Recensione de Il femminile nella fiaba

di Carolina Venturini

Le amanti della psicologia del profondo lo considerano un testo imprescindibile.

Per i non addetti ai lavori Marie Luoise von Franz è l’allieva del Maestro, Carl Gustav Jung. In molte sono cresciute grazie a “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estès, analista junghiana e in molte abbiamo notato nella bibliografia il debito che costei ha nei confronti della Von Franz. Dopo aver letto “Il femminile nella fiaba” mi trovo – e con non poco stupore – molto d’accordo con Donald Kalshed, altro psicoterapeuta junghiano americano, quando affermava la sua personale opinione ne “Il mondo interiore del trauma” in merito al famoso libro della Estès, indicandolo come divulgativo.

“Il femminile nella fiaba” è precursore di “Donne che corrono coi lupi”, nonché testo dai significati profondi capace di spezzare le barriere e giungere preciso laddove più duole la ferita. Senza intenti sadici da parte della Von Franz, ma come Dante e la Leonard (giusto per citarne alcuni) indicavano nel passaggio nel fuoco quel momento salvifico per l’essere umano, l’autrice non si nasconde dietro falsi segreti di Pulcinella.

“Il femminile nella fiaba” è un testo per tecnici del mestiere e non. Può annoiare chi non nutre interesse nell’ambito psicologico. Può infastidire chi non ha voglia o non è pronto.

Può risultare ostico nel suo uso reiterato di termini tecnici o specifici.

La prima difficoltà che si incontra leggendo questo testo è proprio la terminologia: questo è un testo creato probabilmente con scopi didattici per gli allievi nel capo della psicologia, tuttavia non vi scoraggiate. L’importante è riuscire a dare fiducia al testo e all’autrice, secondo me.

Il libro è diviso in una decina di capitoli, lo strumento più lampante su cui è intessuto il testo è la favola. “Vassilissa”, “La ragazza senza mani”, “La bella addormentata nel bosco” e “Biancaneve e Rosaspina”: queste le protagoniste che ci guideranno attraverso le lande più ostiche e belle di noi stesse. “Vassilissa” e “La ragazza senza mani” le ritroveremo nel testo di Clarissa Pinkola Estès, così come molti altri simboli verranno resi accessibili dall’uso di ulteriore materiale favolistico.

Marie Louise Von Franz tratta le favole come fossero un sogno “del collettivo”e ne parla usando quelle digressioni che tanto amo e apprezzo di Jung in cui c’è spazio per mitologia, alchimia, archetipi, sciamani, mandala ecc.

C’è una forza straordinaria negli scritti di questa donna, una forza che le permette di creare un mondo dai confini sconfinati in una semplice frase non elaborata.

Ogni suo rigo può essere studiato, analizzato, sentito “con la pancia”, con il cervello, con la lente d’ingrandimento, con le ferite, con le speranze ed apparire sempre diverso, gradoni d’accesso al profondo.

I temi di questo libro sono variegati ma fondamentali: la responsabilità individuale, l’ Ombra, il passare “through”, le conseguenze positive e negative, i momenti di “nigredo”, attraversare la depressione, il nero . I complessi materni positivi e negativi, i complessi paterni positivi e negativi e le conseguenze sulle donne, sui loro comportamenti, sulle loro reazioni, difficoltà o punti di forza.

La solitudine e la mancanza d’amore, cosa comporta la privazione nei primi anni di vita.

L’ingenuità delle donne (e il pericolo che ne segue, in cui quasi sicuramente cascheranno), la pietà delle donne (territorio di manipolazione e lotta di potere) la cattiveria delle donne, l’aggressività repressa o manifesta. L’importanza della consapevolezza e dell’affrontare.

La Von Franz parla anche della Madre Terribile. E’ stupefacente come l’autrice riesca a parlare con tale durezza dei comportamenti meschini o vigliacchi femminili (che prima o poi hanno fatto parte di noi, sicuramente) senza salire sul pulpito o sembrare intoccabile. Ne parla soffrendo lei stessa per ciò che racconta. Non fa sconti, non ha “pietà”, non gira intorno alle parole. La si potrebbe definire brutalmente:”Pane al pane e vino al vino”. Bruciano le sue parole, oh se bruciano! Però è un bruciore che fa bene, se lo accogli. E’ un libro che smuove, anche se il motore che ti spinge a sostenerne il contatto parrebbe essere la mera curiosità.

Molto spazio viene dato alle conseguenze delle mancanze nella fase primaria della vita; verranno raccontate le conseguenze note come insicurezza, depressione, solitudine, aridità, perdite o amputazioni interiori. Eppure c’è speranza. Se il fuoco forgia la nostra anima allora esiste una reale possibilità di cambiare il corso della propria vita, l’approccio, la visuale, l’agire. Una possibilità per l’amore. Non quello romantico, da soap opera o Grande Fratello. Ma l’Amore.

La parte più dura da accettare, leggendo, è stata questa per me: una fetta di vita è persa per sempre, inabissata in quella catena di cause e conseguenze, scelte, responsabilità e mancanze che hanno costituito i crateri che hanno portato alla selva oscura, ove la dritta via era smarrita. Ciò che verrà dopo tutto questo, come Dante suggerisce, sarà arricchita da ogni lacrima versata prima, se quest’ultima non sarà caduta nell’oceano dell’indifferenza, disinteresse e inconsapevolezza verso il proprio percorso e il proprio essere umani.

La Von Franz racconta anche di quelle donne (di primo acchito da invidiare) intoccate dall’assenza o indifferenza. Parla di coloro che hanno sempre trovato sostegno e risorse. Queste donne sono fortunate. Eppure nulla di ciò che possiedono interiormente è stato conquistato, e questo diventa differenza abissale, uno spartiacque.

Altro tema fondamentale è la femminilità e la sessualità repressa, l’impossibilità di contattare la propria parte femminile, di riconoscerla, di viverla. Interessante la digressione lieve sui movimenti femministi e su alcune femministe intente a proteggere l’astrattismo de “il femminile” senza sapere, senza viverlo in sé stesse, senza porsi domande. Affascina lo sguardo umano con cui ne parla.

Non è un giudizio. E’ una constatazione quasi palpabilmente dolorosa.

Il rapporto con l’Anima e l’Animus è ampiamente sviscerato con quelle sue tipiche, caratteristiche pennellate che paiono frettolose e invece sono caverne ricche di tesori.

Marie Louise Von Franz racconta le debolezze, la mancanza di strumenti interiori che portano dritte dritte alla caduta nelle mani di “nani spregiudicati e crudeli che le sfruttano (le donne)”; racconta dell’incapacità di riconoscere i pericoli, di quelle donne amputate intimamente perché nessuno ha creduto in loro. La speranza è filo conduttore fondamentale di tutto il testo.

L’autrice parla di “famiglie nevrotiche” ed è utile capire il significato di tale termine, per poter apprezzare il senso del discorso. Sostiene: in una famiglia nevrotica possono nascere figli altrettanto nevrotici ma può anche nascere un bambino sano. Costui si ribellerà con tutte le sue forze e si sentirà sempre “fuori dal coro”, sbagliato e soffrirà molto in questa situazione.

Sarà diverso. Sarà solo.

Ed è per questo che farà bene a non mollare e a fare di tutto per mantenere sana la sua mente e a trovare un modo per spezzare la catena familiare, prima che si perpetui ancora e ancora. Esattamente come la donna che inizierà ad andare in analisi subirà attacchi violenti proprio da parte della famiglia. Il cambiamento è temuto, osteggiato, ed è l’altro grande caposaldo del libro.

Marie Louise von Franz racconta i suoi sbagli, i suoi momenti di dubbio, la fatica per imparare l’importanza del silenzio. Si, del silenzio. Quello che deve esistere davanti all’ ‘incomunicabilità di certi mondi, quando ti accorgi che una persona non è pronta a sentire quel che vorresti dirle, quando parlare vorrebbe dire solo acuire lo scontro fra due muri.

Questo libro regala molti consigli anche sul lavoro di analista.

Immancabile lo sguardo umano, intimo.

Leggere la Von Franz è un’esperienza diretta, fisica non solo mentale o culturale.

“Il femminile nella fiaba” è un insieme di chiodi che ti appendono al muro con le tue responsabilità, con i tuoi limiti, le tue opportunità e le tue scelte.

E’ un libro che consiglio alle donne che corrono coi lupi e agli uomini che hanno il coraggio di correre con le donne che corrono coi lupi.

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