Amore, anima, morte. Le relazioni di Psiche

in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, 10, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2010 – Estratto

Raccontare di amore, Anima e morte in una prospettiva mitologica ci permette di entrare in uno dei labirinti più antichi della storia dell’umanità, scrutare gli enigmi di un rapporto d’amore/morte ponendosi di fronte agli antichi misteri del Femminile e del Maschile e alle ferite della Psiche. Sembra che mai, come in questo campo, gli opposti trovino una loro intima connessione e un’ambivalenza ricca di paradossi e contraddizioni. L’amore è sofferenza e la sofferenza è amore… Non sembra qui tanto rifarsi solamente a una concezione masochistica del rapporto d’amore, piuttosto quanto a una particolare archetipicità aprioristica della morte e dell’amore: come se la sofferenza stesse accanto a Eros e Eros fosse impregnato di dolore. Collocare Eros all’interno della morte apre la strada a un mondo di connessioni, legami, unioni, immagini e fantasie: si ha la possibilità di erotizzare la sofferenza e di rendere malinconico l’amore. Il pathos viene colorato dall’amore acquistando un senso per sopportare e convivere con le pene di Eros e questi una maggiore e sottile consapevolezza psichica. Il pathos in questo ambito recupera un significato che va oltre la sfera personale, umana e apre direttamente la strada verso il mondo dell’Anima, intesa come archetipo mercuriale della vita.

La freccia di Eros apre i varchi puntando verso i nostri buchi affettivi, eccita e ferisce la nostra follia, penetra nelle manie depressive e fa diventare umani: “La freccia di Eros punta verso queste ferite, rendendoci consapevoli di questi varchi nella personalità, di questi aspetti mai guariti, luoghi di caos. Da queste ferite sgorga l’amore, poiché esso scorre più prontamente dalle ferite e dalle psicopatologie che dalla forza”.

Eros è un daimon, una freccia che ferisce e unisce, tocca con l’intuizione i sentieri dell’Anima annullando le categorie spazio-temporali; viaggia in tutti i luoghi e in quanto figlio di Poros (pienezza) e Penia (povertà) cammina lungo i viali della vita e della morte, fa vibrare le corde del sentire con una dolce armonia e riempie di lacrime la “valle del fare Anima”.

[…]

Eros a differenza degli altri dei, è legato a Dionisio, l’energia della vita indistruttibile, a Hermes il messaggero che apre le porte con l’intuizione, a Fanete che porta luce, a Priapo che incarna l’aspetto fallico, a Pan signore della paura: siamo spesso spaventati nell’amore e abbiamo paura di amare chiedendo consigli e suggerimenti. Eros pertanto si pone come uno strumento, ricettacolo di aspetti e funzioni diverse: “unisce nella sua natura l’elemento fallico, quello psichico e quello spirituale e, anzi, trascende la via del singolo vivente”.

Eros rappresenta pertanto uno dei poli che costella la favola d’Apuleio, legato inizialmente a una condizione di bellezza e verginità psicosomatica della giovane fanciulla. È interessante notare come Eros sia in stretta relazione con sua madre Afrodite e venga da lei utilizzato all’interno di una dinamica di rivalsa e competizione con la mortale Psiche, con l’artifizio dell’inganno e della vendetta.

Eros è la freccia di cui si serve Afrodite per far rimanere integro il proprio narcisismo, mezzo per ristabilire l’assoluto potere afrodisiaco minacciato dalla verginità psichica della fanciulla, il bocciolo dell’antico mito di Demetra e Kore. La freccia e l’arco di Eros sono al servizio di un Femminile/materno; Eros in qualità di figlio/amante, deve soddisfare l’onnipotenza e il narcisismo di Afrodite. In tale aspetto iniziale, l’amore si presenta come un desiderio legato al potere della madre, la freccia scocca per seguire la vanità, l’eccentricità, la vendetta e la gelosia di lei.

In tale iniziale relazione non c’è confronto, vis à vis, tra Eros e l’Altro; esiste solamente l’abbraccio con la Grande Madre che il figlio/amante deve fecondare per portare a compimento il progetto materno di unione simbiotica, annullando ogni forma di relazione triangolare che apre al mondo del terzo, alla fantasia di un’altra fanciulla diversa dal materno: “È la Grande Madre che, per distruggere la Hybris umana, si unisce al proprio prediletto figlio divino, al libero arbitrio delle potenze celesti, di fronte alle quali l’umano non è che la volgarità terrena destinata a morire (…). La malvagia bellezza di questa coppia immortale esercita un fascino al quale nessun lettore del racconto può sottrarsi. La dea onnipotente, la Grande Madre, la cui immagine originaria include in sé un potere stregato e magico che giunge fino a trasformare gli uomini in animali, dispiega la sua mortale magia di amore con l’ambigua spudoratezza di una donna divinamente spietata e davvero senza anima.

Abstract

L’autore in tale lavoro focalizza l’attenzione sul tema dell’Amore e della Morte in relazione al concetto di Anima secondo la psicologia analitica, partendo dalla favola di Apuleio su “Eros e Psiche”. In tale contesto, particolare accezione viene data al termine morte in relazione alle nozze di morte della giovane Psiche e alla ricerca della propria individuazione che passa attraverso il confronto con l’abbandono alle forze paniche e l’incontro con le forze infere, riguardante il tema della bellezza e della morte. In tale prospettiva, l’Anima attraverso i sentieri e le esperienze umane dell’Amore, viene preparata ed educata a leggere i fenomeni psichici, non in maniera letterale, ma dal punto di vista immaginale, dando senso e significato simbolico agli eventi, la cui meta finale è rappresentata dalla metafora della morte intesa come incontro con l’esperienza religiosa del numinoso e della trasformazione. La morte pertanto intesa come metafora del viaggio trasformativo, meta finale della vita umana, ma se vissuta sul piano immaginale dall’individuo lo apre ai dubbi e agli interrogativi dell’esistenza individuale e collettiva di fronte ai grandi temi archetipici.

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L'autore
Ferdinando Testa
Ferdinando Testa