naranjo Claudio, Carattere e nevrosi. L’enneagramma dei tipi psicologici, 1994. Traduzione di Cristiana Carbone. Roma, Astrolabio, 1996
La recensione è apparsa nel Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 42, 1997

Cos’è il carattere? Dal momento che, per Naranjo, uno dei più prestigiosi successori di Fritz Perls, la comprensione profonda del carattere costituisce la base migliore per l’efficacia di qualsivoglia terapia e, dunque, una terapia centrata sul carattere coglie nel segno meglio di una che si limiti ai sintomi o ai ricordi, allora la risposta a questo interrogativo si rivela di fondamentale rilevanza per qualsiasi discorso terapeutico ma, anche, psicologico in genere e, soprattutto, esistenziale. Dico «esistenziale» perché il livello dell’essere è costantemente tenuto presente in questo lavoro denso, prezioso e, al tempo stesso, alchemicamente sottile. La psichiatria esistenziale (la cui conoscenza Naranjo dichiara di dovere all’insegnamento di Matte Blanco) costituisce, come vedremo anche più avanti, una delle fonti più probanti del pensiero di Naranjo. Il quale cerca di irrorare nel fiume dei linguaggi psicologici termini come «illusione metafisica» (ovvero assunto erroneo riguardo all’Essere), «oscuramento ontico», «compensazione ontica», «pacificazione ontica» e ritiene, fondamentalmente, che alle radice di tutte le patologia vi sia una dimenticanza del sé. Il carattere, dice Naranjo, è lo scheletro della nevrosi. Col che si giustifica, inizialmente, il titolo stesso del suo scritto. Già a partire dal titolo, insomma, Naranjo vuole dirci che il nucleo della nevrosi è di tipo caratteriale. In ciò Naranjo si pone sulla scia di Wilhelm Reich, che cita, secondo il quale il carattere costituisce la modalità fondamentale di difesa. Fonte più diretta del pensare di Naranjo, e fonte più volte citata con ammirazione, è però Karen Horney, alla quale Carattere e nevrosi è dedicato. A Karen Horney è ben presente che la sintomatologia è epifenomenica rispetto ai sottostanti tratti caratteriali conflittuali. Non ha dunque più senso distinguere nevrosi sintomatiche e disturbi di carattere. Si dovrà invece partire dall’assunto che, come anche ha affermato David Shapiro, debitamente citato, tutte le nevrosi sono caratteriali, ovvero alterazioni dell’intera personalità. Per Naranjo, tuttavia, stante la cifra esistenziale che anima il suo pensare, il carattere è ancora altro. Naranjo lo dice chiaramente nel congedare la propria introduzione. «L’essere» scrive «non è mai là dove sembra … è possibile trovarlo soltanto nel modo più improbabile: accettando il non essere e intraprendendo un viaggio nella vacuità». Se c’è qualcosa come un’autoregolazione dell’organismo, se c’è un’essenza fondata su un centro emotivo superiore, su uno intellettuale superiore e sul puro istinto e se tale essenza si contrappone alla personalità (nella quale l’istinto si scinde in modo triplice e guarda alle seguenti mete fondamentali: sopravvivenza, piacere, desiderio di rapporto), allora il carattere opera come interferenza rispetto all’autoregolazione e, diciamo così, a quel facile fluire della vita cui hanno pensato gli stoici greci antichi e che noi possiamo a nostra volta ripensare come natura o come puro istinto. Se qualcosa non funziona in noi in modo fondamentale, se siamo in disaccordo con noi stessi, se siamo la cifra qui e adesso di un conflitto di base, tutto ciò non è che il risultato di «un’interferenza con l’autoregolazione dell’organismo attraverso il carattere». Dal momento che carattere è un insieme di tratti Naranjo considera ogni enneatipo anche a partire dai relativi tratti caratteriali. Dire quali siano le fonti della tipologia enneagrammatica di Naranjo equivale a riassumere il pensiero tipologico della psicologia del novecento. Tanti, e sempre debitamente citati, sono gli autori di riferimento cui egli si richiama. E’ utile, a tale proposito, ricordare come nella propria premessa Naranjo rediga una breve storia dei suoi incontri con le tipologie esistenti e via via affrontate. I termini «tipologia» e «enneagramma» possono essere utilmente nonché provvisoriamente tenuti separati al fine di ben ordinare l’elenco delle influenze. Dalla parte della tipologia stanno, ad esempio, Evagrio Pontico (il fondatore del misticismo monastico), Kurt Schneider, Ernst Kretschmer, William Sheldon, l’analisi fattoriale (Hans Eysenk e Raymond Cattell), Jung, la medicina omeopatica (valga tra tutte la menzione della personalità arsenicum equiparata da Catherine Coulter al perfezionista per antonomasia e da Naranjo all’enneatipo uno), il DSM-III. Dalla parte dell’enneagramma vige l’influenza della psicologia della Quarta Via (Gurdjieff e il maestro Sufi di Naranjo, Ichazo). A metà strada si collocano numerosi psicoanalisti, psicologi umanisti etc.: Karen Horney (citata anche in riferimento alla importante questione dell’autoanalisi e il cui metodo terapeutico Naranjo giudica il più importante per la propria guarigione), Maslow e Matte Blanco sugli altri, ma anche Abraham, Reich, Melanie Klein, Fenichel, Fairbairn, Guntrip, Fromm, Kernberg. Va ovviamente menzionato il fondatore della terapia della Gestalt, Fritz Perls, un rivoluzionario della coscienza e uno «che insisteva a definire il suo metodo olistico ed esistenziale a un tempo». Un altro gestaltista, ricordato per aver introdotto nel vocabolario della Gestalt il termine «deflessione», è Erving Polster. Un ulteriore elemento di interesse del lavoro di Naranjo è costituito dal tentativo di confronto programmatico con la tipologia di Jung. Naranjo parla espressamente di una «spiegazione sistematica della corrispondenza degli enneatipi con i tipi psicologici junghiani». Va rimarcato tuttavia che nella tipologia junghiana si tratta di due atteggiamenti (introverso, estroverso) per quattro funzioni (irrazionali, sensazione, intuizione, e razionali, pensiero sentimento), laddove nella tipologia di Naranjo si tratta del numero nove. La preferenza per il nove, come s’è detto, viene da Gurdjieff, il quale ritiene che l’enneagramma sia un simbolo universale per mezzo del quale diventa possibile interpretare qualsiasi scienza. «L’idea di Gurdjieff» scrive Naranjo sulla scia di Ouspensky «è che la scienza dell’enneagramma è stata tenuta segreta per molto tempo, ma che ora è più accessibile alla comprensione di tutti, anche se solo in modo incompleto e teorico, tanto che rimane praticamente inutilizzabile a chi non sia stato istruito da qualcuno che ne abbia piena competenza». Questo qualcuno, nel caso di Naranjo, è, come s’è detto, il maestro sufi Ichazo. A partire dalla definizione di carattere, dalla sua composizione, dalle fonti prese in considerazione da Naranjo è agevole comprendere la struttura portante dei capitoli dedicati agli enneatipi. Ogni enneatipo è inizialmente configurato secondo passioni e tratti patologici generali. La successione contemplata nel testo di Naranjo è la seguente: rabbia e perfezionismo (enneatipo uno), avarizia e distacco patologico (enneatipo cinque), invidia e carattere depressivo masochista (enneatipo quattro), carattere sadico e lussuria (enneatipo otto), gola, fraudolenza e personalità narcisistica (enneatipo sette), superbia e personalità istrionica (enneatipo due), vanità, inautenticità e orientamento mercantile (enneatipo tre), vigliaccheria, carattere paranoide e accusa (enneatipo sei), inerzia psicospirituale e tendenza alla mediazione (enneatipo nove). Per ogni enneatipo vengono esaminate la teoria nucleare, la classificazione e collocazione nell’enneagramma, vengono esaminati in una seconda sezione gli antecedenti nella letteratura scientifica (con spunti sovrappositivi di grande interesse). Segue l’esame della struttura caratteriale (ovvero l’analisi dei singoli tratti sottostanti. In una quarta sezione è la volta dei meccanismi di difesa. Una quinta e sesta sezione finali svolgono ulteriori osservazioni eziologiche/psicodinamiche e psicodinamiche esistenziali. In appendice al testo figurano infine alcune osservazioni per una diagnosi differenziale, una sorta di fuoco incrociato tra i tipi, tutti messi sinteticamente a confronto e discriminati nelle loro specificità. A illustrazione di come procede Naranjo vale la pena di soffermarsi su un enneatipo. Per l’importanza fondante rispetto a tutti gli altri la scelta non può che cadere sull’enneatipo nove, l’inerte psicospirituale caratterizzato da una tendenza alla mediazione. In termini cristiano-antichi, quelli ad esempio di Evagrio Pontico ma anche di Gregorio Magno, Isidoro, Tommaso, l’enneatipo nove è l’uomo afflitto dalla akedìa, ovvero accidia, quella sorta di pigrizia dello spirito che Baudelaire ha ritradotto per noi come spleen. Naranjo parla inoltre di perdita di interiorità e di sindrome di bontà (ovvero, potremmo dire, di bontà nevrotica). Il suo motto è «non creare guai». Con altra terminologia, a me più congeniale, si tratta di quel non saper odiare di cui ho parlato relativamente a Ferenczi e ai suoi rapporti con Freud. Se con Lacan non si deve cedere sul proprio desiderio, potremmo sostenere che una analisi riuscita porta, come direbbe Jung, i pazienti a pensare più a se stessi. Jung diceva che chi va in analisi è odiato appunto per questo motivo. Un’analisi riuscita, in altri termini, è una passe del saper odiare. Di seguito alla enucleazione dell’enneatipo e alla sua collocazione nell’enneagramma Naranjo affronta gli antecedenti della letteratura scientifica. Sfilano nella circostanza, per gli opportuni confronti, lo psicopatico abulico di Schneider, il ciclotimico di Kretschmer, il viscerotonico di Sheldon, il masochista dei bioenergetici, a personalità dipendente del DSM-III, l’introverso sentimento di Jung, l’estroverso sensazione di Marie-Louise von Franz etc. Quanto ai tratti che descrivono il tipo nove Naranjo elenca e discute l’inerzia psicologica, l’iperadattamento, la rassegnazione, la generosità, la trasandatezza, le abitudini da automa, la facilità a distrarsi. Tra i meccanismi di difesa Naranjo dà speciale risalto alla deflessione, intesa però in modo più ampio rispetto a Polster. Quest’ultimo parla di una riduzione di contatto interpersonale, mentre Naranjo estende tale riduzione anche al contatto intrapersonale e al contatto in genere. Seguono la sezione eziologica e le note psicodinamiche, nonché una breve disamina delle combinatorie enneatipiche genitori-figli (le combinatorie andrebbero secondo me estese anche ad altre coppie significative, ad esempio ai coniugi). Chiude la disamina dell’enneatipo nove una sezione sulle psicodinamiche esistenziali. L’enneatipo nove, ma la stessa cosa potrebbe dirsi degli altri enneatipi (il che la dice lunga sulla centralità del tipo nove nell’enneagramma), è uno che ha dimenticato il sé e vive in regime di «pseudomaturità». In coda a questa visitazione del testo di Naranjo voglio tirare in ballo un critico delle tipologie, il fondatore della psicologia archetipica James Hillman. In particolare mi riferisco al suo testo Egalitarian Typologies versus the Perception of the Unique, pubblicato nel 1980 e derivato da una conferenza tenuta a Eranos. Non condivido la liquidazione del tipologico operata da Hillman. La tipologia può forse distanziarci dall’unico e, tuttavia, è un modo, psicologico, di originare racconti, di raccontare e di raccontarci. Nella versione offertaci da Naranjo essa ha l’ulteriore pregio della cifra storico-religiosa. Chi non saprebbe riconoscersi in un enneatipo dell’enneagramma della passioni? Chi non saprebbe riconoscersi come orgoglioso, pauroso, goloso, invidioso etc.? Nell’enneagramma delle passioni il cristianesimo viene per così dire trasvalutato sub specie psychologica con rilevanti risultati. Ma è ancora un altro il merito del lavoro di Naranjo e si tratta d’un merito prospettico, tale da richiedere ulteriori consolidamenti. Carattere e nevrosi può essere anche letto nella prospettiva d’una unificazione dei diversi linguaggi psicologici. Un analogo tentativo, in chiave squisitamente psicologica, era stato tentato da Carotenuto in Discorso sulla metapsicologia agli inizi degli anni ottanta. Nel caso di Naranjo ciò che appare di particolare rilevanza è costituito dal fatto che il collante dell’unificazione dei linguaggi sia costituito da un discorso sulla tipologia.

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L'autore
Giorgio Antonelli
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