Vol. 6 – Dalla maieutica al transfert. Psicoterapia e consulenza filosofica a confronto

Dalla maieutica al transfert. Psicoterapia e consulenza filosofica a confrontoVolume 6, aprile 2008

Editoriale

In questo numero del Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura si fa questione delle relazioni tra filosofia e psicologia dinamica, con particolare riferimento alla consulenza filosofica, la disciplina inaugurata in Germania nel 1981 da Gerd Achenbach. Si tratta di relazioni innanzitutto e per lo più tormentate con poche estasi. Per Freud la filosofia era un diavolo la cui seduzione, il monismo, la tendenza all’unità, operava nella direzione di un riassorbimento quietistico di ogni conflittualità e differenza. Jones pensava che una persona sana di mente non avesse bisogno di filosofia. Uno dei pionieri della psicoanalisi negli Stati Uniti, Putnam, forte della sua liaison con William James, ha pervicacemente tentato di convincerli ad abbracciare la filosofia, a hegelizzare la psicoanalisi. Invano. E, tuttavia, il termine psicologia è l’invenzione di un filosofo, Rudolf Göckel. Leibniz concepisce una nuova disciplina che chiama dinamica, concepimento nel quale si tratta anche della critica rivolta a Descartes in merito alle piccole percezioni, l’inconscio cioè, critica reiterata da Wolff, che scriveva nella Metafisica tedesca: “Nessuno pensi che io cerchi l’essenza dell’anima nella coscienza di noi stessi e che, con i cartesiani, voglia sostenere che nell’anima non vi possa essere nulla di cui essa non sia cosciente.” È ancora un filosofo, né a ben vedere potrebbe essere altrimenti, quel Wundt che inaugura la psicologia cosiddetta scientifica. La prima rivista di psicologia, da Wundt stesso fondata nel 1878, reca l’eloquente titolo Philosophische Studien. Trascorrerà un quarto di secolo prima che quell’intestazione venga sostituita dall’altra: Archiv für die gesamte Psychologie.

L’inconscio, dal canto suo, è stato da sempre terreno di considerazioni filosofiche, anche se Freud ritiene, con ottime ragioni, che l’inconscio della psicoanalisi sia tutt’altra cosa dall’inconscio dei filosofi. Ne L’inconscio prima di Freud, pubblicato nel 1979, Lance Whyte ha enumerato una nutritissima sequela di teologi, filosofi, medici e scrittori scopritori dell’inconscio. Tra i filosofi figurano Fichte, Schelling, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche e, prima ancora, Agostino, Tommaso, Cartesio, Pascal, Spinoza, Shaftesbury, Leibniz, Vico, Wolff. Si può anche raccontare la storia della filosofia a partire dall’intuizione della realtà dell’inconscio. Tuttavia una cosa è intuire e nominare l’inconscio, altra cosa è farne pratica, goderne e darne a godere. Deleuze ha anche proposto di confrontare l’inconscio di Bergson con quello di Freud, dal momento che, scrive, lo propone Bergson stesso. E, però, scrive anche Deleuze “Bergson non usa il termine inconscio per designare una realtà psicologica al di fuori della coscienza, ma per designare una realtà non psicologica – l’essere così come è in sé.” Si tratterebbe qui, insomma, di inconscio ontologico. Lo stesso ricordo puro, come lo chiama Bergson, non ha nessuna esistenza psicologica e “perciò viene chiamato virtuale, inattivo e inconscio”. Sartre ridisegna una psicoanalisi altra, che chiama esistenziale, nella quale non c’è posto per l’inconscio di Freud. In Sartre & Psychoanalysis, pubblicato nel 1991, Betty Cannon, psicoterapeuta di matrice umanistica, ha messo a confronto il filosofo francese con Freud, postfreudiani e Lacan, e declinato una via sartriana alla pratica clinica.

È certamente su questo discrimine, il discrimine dell’inconscio, il discrimine della metapsicologia psicoanalitica, il discrimine di transfert e controtransfert, il discrimine della terapia, che le relazioni tra filosofia e psicologia dinamica, tra psicologia dinamica e consulenza filosofica, si fanno particolarmente impervie. Emblematico a riguardo appare l’incontro tra Heidegger e Lacan avvenuto nella Pasqua del 1955. Nella circostanza Lacan, insieme a Jean Beaufret, si reca a Friburgo in visita al filosofo di Essere a Tempo. Heidegger non conosce il francese e Lacan non parla il tedesco. Nondimeno, attraverso i buoni uffici di traduttore di Beaufret, Heidegger pone a Lacan una domanda sul transfert. Lacan risponde che il transfert non è quello che si pensa di solito, ma qualcosa che inizia nel momento in cui si decide di rivolgersi a un analista. Beaufret ritraduce la risposta di Lacan in termini più congeniali a Heidegger: il transfert non è qualcosa di interno alla psicoanalisi, ma una sua condizione a priori, nel senso in cui Kant parla di condizioni a priori dell’esperienza. Al che Heidegger, presumibilmente soddisfatto dalla riformulazione di Beaufret, risponde: “Ach so!”. Non un granché come dialogo tra il più grande dei filosofi e il più grande degli psicoanalisti, il maestro assoluto come qualcuno ha voluto chiamare Lacan. Né appare un granché il commento di Heidegger agli Scritti che lo psicoanalista francese gli aveva inviato con dedica, commento testimoniato da Medard Boss. Lo psichiatra, cosi si espresse nella circostanza Heidegger, ha bisogno di uno psichiatra.

Non casualmente Derrida, con frase ripresa da Foucault, ha rivendicato la necessità di essere giusti con Freud. Non che manchino, ovviamente, filosofi che sono stati giusti con Freud. In un contributo di Rorty su Freud del 1986, il padre della psicoanalisi è posto a confronto con Platone, Bacone, Hume, Kant. “A differenza di Hume” scrive Rorty “Freud ha cambiato la nostra immagine del sé”. E ancora: “Freud abbandonò la metafora platonica del vedere più chiaramente in se stessi in favore dell’idea baconiana della teoria come strumento utile a provocare auspicabili cambiamenti”. L’assunto di Rorty si lascia comparare con il costrutto di cura di sé e, insomma, con l’ermeneutica del soggetto di Foucault, un autore variamente invocato dai consulenti filosofici. Se i filosofi, non moltissimi, sono stati giusti con Freud, Freud, Derrida non lo dice, non è stato giusto con i filosofi. Né, dobbiamo aggiungere, lo è stato Jung, nonostante abbia concepito l’equazione nietzscheana della triade Freud-Jung-Adler. Un assunto, questo dell’impronta nietzscheana della psicologia dinamica, non riconosciuto da Freud, ma ampiamente abbracciato da autori diversi come Adler, Federn e Rank.

Non sorprende che Hillman abbia definito Heidegger, sulla scia di analoghi anatemi pronunciati da Jung, un essere non psicologico. A dispetto di questa certamente non conciliatoria definizione Robert Avens ha tuttavia tentato di armonizzare la lezione heideggerriana con la psicologia archetipica nel segno della gnosi. Lo ha fatto in un libro, del 1984, provvisto di un eloquente titolo La nuova gnosi. Heidegger, Hillman e gli angeli. La gnosi viene variamente intesa da Avens come capacità negativa (lungo la traiettoria che dal poeta romantico Keats porta allo psicoanalista revisionista Bion), come termine medio tra fede e ragione, come fare anima, come conoscenza intesa alla salvezza, come il nome antico della psicologia del profondo. Quanto agli angeli si tratta di una ripresa del vettore fenomenologico: la fenomenologia trasla a una angelologia. Un modo sincretico, via Corbin e filosofia iranica, di riconcepire l’ascesi di Husserl, il quale, perfetto contemporaneo di Freud, non lo nomina mai né è mai da questi nominato, a dispetto del fatto, vale la pena di aggiungere, che, sia pure in tempi diversi, ambedue hanno frequentato le lezioni di Brentano.

Per quanto riguarda la consulenza filosofica si tratta, in essa, del desiderio di mostrare la potenza, la Wirklichkeit, la felicità della filosofia. Hanno fondate ragioni storiche, i consulenti filosofici, di esibire un tale desiderio. Il riferimento corre, in particolare, all’antica ascesi, ovvero pratica, filosofica: a Epicuro, per il quale è vuoto l’argomento di quel filosofo che non riesce a guarire alcuna sofferenza dell’uomo, ai filosofi stoici greci e soprattutto romani, alla phronesis di Aristotele, a Socrate, una sorta di archetipo della disciplina inaugurata da Achenbach. E, però, rimane la questione di cosa ne sia della terapia una volta che i consulenti entrano in gioco con i consultanti. I filosofi denunciano il trucco, lo scivolamento della terapia, denunciano la cultura della terapia. La coscienza terapeutica è un fardello dal quale occorre liberarsi. Gli psicoterapeuti esistenziali, continuatori di Binswanger e Boss, sostengono che la psicoterapia esistenziale non mira a curare, ma a descrivere. I consulenti filosofici, anche loro, critici della mistica terapeutica, negano di fare terapia, pur riconoscendo che gli incontri consulenziali possono rilasciare effetti collaterali terapeutici. Tali collateralità terapeutiche, tuttavia, non sembrano meritare una considerazione filosofica. La consulenza filosofica è filosofia e del suo resto terapeutico non si fa questione. Non sorprende, dunque, che in ambito di consulenza filosofica, ci si possa imbattere in espressioni quali transterapeutico e depsicoanalizzare (il consultante). Per più di un verso si potrebbe sostenere che a una delle origini della transterapeucità, della similterapeuticità (anche in questa ci si può imbattere) e della depsicoanalizzazione si stagli l’anatema a suo tempo lanciato, nel 1913, da Jaspers in Psicopatologia Generale. Solo ai maestri più grandi, cioè a quelli che Jaspers chiamava gli autorivelatori (tra i quali figurano Kierkegaard e Nietzsche), si dovrebbe consentire di definire l’immagine dell’uomo e di plasmare le modalità secondo le quali si parla dell’anima. Su Freud, Jung e Adler, continua Jaspers “non si può fondare alcun movimento che abbia l’alto rango che si deve pretendere dalla psicoterapia”.

In relazione a queste problematiche i nostri tirocinanti e collaboratori Valentina Cannavacciuolo, Silvia D’Offizi, Daria Filippi, Marina Malizia e Alessandro Uselli, hanno letto e “schedato” buona parte della letteratura esistente sulla consulenza filosofica. Nella rubrica Schede appaiono alcuni loro lavori. La parte restante di essi è invece pubblicata e liberamente consultabile sul sito web del Centro Studi di Psicologia e Letteratura: www.centrostudipsicologiaeletteratura.org\schede. In appendice al volume viene offerta al lettore una bibliografia specificamente dedicata alla consulenza filosofica e alle relazioni tra filosofia e psicologia, bibliografia che appare, anch’essa, sul sito del Centro Studi di Psicologia e Letteratura.

Ringraziamo, per aver collaborato a questo numero del Giornale Storico, lo psicoanalista brasiliano Alexandre Jordao, Bruno Callieri, che discretamente e preziosamente, collabora con il Centro Studi, Guido Traversa e Neri Pollastri. Un ringraziamento particolare va, infine, a Umberto Galimberti per la sua videointervista, calorosamente concessa ai soci del Centro Studi, e la cui trascrizione il lettore può leggere in questo numero.

Giorgio Antonelli

Indice

  • Editoriale
  • Giorgio Antonelli, Schizzi genealogici psicofilosofici
  • Amedeo Caruso, Intervista a Galimberti. Operazione Tuono-Ga
  • Alexandre Jordao, Nietzsche incontra Winnicott
  • Bruno Callieri, La dimensione fenomenologica come prolegomeno ad ogni prassi psicoterapeutica
  • Guido Traversa, A mo’ di manifesto filosofico per la consulenza filosofica
  • Neri Pollastri, Un estraneo in famiglia. Sulla relazione tra consulenza filosofica e psicoanalisi
  • Antonio Dorella, Logos e Pathos. Il pensiero e le emozioni nella terapia della parola
  • Simonetta Putti – Roberto Cantatrione, Libertà di pensiero e stigma sociale
  • Schede
  • Bibliografia
  • Viste
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