Perché l’analista trattiene sapere?

estratto da Giorgio Antonelli, I silenzi e la psicoanalisi. Rassegna bibliografica, a cura del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, coordinata da Giorgio Antonelli, in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 43, Napoli, Liguori, 1998.

Se l’analista trattiene il suo sapere, pensava Winnicott, si fa spazio per il paziente. E lo spazio di cui parla Winnicott è, letteralmente, il medium di cui faccio questione io. Winnicott parla espressamente di «area intermedia di esperienza», la stessa nella quale si tratta del transitus dei fenomeni (detti, appunto, transizionali), del giocare, del creare, area eccentrica sia rispetto alla realtà interna, sia a quella esterna. Questo esperire intermedio o, anche, «terza maniera di vivere» e «spazio potenziale tra il bambino e la madre», viene dunque pensato da Winnicott come luogo. Il problema secondo Winnicott non è soltanto relativo a cosa facciamo quando, ad esempio, ascoltiamo musica, leggiamo o giochiamo a tennis. C’è ancora un’altra domanda, aggiunge lo psicoanalista inglese, e la domanda suona «dove siamo (se mai siamo in qualche posto)?» Se l’analista trattiene il suo sapere, libera spazio potenziale, la dynamis dello spazio. Se l’analista sospende il proprio narcisismo, il proprio eccesso di sapere, avevano affermato, prima di Winnicott, Ferenczi e Rank, se l’analista si contrae, si fa l’analisi. E che nome prende quello spazio se non il nome del mezzo? Il luogo dove accade l’accadere.

In quel sacrificarsi ne va del patire. Per questo parliamo anche di pazienti. I pazienti patiscono. E anche gli analisti. Che sono medici appunto in ragione del fatto che in loro si dice il medio. Così come nella persona dello iu-dex si dice il giusto, in quella del med-dix, in osco latinizzato, si dice il medio, la misura cioè, quella che ristabilisce l’ordine nel corpo malato. Perché ciò accada, occorre patire. Gli analisti, che si contraggono e muoiono, patiscono. Ma in che senso va inteso il patire? Come un modo della forza, dell’aprirsi alla metabolè, alla trasformazione. Per Aristotele il patire costituisce un modo, il primo modo, della dynamis, della potenza. La potenza del patire è principio di mutamento, scrive Aristotele. In questo senso la potenza del patire è una con la potenza del fare. Noi potremmo dire che all’analisi spetta la potenza del fare e ai due morenti della sizigia analitica la dynamis del patire.

Condividi:
L'autore
Giorgio Antonelli
Giorgio Antonelli